Speciale sequestro Dozier/2. Il rapimento del generale

SPECIALE SEQUESTRO DOZIER – 1

L’operazione scattò il pomeriggio del 17 dicembre 1981. Intorno alle 17.30 Emilio [Antonio Savasta] e Daniele [Pietro Vanzi] si presentarono al numero 5 di Lungadige Catena, vestiti con tute blu da lavoro. Dietro di loro di qualche passo, pronti a entrare con il baule dove piazzare il generale, Fabrizio [Cesare Di Lenardo] e Rolando [Marcello Capuano].In strada, rimasero Martina [Emilia Libera] e Giorgio [Ermanno Faggiani] con compiti di copertura, muniti di mitra e walkie talkie per comunicare con il nucleo che sarebbe entrato in casa. Federico[Ruggero Volinia], invece, aspettava sul furgone che avrebbe dovuto portare via il sequestrato.

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Cronache xenofobe. Arresti a Imola (una maestra d’asilo) e a Teano (per il pestaggio di una polacca)

La maestra razzista e il ballo dell’Africa nera

“Perché non sta ferma…lei butta giù tutto! Anche quando mangia fa il ballo dell’Africa dell’Africa nera visto? il ballo del qua qua”. Questa una delle intercettazioni attribuite alla maestra della scuola d’infanzia di Imola arrestata oggi. Il giudice ha concesso gli arresti domiciliari. L’accusa:  maltrattamenti, tra cui insulti a sfondo razziale, e lesioni personali nei confronti degli alunni.

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Case occupate al Giambellino. Gli arrestati: “Non c’è nessun racket”

Non esiste alcuna associazione a delinquere per la gestione parallela dell’assegnazione delle case popolari nel quartiere Giambellino, a Milano. E’ il contenuto, in sostanza, di una dichiarazione spontanea resa 
nell’interrogatorio di garanzia, davanti al gup Manuela Cannavale, da quattro dei nove antagonisti finiti ai domiciliari lo scorso 13 dicembre. L’accusa è di associazione per delinquere finalizzata all’occupazione abusiva di immobili di proprietà  pubblica e alla resistenza a pubblico ufficiale. 

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17 dicembre 1981. Speciale Dozier/1. I preparativi del sequestro

Non c’è dubbio che la valanga che ha travolto e distrutto le Br abbia avuto origine dalla liberazione, da parte dei reparti speciali della polizia,  James Lee Dozier, il 28 gennaio 1982, a Padova. Il livello della sfida lanciato dalle Br infatti innesca una risposta radicale dello Stato.
La tortura, finora applicata sporadicamente (il nappista Alberto Buonoconto, il br romano Enrico Triaca), viene praticata metodicamente. Prima per scoprire il covo, poi per ottenere le confessioni dei prigionieri. Dopo le prime denunce l’impunità è garantita.
A rapire Dozier, il 17 dicembre 1981, è un nucleo della colonna veneta delle Brigate Rosse-Partito comunista combattente. Ecco la storia dei preparativi del sequestro. La racconta, al giornalista Nicola Rao, il responsabile della colonna e membro dell’esecutivo brigatista, Antonio Savasta. Catturato nella prigione dell’ufficiale americano, si pente immediatamente e la sua collaborazione ha effetti devastanti

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17 dicembre 1975: le Brigate rosse gambizzano un medico della Fiat di Mirafiori

Un commando delle Brigate rosse ferisce il medico della presse di Mirafiori, dottor Luigi Solerà,  in un agguato tesogli sotto la sua abitazione. Sono circa le 13.30 e il medico sta rientrando a casa, a corso d’Azeglio, per il pranzo.

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17 dicembre 1973, strage di Fiumicino. Un commando palestinese fa 34 morti

La strage di Fiumicino del 1973 è opera di un commando palestinese. Il 17 dicembre attaccò l’aeroporto di Roma-Fiumicino uccidendo  34 persone e ferendone altre 15. All’epoca fu il più grave attentato palestinese in Europa.

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16 dicembre 1979: sparatoria a Sa Janna Bassa. Uccisi due pastori al summit con le Br

L’avvenimento che segna maggiormente la cronaca di questo intenso dicembre del ’79, è il sanguinoso conflitto a fuoco di “Sa Janna Bassa” a Orune.

Il 17 dicembre il capitano dei carabinieri Enrico Barisone esce con due carabinieri al seguito per il solito giro di perlustrazione notturna.
Quando si trovano nei pressi dell’ovile di Carmelino Coccone, vicino Orune, sono attirati da insoliti movimenti e intimano l’alt a delle persone che si trovano fuori dall’ovile, ma questi rispondono aprendo il fuoco e ferendo il capitano.
Nasce un sanguinoso conflitto a fuoco in cui restano uccisi due pastori: Francesco Masala e Giovanni Maria Bitti.

Francesco Masala e Giovanni Maria Bitti
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16 dicembre 1976, seconda strage di Brescia. Pista nera o delitto di malavita?

Il 16 dicembre 1976, alle 18.59, esplose un rudimentale ma potente ordigno  a miccia lenta piazzato da militanti di estrema destra in una zona centrale di Brescia, Piazzale Arnaldo. Si trattava di una pentola a pressione imbottita con 800 grammi di esplosivo da mina al nitrato di ammonio. Riuscì a proiettare schegge a 50 metri di distanza, ferendo 11 persone. La bomba uccise sul colpo Bianca Gritti Daller, sessantunenne insegnante di tedesco.

Tra i feriti rischiò di perdere la vita anche Giovanni Lai, all’epoca trentenne brigadiere dei carabinieri. Intervenne prontamente limitando i danni della deflagrazione. Quando venne avvertito di una borsa fumante abbandonata nel piazzale si incaricò personalmente, insieme a un collega, di tenere a distanza i curiosi. Impugnata un’asta di metallo, cercò di spostare la borsa. Lo scoppio lo sorprese quando l’involucro era ormai parzialmente nascosto dietro una colonna. A quel punto una tragedia ben più grave era stata sicuramente evitata.

L’esito del processo

Nel giugno del 1983 la Corte d’Assise d’Appello emise una sentenza di condanna verso gli esecutori materiali dell’attentato riconoscendo il movente terroristico-politico dell’atto. Giuseppe Piccini, uno dei quattro condannati aveva dichiarato di aver ricevuto disposizioni affinché la bomba fosse collocata in una zona trafficata. L’obiettivo era di terrorizzare la città. Successivamente aveva ritrattato le proprie affermazioni negando anche la matrice politica del gesto.

Giuseppe Piccini e l’omicidio Forleo

Per l’anonimo estensore di Wikipedia, il cui testo abbiamo “copiaincollato” non ci sono dubbi. La strage di piazza Arnaldo ha una precisa matrice fascista. E’ una scheda decisamente lacunosa. Manca infatti un particolare essenziale: Giuseppe Piccini era un latitante evaso, condannato a 30 anni per un delitto che aveva fatto scalpore a Brescia. Il suo complice era un conte. Un vitellone di provincia, noto come “il playboy di Nave”. Ma alla scuola del carcere Piccini diventerà un malavitoso duro.
Poche settimane dopo la seconda strage di Brescia, l’8 febbraio 1977, a Carpenedolo, ammazzerà l’appuntato Lorenzo Forleo. Lo aveva sorpreso mentre tentava di rubare un auto con un complice, Italo Dorini. Anche questo delitto, per la Rete degli archivi per non dimenticare, un network istituzionale sulla memoria degli anni di piombo, è opera di neofascisti.

A smentire la pista politica arriva il mio amico Pino Casamassima, grande esperto di storie di terrorismo e di violenza criminale del Nord Est. Ne scrive così sul Corriere della Sera per il quarantennale della strage.

La pista malavitosa

Non atto terroristico ma malavitoso, come malavitosi erano i due bresciani che con quell’esplosione volevano richiamare sul posto la polizia distogliendola da una rapina programmata in un’altra parte della città. Tuttavia, il clima di tensione che si respirava in quel periodo favorì subito la pista politica, corroborata fra l’altro da ben due rivendicazioni. La caccia alla strega terroristica provocò prima l’arresto di due neofascisti, poi di un militante dei Nuclei Armati Proletari. Mancavano all’appello solo le Brigate rosse, ma si corse ai ripari fermando cinque «sospetti» con un’azione spettacolare nella zona del Carmine nella notte fra il 20 e il 21 dicembre.

Nel clima natalizio, la questura si regalò una conferenza stampa in cui la bomba fu definita «rosso-nera». Non di fede milanista, ma di duplice matrice «fasciocomunista», come il romanzo di Pennacchi di là da venire. Affermazione sostenuta sulla base dal materiale propagandistico rinvenuto, riconducibile sia alle Brigate rosse che alla Nuova Fenice. Qualcuno rinverdì la bufala che le BR fossero «fascisti travestiti».

L’arresto dei due delinquenti

La fantasiosa pista politica della questura venne però abbattuta dalla Procura quando furono arrestati Italo Dorini e Giuseppe Piccini: delinquenti comuni dediti a furti, rapine e azioni violente alla bisogna quando chiamava l’eversione nera. 
Il Piccini, fra l’altro, era un latitante. Condannato a 30 anni per il cosiddetto «Delitto dei due laghi» compiuto con il conte Tebaldo Martinengo ai danni del filatelico Battista Zani era riuscito ad evadere. Sulla base delle sue dichiarazioni, nel 1983 la corte d’assise d’appello di Brescia assegnò una matrice terroristica alla bomba di piazzale Arnaldo, ma successivamente il Piccini ritratterà. 

Fin qui Pino Casamassima. Dello stesso avviso il Giornale di Brescia, sempre in occasione del quarantennale:

A lungo la vicenda di piazzale Arnaldo fu dimenticata, in anni in cui era la matrice terroristica di molti atti criminali a suscitare maggior eco. E quella bomba, anche per le sentenze, tentò di cavalcare quell’onda, ma aveva scopo ben diverso: consentire quella rapina ad un laboratorio di oreficieria che poi non fu mai compiuta, in virtù di una rinuncia da parte dei due imputati cui la Corte d’assise di Brescia, in ogni caso credette nel 1980. Non senza condannare però gli stessi alla pena dell’ergastolo.

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15 dicembre 1978: il movimento di Bologna respinge l’assalto di Pci & co.

Due carabinieri feriti per colpi d’arma da fuoco, nove militanti del PCI (tra cui il segretario provinciale della FGCI, Alessandro Ramazza) arrestati per radunata sediziosa e porto d’armi improprie, sedici compagni del movimento arrestati a manifestazioni conclusa e accusati di blocco stradale, manifestazione sediziosa e (alcuni)di porto d’armi improprie.Si è concluso così, nella tarda mattinata di venerdì, l’arrembaggio alla riconquista di piazza Verdi e della città universitaria organizzato dal PCI tramite un apposito «Centro iniziativa unitaria per l’università», con l’adesione di CGIL CISL e UIL, leghe dei disoccupati, FGS.

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Il giudice Salvini: io c’ero quando ammazzarono Saverio Saltarelli

Riceviamo e volentieri pubblichiamo. E’ una formula di rito per le lettere e i contributi estemporanei. Ma in questo caso a scrivermi è il giudice Guido Salvini, mio antico e competente lettore. Ogni tanto mi arriva un suo contributo, sempre di pregio, sempre offerto con grande garbo. Stavolta vale di più: perché è una sua testimonianza sul 12 dicembre 1970 e la morte di Saverio Saltarelli. Sollecitata dal mio post di qualche giorno. E così ci è arrivato e pubblichiamo con piacere un ricordo dal giovane compagno libertario che poi ne ha fatta di strada …

C’ero anch’io alla manifestazione in cui fu ucciso da un candelotto lacrimogeno Saverio Saltarelli. Avevo 17 anni compiuti da poche ore, era una delle prime manifestazioni cui partecipavo e ne ho il ricordo ancora molto vivido. 
Era il primo anniversario dalla strage di piazza Fontana. Valpreda e i suoi compagni erano in carcere, non era stata ancora scoperta a Treviso la pista nera, quella di Freda e Ventura, e il clima era molto difficile.

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