L’organizzatore di Charlottesville: sono un sionista bianco

Richard Spencer, il padre della Alt-Right americana, il promotore della marcia di Charlottesville, il più grande raduno che si ricordi della destra radicale a stelle e strisce, chiede rispetto a Israele. In un’intervista a Channel 2 News, testata israeliana, ha sottolineato la sua identità di “sionista bianco”: “Noi non facciamo altro che chiedere – ha dichiarato – quello che Israele pratica nei suoi territori”. In realtà, però, alcune delle sue affermazioni più corrosive sono considerate intrise di antisemitismo: dal sostegno espresso a Trump a proposito della “deebraizzazione dell’Olocausto” al concetto ribadito nell’ultima intervista sulla “sovrarappresentazione degli ebrei nel sistema di potere”.
L’alleanza con Israele è invece un vecchio cavallo di battaglia della destra fondamentalista americana. Come ricordava Blondet in “I cavalieri dell’Apocalisse”, l’ultradestra religiosa americana supporta le frange estremiste dei “ricostruttori del Tempio” perché così, realizzando le Scritture, si anticipa la fine dei tempi, la battaglia di Armageddon e il Secondo Avvento. Le argomentazioni di Spencer sono invece più strettamente geopolitiche.
Nell’agosto del 2010, in un articolo pubblicato sul suo sito web Radix Journal, Spencer argomentò che a Israele conveniva un’alleanza con i nazionalisti bianchi americani, a fronte della minaccia di paesi confinanti ostili e muniti di armi nucleari.

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La battaglia di Charlottesville: alle origini della Lega del Sud

Tra i movimenti di difesa dell’identità sudista, protagonisti nella battaglia in difesa della statua del generale Lee, che ha prodotto i gravissimi incidenti di ieri a Charlottesville (una controdimostrante travolta e uccisa da un giovane supporter di Trump, due poliziotti caduti e morti per un guasto dell’elicottero da cui controllavano la situazione) c’è anche la Lega del Sud, un movimento anglo-celtico che ha significative assonanze con la vecchia Lega Nord. Me ne sono occupato una quindicina di anni fa, in In God we Kill (Jamm, Napoli 2002).

Questo il testo del terzo capitolo del saggio:

3 Alla scuola di Bossi

Nella seconda metà degli anni ’90 il razzismo e la voglia di rivincita sudista trovano una nuova forma di espressione culturale e organizzativa, capace di dialogare con la politica mainstream e gli ambienti accademici: il neoconfederativismo, figlio degenere della rottura degli equilibri bipolari. La spinta ai nazionalismi etnici esclusivisti scatenata in Europa non tarda ad attraversare l’oceano. Il Quebec e la Padania dimostrano che la devoluzione è possibile. Non nasconde la propria filiazione diretta – a partire dal nome – la Lega del Sud (LOS), punta di diamante del movimento. Ai riti neodruidici dei secessionisti nostrani è ispirata l’operazione mitopoietica di un’autonoma cultura e organizzazione sociale di un Sud anglo-celtico, contrapposto e schiacciato dal cosmopolitismo nordista nella “Guerra tra Stati”. I fondatori sono due esperti di storia celtica, J. Michael Hill e Grady McWhineyi, il direttore degli Annali dell’Università del Sud Carolina, Clyde Wilson e il presidente dell’ultraconservatore Istituto Rockford, Thomas Fleming. L’impegno come presidente della LOS spinge Hill a lasciare la cattedra nello Stillman College di Tuscaloosa, storicamente nero. La manipolazione culturale è elaborata: si mitizza la storia del Sud, tra “alto tenore di vita” e “richiamo del sangue che ama la libertà”ii. L’ondata revisionista è cavalcata anche da alcuni “collaborazionisti”: per H.K. Edgerton, ex presidente del NAACP di Asheville (Nord Carolina), la schiavitù servì come “istituto di apprendimento”, i neri e i bianchi erano uniti da un “senso di famiglia”. Insomma “era meglio essere schiavo nel Sud che essere liberi in Africa”iii. Ma quanto gioca nella folgorante conversione la sospensione per insolvenza della sua sezione? L’ex leader delle milizie J.J. Johnson si spinge oltre: “Con la presente mi dimetto dalla razza nera”iv. La bandiera confederata, oggetto di durissima contesa, si trasmuta da storica espressione dell’oppressione in “simbolo di resistenza alla tirannia federale”v. L’entusiasmo dei pronipoti dello zio Tom non convince gli irriducibili: due klanmen sparano contro la casa del cugino di Edgerton, un suo improvvido bacio a una donna bianca a un “rally della bandiera” scatena reazioni furibonde in Internet, del tipo ecco cosa succede ad essere integrazionisti…Maggior successo raccoglie il saggio del rinnegato Johnson, Io non voglio mai più essere nero.

La LOS, fondata nel 1994, cresce impetuosamente: raddoppia i membri tra il 1998 e il 1999, raggiungendo quota 9mila (con 96 capitoli in 20 Stati) ma soprattutto egemonizza le organizzazioni moderate dell’orgoglio sudista, a partire dalle reducistiche Figli dei Veterani Confederati (SVC)vi e Figlie Unite della Confederazione (UDC). I temi tradizionali della segregazione e della secessione trovano nuova linfa nella polemica contro il globalismo che macella le identità e le differenze. Attraverso questo passaggio una battaglia culturale si trasforma in formidabile veicolo di agitazione politica. E suscita appassionate reazioni nella “battaglia per la bandiera confederata”vii. Quando i sudisti mobilitano 6mila sostenitori, nel gennaio 2000, in un meeting in “difesa del retaggio”, la risposta del movimento dei diritti civili non si fa attendere: per il Martin Luther King Jr. Day, che il Sud Carolina non celebra, sono in 40mila a marciare. I controdimostranti sono per due terzi bianchi che non si sentono affatto orgogliosi dell’eredità dell’odio e non credono alla leggenda di una schiavitù con da relazioni cordiali tra bianchi e neri. Il no di Hill all’egualitarismo giacobino è ispirato dalla Bibbia: “Mentre gli insegnamenti delle Sacre Scritture parlano di una società civile composta da superiori, uguali e inferiori, ciascuno protetto nei suoi privilegi legali, la teoria sociale giacobina afferma che a nessun adulto può essere giustamente negato un privilegio dovuto, eccetto forse come punizione per un delitto”viii. In opposizione al sistema sociale e politico vigente, fondato sui diritti universali, si invoca il ritorno all’antico, alla rete delle relazioni personali e familiari. La gerarchia come lo schiavismo sono istituzioni ordinate da Dio. Anche in questo caso il progetto politico ha basi teologiche e non ideologiche. Il Ricostruzionismo è una deriva conservatrice del Presbiterianesimo mainstream. Una frangia radicale che invoca l’instaurazione della legge biblica (“teonomia”) per trasformare la società in chiave teocratica. Il livre de chevet è un malloppo di 800 pagine, Istituzioni della Legge Biblica, pubblicato nel 1973 e dedicato all’analisi delle implicazioni giuridiche dei Dieci Comandamenti. L’autore, Rousas John Rushdoony, spiega: “Ogni legge è religiosa per natura e qualsiasi ordine legale non biblico è una religione anti-Cristiana. Qualsiasi ordine legale è uno stato di guerra contro i nemici di quell’ordine e ogni legge è uno stato di guerra”ix. I “propagatori di false dottrine” sono equiparati ad abortisti e omosessuali, per i quali è invocata la pena di morte. La violenta sessuofobia spinge un medico seguace della teonomia a scegliere la cura più dolorosa per le malattie venere così i peccatori hanno modo di rifletterex. Questa dottrina ispira l’ala militare del movimento antiabortista ma anche i telepredicatori più influenti politicamente, Jerry Falwell a Pat Robertson. Un gruppo di pastori militanti della LOS, guidati da Steven Wilkins, si lancia alla conquista della Chiesa Presbiteriana in America (PCA), una denominazione conservatrice forte di 300mila membri e ben radicata al Sud. Il leader di Stato del Mississippi, John Thomas Cripps giunge a fondare una propria Chiesa Presbiteriana Confederata. I pastori più radicali sono una trentina e il tentativo di colpo di mano fallisce. In questo quadro acquista nuova luce il discorso sullo scontro di civiltà: la guerra civile diventa l’attacco del secolarismo all’ultimo baluardo della Cristianità.

Il protomartire dei neoconfederati è un ragazzo che gira con la bandiera sudista, ucciso a pistolettate, in Kentucky nel 1995, da una ciurma di teenager negri dopo un inseguimento in auto. I funerali sono una grande manifestazione di orgoglio neosudista. Un altro, ucciso a coltellate da un asio-americano nello Stato di Washington è invece considerato da 11 giurati su 12 l’aggressore e neanche la procura chiede un nuovo processo.

Un elemento di punta del revival anglo-celtico è Kirk Lyons, avvocato di punta della destra radicale: ricicla la sua struttura di “soccorso nero” ribattezzandola Centro di Risorse Legali del Sud, SLRC, evidente calco dell’antirazzista SPLC, e sottoscrive con LOS e SCV una “Dichiarazione d’Indipendenza Culturale”. Un altro leader della destra radicale, l’ex testa di cuoio Steven Barry, appena dimessosi da coordinatore militare di Alleanza Nazionale: “Hiler – spiega – era buono per la Germania”xi, è il consigliere ufficiale del capitolo del Nord Carolina. Fervente cattolico, gira in casa portando soltanto il kilt. Scrive a Intelligence Report chiedendo di essere definito un “paleo-nazi” e non un neonazista.

Il ruolo nel movimento di un personaggio chiave come Lyons è emblematico. Nato in Texas da un ufficiale dell’Aviazione, dopo una mediocre laurea diventa noto assistendo Louis Beam, che si autodifende nel maxiprocesso contro i “Padrini” nel 1988. Si specializza nei processi politici e dà vita alla Fondazione di Difesa dei Patrioti (PDF). Alterna successi e sconfitte: la condanna di Wickstrom, l’assoluzione di Douglas Sheets, ex membro del WPP accusato di un triplice omicidio in una libreria gay in Nord Carolina. Il bollettino di NA lo segnala come militante nel 1989 e invita a sottoscrivere per il suo PDF. Nel 1990, in una cerimonia congiunta, Lyons e il socio Neill Payne sposano le sorelle di un prigioniero politico della BS, David Tate, con un rito scozzese, fondato sullo scambio di doni tra clan. Accentua le simpatie filonaziste, trasforma il PDF in CAUSE, cioè Canada, Australia, Stati Uniti, Europa, e si trasferisce in Nord Carolina. Il suo studio è ormai la principale azienda legale per razzisti bianchi: aggrega l’avvocato di Donald Duke, assume la difesa del negazionista Leutcher, il tecnico che pretenderebbe di dimostrare l’inesistenza dell’Olocausto a colpi di conteggi sulla capienza di camere a gas e forni crematori. Lyons non sale sul treno dei grandi processi su cui esplode il movimento: Ruby Ridge e Waco. Riesce a perdere la vertenza per 3 sopravvissuti e i parenti di 23 giamaicani morti nel rogo in Texas. E’ l’avvocato di Strassmeier, l’agente coperto dei servizi tedeschi sospettato per la strage di Oklahoma City: si prende a cuore la difesa e si scontra furiosamente con due santoni della destra radicale che accusano il suo protetto, Robert Millar e Willis Carto. Il suo improvviso colpo di fulmine per il retaggio culturale sudista può essere spiegato anche con lo strappo con l’ambiente dei patrioti. Il SLRC si specializza sul Primo Emendamento, ovvero sul come sventolare la bandiera confederata sia una modalità espressiva dell’inculcabile diritto alla parola.

I rapporti con i media mainstream sono generalmente pessimi ma alcuni giornalisti di punta, come Robert Stacy McCain, sono membri attivi del LOS. Il suo direttore, Jack Kershaw, è anche membro dell’altra principale organizzazione neoconfederata, il più esplicitamente politico Consiglio dei Cittadini Conservatori, che riesce a posizionarsi proprio al confine tra destra repubblicana ed estrema destra sovversiva, e schiera tra le star delle sue manifestazioni personalità del calibro di Trent Lott, capo della maggioranza al Senato Federale, il “falco” storico Jess Helms e gli ex governatori dell’Alabama, Guy Hunt e del Mississippi Kirk Fordice. La doppia appartenenza è un fenomeno esteso: LOS e CCC nel comune radicalismo sono più complementari che antagoniste.

Il CCC attira i leader repubblicani agitando temi di grande impatto (diritto alle armi, lotta agli immigrati clandestini e alle azioni affermative) cucinati in salsa sudista. Solo dopo un mese di incessanti attacchi Lott, che ha partecipato a numerose iniziative, prende le distanze dall’esplicito razzismo. A fornire legittimazione intellettuale e rispettabilità ci pensano i ricercatori che ricevono sostanziosi finanziamenti da fondazioni culturali in cerca di avallo scientifico ai pregiudizi razzistixii. Il CCC è presente con 33 capitoli in 22 Stati, dalla California all’East Coast, ma il suo zoccolo duro è nel Profondo Sud. Un terzo dei 15mila iscritti si concentra in Mississippi, con 34 parlamentari di Stato e otto capitoli di contea. Ha radice profonde nel movimento antintegrazionista. Il suo leader, l’avvocato Gordon Lee Baum, si è formato come organizzatore dei Consigli dei Cittadini Bianchi (WCC) e ha portato in dote la vecchia, preziosa mailing list. Il primo è fondato a Indianola, nel Mississippi, nel luglio 1954, da Robert B. Patterson, proponipote di un generale confederato (in seguito direttore di Citizen Informer, organo del CCC). La crescita è rapida: un anno dopo i circoli sono 253, nel 1956 la presenza è estesa a 30 Stati e l’organizzazione che nasce può a pieno titolo chiamarsi Consigli dei Cittadini d’America (CCA). Gli scopi sono chiari: “preservare i diritti naturali alla separazione razziale e mantenere i Diritti dei nostri Stati a regolare salute pubblica, morale, matrimoni, educazione, pace e buon ordine negli Stati, sotto la Costituzione degli Stati Uniti”. Il CCA si rappresenta come espressione moderna della maggioranza bianca del Sud e orienta gli sforzi di proselitismo tra i leader civili e politici. L’autorevolezza dei membri e la caratterizzazione politica come “Klan dei colletti bianchi” non preclude il ricorso ai tradizionali metodi duri, tra minacce e intimidazioni. Nel 1960 un riot segregazionista al grido di “Questi Congolesi violentano le vostre figlie” segue un meeting a New Orleans. Byron de la Beckwith, assassino di Medgar Evans, leader dei diritti civili, è un dirigente di Greenwood, Mississippi. Alla fine degli anni ’70 i Consigli sono moribondi. La rigenerazione comincia con una riunione di trenta ex, tra cui Patterson e Baum, ad Atlanta nel 1985. Anche il leader del CCC in Mississippi, Bill Lord era un organizzatore regionale del WCC. La crescita sul territorio è assicurata dalla capacità di dirigere iniziative contro l’immigrazione che rinfocola i fantasmi dell’estinzione della razza bianca. A Wilkesboro, nell’autunno 1999 i picchetti, 40 militanti per volta, davanti alla Tyson Foods ottengono il licenziamento di numerosi clandestini latinos ma anche numerose adesioni.

La battaglia in difesa della bandiera confederata è coniugata con il tema dell’esproprio federale dei diritti degli Stati. Quando la NAACP indice il boicottaggio turistico del Sud Carolina, che persiste ad esibire sul Palazzo dello Stato la bandiera contestata, il CCC invita i cittadini bianchi a godere di questo “diritto civile” negato per decenni: la libertà di alberghi, spiagge e ristoranti riservati di nuovo ai soli bianchi, come ai bei tempi della segregazione. Le inserzioni pubblicitarie del Citizen Informer presuppongono lettori più estremisti dell’immagine ufficiale: si passa dagli opuscoli sul ruolo di Adamo come padre della sola razza bianca ai Ministri dell’Eredità Perduta, che distribuiscono i materiali del Movimento Nazional Socialista, a Il Resistente, il periodico di Steve Barry, fondatore delle Forze Speciali Clandestinexiii dirigente del LOS. Quando l’editorialista del Washington Times Sam Francis è licenziato per aver difeso la schiavitù, diventa il direttore della rivista e ne radicalizza i contenuti. Consigliere della oltranzista Fondazione Americana per il Controllo dell’Immigrazione (AICF) mette in rete razzismo storico e xenofobia sociale. E’ un beniamino delle conferenze di American Renaissancexiv, il periodico che divulga l’inferiorità genetica dei negri. Il redattore capo, Chris Temple, una figura di rilievo di CI, ha una stretta amicizia con Butler e collabora alle principali riviste della destra radicale, da Jubilee a Spotlight, il settimanale cospirativo di Carto che supera le 100 mila copie. Affiorano anche espliciti intrecci organizzativi: il responsabile del capitolo di Washington – postazione strategica per un gruppo che rivendica rapporti politica mainstream – è gestito dal nordirlandese Mark Cotterillxv, che ha stretti legami con NA. Il suo consiglio ha ben cento iscritti: quando lo SPLC ne rivela il ruolo internazionale (è anche l’ambasciatore degli ultrà unionisti), Cotterill si dimette e anima gli Amici Americani del Partito Nazionalista Britannico (AFBNP), che raccolgono decine di migliaia di dollari per il maggior partito neofascista inglese (violando la legge americana che prevede l’obbligo di registrazione)xvi. Cotterill è il classico “giovane leone” rampante. Look da yuppie – polacchine, chinos e polo – proibisce alle manifestazioni divise paramilitari e cimeli nazisti. Il distacco dal CCC non modifica il suo disegno politico: dare rispettabilità e immagine pulita a una forza della destra radicale. Tenta di infiltrare il Partito Riformista ma il vecchio Pat Buchanan, il leader politico di punta della destra fondamentalista, trova un immediato antidoto per mettere in fuga la quinta colonna neonazi-fascista: si sceglie una negra come candidata vicepresidente alle elezioni del 2000. Cotterill continua anche il legame affettuoso con il movimento neoconfederato: nel febbraio 2001, davanti a un ritratto del generale Lee, commemora, al suono della cornamusa, i martiri della Gran Bretagna, della Confederazione e della causa nazionalista razziale”.xvii

Un’altra fonte di imbarazzo sono i rapporti ostentati con un personaggio scomodo come David Dukexviii: nel settembre 1999 l’ex leader del KKK vola a Parigi con i vertici del CCC per una manifestazione promossa dal Fronte Nazionale di Le Pen. Lo SPLC si prende la briga di raccogliere una lista di 175 membri (gli elenchi non sono pubblici): il 10% è collegato con gruppi apertamente razzisti o neofascisti. S0picca il nome di Vince Reed, già capo della sicurezza di AN e informatore delle forze dell’ordinexix.

Il movimento neoconfederato diventa un potente attrattore di schegge in libertà della destra radicalexx. Richard “Rick” Ainsworth, infaticabile promotore di gruppi di direzione in una realtà visceralmente anarchica come quella delle milizie, abituato a liquidare i suoi avversari come “informatori” (che lo contraccambiano dandogli dell’“idiota”) fonda, insieme a un altro veterano del movimento, Bill Cox, gli Stati Confederati d’America (CSA). Ma ci mette poco a litigare e così Cox e un altro ufficiale del CSA sono liquidati, ovviamente, come “informatori”. Nell’orbita del movimento è attratto anche Howard Philips, formatosi alla scuola di Goldwater, responsabile dell’Ufficio Opportunità Economiche durante la presidenza Nixon, sostenitore del regime segregazionista sudafricano. Il suo Caucus Conservatore è tra i promotori della Maggioranza Morale di Falwell. Nel 1992, a supporto delle sue ambizioni presidenziali – da allora si candiderà regolarmente – fonda un partitino anti-tasse, l’USTP, che si distingue per la richiesta di pena di morte contro gli abortisti e nel 1999 si trasforma in Partito della Costituzione, rendendo ancora più esplicito il richiamo alla teologia radicale dei Ricostruzionismo e alla collegata teonomia (le Sacre Scritture come diretta fonte del diritto positivo)…

i Nel suo volume Cracker Culture McWhiney sostiene che il Sud era popolato da immigranti dalle aree celtiche della Gran Bretagna (Scozia e Galles).

ii Remembering Reality in Intelligence Report, Estate 2000

iii Confederates in Black in Intelligence Report, Estate 2000

iv Ibidem

v Ibidem

vi Gli SCV hanno espulso anni fa Ken Burns perché in un programma televisivo si è permesso di osservare che il generale Lee comandante dell’esercito confederato aveva ammazzato più americani dei giapponesi.

vii La battaglia comincia nel 1963, quando Robert Kennedy, ministro della Giustizia, impone l’integrazione all’Università dell’Alabama. Il governatore George Wallace in segno di sfida issa la bandiera confederata sul palazzo di governo dello Stato. Una lunga vertenza avviata dallo SPLC si conclude vittoriosamente nel 1993, ottenendo l’applicazione di una leggina che prevede che sugli edifici pubblici possa sventolare solo la bandiera federale o statale. Il Sud Carolina resiste fino al 1999.

viii Rebel with a Cause in Intelligence Report, Estate 2000

ix Frederick Clarkson Anti-abortion extremism. Extremists, ’Patriots’ and racist convergence in Intelligence Report, Estate 1998.

x Confederate in the Pulpit in Intelligence Report, Primavera 2001

xi False Patriots in Intelligence Report, Estate 2001

xii Il Fondo Pionieri destina circa un milione di dollari all’anno per le ricerche sulle differenze razziali. Tra i docenti universitari che si distinguono in questo campo spiccano i nomi di Edward M. Miller, formatosi come economista ma specializzato sul quoziente d’intelligenza (“i neri hanno testa piccola e grossi genitali, sono supersessuati, iperviolenti e soprattutto, non intelligenti”); J. Philipp Rouston, uno psicologo perseguitato in Canada per violazione delle leggi sull’odio (sostiene che i bianchi hanno più neuroni e cervello dei neri, che sono predestinati al successo sportivo); per Glayde Whitney, infine, ex presidente dell’Associazione di Genetica dei Comportamenti ed esponente di spicco del Los i neri sono “primitivi biologicamente specializzati nell’accoppiarsi spesso con studentesse bianche”. Cfr. Hate Goes to School in Intelligence Report, Primavera 2000. Risorse ingenti sono anche riservate alle organizzazioni anti-immigrazione, dalla militante AICF alla più autorevole FAIR (Federazione per la Riforma dell’Immigrazione Americana) che, forte di 70mila soci, ha ricevuto in un decennio 1,2 milioni di dollari di finanziamento.

xiii Vedi nel capitolo ….

xiv Diretta dal separatista bianco Jared Taylor, American Renaissance si distingue per i toni raffinati e si focalizza sui temi del rapporto razza-QI e dell’eugenetica. Promana dalla Fondazione Nuovo Secolo, che promuove conferenze biennali di taglio scientifico. L’ultima, nel marzo 2000, era dedicata all’immigrazione non bianca.

xv Cotterill, militante del Fronte Nazionale dal 1978 al 1992 , si infiltra nel partito conservatore ed è eletto consigliere comunale. Smascherato dagli antifascisti di Searchlight è costretto alle dimissioni. Ripara negli Stati Uniti dopo un pestaggio di avversari politici antirazzisti.

xvi Dopo la denuncia dello SPLC Cotterill è costretto a sciogliere anche l’AFBNP.

xvii Hand Cross the Water in Intelligence Report, Autunno 2001.

xviii Sui rapporti del CCC con David Duke va segnalato l’appello di Beam in suo favore alle elezioni per il governatore della Louisiana nel 1990 e la prefazione alla sua monumentale autobiografia scritta da Glayde Whitney (vedi anche nota 12).

xix Vedi appendice.

xx Il boom del movimento è evidente nel nuovo secolo: invertendo un trend consolidato i gruppi dell’odio passano da 457 a 602 ma ben 90 sono neoconfederati mentre il grosso del residuo aumento è dovuto all’impennata di un altro gruppo ultrarazzista il WCOTC, che arriva a 81 capitoli, molti dei quali però sono semplicemente individui che rappresentano un punto di contatto.

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Il caso Gallo. Il prof. Masullo, io e la maledizione del ‘900

masullo

Il mio antico “vice” Roberto Russo mi ha fatto un regalo mica male, ieri: nel chiedermi un’intervista per il Corriere del Mezzogiorno sul caso Gallo si è dimenticato di dirmi che la mia testimonianza sarebbe stata contrapposta (la vecchia lezione di Paolo Mieli) alle opposte considerazioni del professor Aldo Masullo. Un contastorie di strada contro il decano dei filosofi morali. Troppo grazia, davvero. Trovo quindi decisamente fuori luogo certe facili ironie e toni superficialmente liquidatori di diversi supporter di Norberto nella polemica contro l’ex parlamentare della sinistra indipendente.
No, il professore non dice sciocchezze ma esprime un grumo di pensiero forte, profondamente abbarbicato nel Novecento, con cui occorre ancora una volta fare i conti: con il nemico non si parla. Un’idea potente e terribile che ha segnato l’asperrimo corso della guerra civile europea. Ovviamente, a questo punto, tocca passare a un più antico filosofo tedesco del diritto. Perché applicare Schmitt a un provvedimento della Cgil conferma la piena vigenza dell’aforisma hegeliano sulla storia che si ripete in farsa…
Ps: Per chi se l’è persa qui il testo della mia intervista.

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Hobbit 40 e la cover nazista: la storia non si può riscrivere

Il concerto di Jack Marchal e Junio Guariento, due protagonisti della musica non conforme degli anni 70, ha concluso la prima serata di Hobbit 40, la tre giorni di musica cultura e confronto politico organizzato a Montesarchio nel 40ennale del primo campo Hobbit. Per il gran finale i due “vecchi” hanno chiamato sul palco gli altri musicisti della serata e l’organizzatrice Marina Simeone. Il brano scelto è “Il domani appartiene a noi”, uno degli inni di quella generazione in nero, il pezzo forte della Compagnia dell’Anello. Un pezzo amatissimo anche se in realtà si tratta di un cover di un brano mainstream, come racconta Miguel Martinez, uno che all’epoca frequentava l’ambiente rautiano:

Il domani appartiene a noi è la traduzione di una canzone che è conosciuta perché appare nel film statunitense Cabaret (1972), ambientato ai tempi della Repubblica di Weimar, e dove viene cantata in maniera molto coinvolgente da un giovanissimo nazista. Grazie a questa scena, la canzone è diventata l’unica canzone nazista nota al di fuori del ristretto ambito degli appassionati del genere. La sua versione in lingua inglese, The Tomorrow Belongs to Me, è stata ripresa dal gruppo punk rock razzista inglese, The Skrewdriver, che negli anni Settanta ne ha fatto così l’inno di tutto un particolare giro.

Perché in realtà negli anni Settanta i giovani del Fronte della Gioventù, pur con tutti i tentativi di apertura e di sfondamento che oggi vengono esaltati, erano ancora profondamente immersi nell’immaginario politico fascista.  In questi giorni non sono mancate le polemiche sui social, attorno al tentativo di alcuni ex rautiani di rimuovere questa solare verità. Il coro finale è un’evidente risposta di gruppo …

Il Video è stato girato e diffuso su facebook da Gabriele De Francisci

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Il voto in Francia e in Italia: una doppia batosta per i populisti

Quella di oggi è una puntata doppia della videolettera, una riflessione disgiunta sui due esiti elettorali. In Francia, in tutta evidenza, si conclude con il definitivo fallimento del sogno lepenista, l’atteso filotto populista. Dopo la Brexit e il trionfo di Trump, si attendeva la marcia trionfale: dall’Austria all’Olanda, dalle elezioni anticipate inglesi alla doppia tornata elettorale in Francia è invece stata una serie di mazzate per i movimenti populisti anti-euro e anti-troika. Certo, hanno giocato anche dispositivi elettorali feroci (il maggioritario puro che ha liquidato l’Ukip in Gran Bretagna, il doppio turno francese che privilegia le forze centriste) ma i numeri sono impietosi.

In Italia, invece, senza pretendere che sia suonata la campana a morte per i Cinque stelle, va registrata una netta battuta del Movimento 5 stelle. Nessun finalista, uno scarto netto rispetto al voto politico e regionale, con percentuali a una cifra in diverse località importanti. E’ sbagliato confondere piani e dinamiche: a determinare il risultato hanno concorso le divisioni interne (Genova, Palermo, Parma), la mancanza di appeal di alcuni candidati, la forza delle coalizioni di centrodestra e centrosinistra (spesso uniti al voto), l’assenza di situazioni catastrofiche tipo Roma o Livorno. Ma, anche senza generalizzazioni politiche, non sono solo loro a segnare il passo. Al di là del risultato numerico, esce indebolita anche la pretesa leghista di contendere la leadership del centrodestra. Andando in finale in tutte le principali città, tranne Palermo, e con buone possibilità di successo in diversi casi per il centrodestra unito, Berlusconi ha ripreso in mano il pallino, cacciando nell’angolo le velleità sovraniste.

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De Luca, le parolacce e i nuovi standard della comunicazione politica

De Luca show a Pozzuoli: il video diffuso da Repubblica tv della sua lite con i disoccupati ha confermato lo straordinario talento comunicativo del governatore della Campania. Nel cantiere della Cumana per la tratta Dazio-Gerolomini appena inaugurato, il presidente della Regione affronta i disoccupati del Movimento 7 Novembre che lo contestano e chiedono un incontro in Regione sull’avvio di progetti per lavoratori socialmente utili.  Nel corso di 40 anni centinaia di volte si sono confrontati in piazza o intorno a tavoli più o meno istituzionali governanti e governati. Ma in questo caso c’è un plateale rovesciamento della pratica. E’  De Luca a fare la voce grossa con uno dei portavoce dei movimenti, Eddy Sorge. Nell’accesa discussione volano urla e parolacce. E’ l’esponente del Laboratorio politico Iskra di Bagnoli a chiedere al presidente della Campania di non urlare, di abbassare i toni e di permettere anche a lui di parlare. Ma, tra una “madonna” e una “sfaccimma”, De Luca fa anche un’altra cosa: rompe ogni mediazione, toglie ogni schermo protettivo e si mette direttamente in gioco. Io sono il presidente, decido io, gli altri non contano, vuoi fare chiacchiere o fare i fatti? Con la ciliegina finale, il rovesciamento dell’accusa classica del gentismo contro la casta. E così il governatore attacca il movimentista: tu rischi di fare politica… Lui no, non fa politica, amministra, risolve problemi. E alla fine lo stesso Sorge, sulla sua pagina Facebook, per difendersi agli attacchi dei duri e puri di turno sulla eccessiva “morbidezza” nel confronto, cita il maestro cinese dell’Arte della guerra per poi ribadire le ragioni di una scelta:

Ho già specificato i motivi politici che ci hanno spinto a scegliere di avere quella condotta. Tafferugli, scontri e vaffanculo li abbiamo fatti, li facciamo e li faremo quando necessario. Ma quello che ci interessava era principalmente “denudare il re”, dimostrare il suo vero volto o meglio il potere che rappresenta e l’odio di classe che questi signori hanno nei confronti dei proletari ed entrare nel merito della questione specifica. Da questo punto di vista vi invito a vedere il video pubblicato dalla pagina dei disoccupati. Non perché servisse a noi compagni ma alle tante persone, le famose masse come le chiama qualcuno, che ci piaccia o meno ancora non ci sentono, perché sentono fame, o non ci seguono, perché non ci capiscono. Da questo punto di vista posso assicurarvi che in piccola parte ci siamo riusciti.

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Sul caso Riina si scatena la sinistra delle forche

Nella querelle sul diritto alla scarcerazione della più feroce carogna noto con piacere che alcuni dei miei amici fascisti tra i più aborriti dall’antifascisteria e dalla stampa mainstream sono sul fronte giusto dello Stato di diritto e dell’umanità della pena. E’ una piccola ma enorme soddisfazione. Terribile invece la voglia di vendetta e di sangue da parte da persone che si presupporrebbe più vicine e attenti ai temi dei diritti umani e delle libertà personali. Tra queste anche belle persone come Gianni Simioli, il popolare conduttore della Radiazza, che promuove con i Verdi uno sciopero della fame contro la ventilata scarcerazione di Totò Riina, malato terminale di cancro e gravemente cardiopatico.
Senza entrare nel merito della querelle (una sezione della Cassazione che rimanda indietro per difetto di motivazione un provvedimento negativo del tribunale di Bologna sulla richiesta di arresti domiciliari del capo dei capi non decide la libertà del boss…) mi fa piacere citare alcuni di questi campioni delle libertà. Non a caso hanno attraversato tutti e tre l’esperienza del carcere duro negli anni di piombo:

Su Riina. So che quello che sto per scrivere a proposito di Totò Riina, solleverà delle critiche, ciononostante io dico sempre quello penso. E penso che sia giusto fare in modo che Riina muoia nel suo letto. Un uomo così lo si fucila subito, in caso contrario volerlo far morire in una cella quando ormai il suo cervello è imploso, è una scelta vendicativa e uno Stato non si deve vendicare perché la Giustizia non è un atto di vendetta ma un ristabilimento dell’Ordine. Quello che sta morendo non è Riina il capo mafia ma un individuo che non sa nemmeno più chi è e cosa ha fatto. Non mi si accusi d’essere buonista, perché non lo sono, piuttosto, sono magnanimo.
[Cesare Ferri]

Ho letto commenti scomposti e fuori tono, fuori tema e spesso con bava alla bocca: “Deve crepare, deve crepare, deve crepare soffrendo…” Ahhh benedetto “resseintement”! Ahh benedetta Civiltà fondata sul “diritto” garantito anche all’ultimo!
Ma non ho neppure voglia di replicare a chi legge lucciole per lanterne. Sorridendo dedico questa bellissima canzone… Don Raffaè sarà mica Raffaele Cutolo, quello che ha più o meno un migliaio di cadaveri sulla coscienza?…. Ma De Andrè “è di un’altra razza” (cit “Il bombarolo”) e lui sapeva mettere in tarantella anche Don Raffè e farci sorridere… perché “anche in carcere il caffé lo sanno fare”
[Maurizio Murelli]

Io sono un garantista e a proposito del bambino sciolto nell’acido,vedo molto piu spietato e ingiusto dare la liberta’a persone come brusca,l’assurda legge dei pentiti,ingiusta e spietata ,che per opportunismo cantano gli amici e ritornano a godersi la vita,alla faccia dei tanti morti ammazzati
[Maurizio Ruggiero]

Per fortuna anche a sinistra c’è qualcuno che si pone il problema dello schifo trionfante:

E’ sconfortante il dibattito scatenatosi a seguito del pronunciamento della Cassazione sul prinicpio del diritto a morire dignitosamente. In primo luogo c’è un errore cognitivo, una incapacità a penetrare l’oggetto medesimo della querelle: in discussione non è Totò Riina MA elementari principi di civiltà giuridica. Ma provate a sostenerlo e vi risponderanno: “Sì ma è quello che ha fatto sciogliere nell’acido….”.  Non ci arrivano proprio. Discutere anche con un reazionario a volte può anche portare a insinuargli un dubbio. Con gli stupidi è tempo perso …
Diversi miei amici, scusate ma faccio ormai fatica a usare il termine “compagno”, fra i quali alcuni di quelli per i quali ho maggiore stima, si dimostrano sorpresi dalla vocazione forcaiola della sinistra, intendendo, per sinistra, non Minniti ma persino quella che una volta si chiamava sinistra rivoluzionaria e oggi antagonista. Ora, il fatto è che noi, negli anni ’70, abbiamo pensato di rompere con la tradizione del movimento storico comunista, con ciò intendendo quella che chiamavamo, allora, la tradizione socialdemocratica. Sottovalutavamo il fatto che, in realtà, la vocazione anti libertaria, per usare un eufemismo, si annidava ben più in profondità ed era molto più contigua a noi di quanto credessimo e apparteneva, appunto, ad ampissimi settori della cosiddetta sinistra rivoluzionaria, oggi detta “antagonista”. Poi le cose sono andate come sono andate e, travolti da una crisi e da una sconfitta epocale, alla fine siamo quasi “tornati a casa”, per lo meno nel senso che non abbiamo approfondito quella rottura e la necessaria separazione dei nostri destini. Quindi, il problema riguarda la ridefinizione generale della nostra identità in senso libertario, perché, per la sua parte maggioritaria, certe posizioni sono manifestazioni “normali”, “ontologiche” mi si passi il termine, della sinistra.
[Enrico Galmozzi]

Come nota l’impareggiabile Ugo Tassinari su questa storia di Riina è fitto così di fascisti molto meno forcaioli e infoiati della brava gente di sinistra. La quale sinistra è intanto impegnata a scannarsi non su cosa fare ma sul dichiararsi o meno di centrosinistra, il che basta a dimostrare che Basaglia i manicomi li doveva spalancare altro che chiudere. Ma se rinasco giuro che piuttosto che diventare di sinistra mi taglio una mano: la sinistra…
[Andrea Colombo]

 

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La strage di London Bridge e il santuario italiano

Uno dei tre autori della strage del London Bridge è un italo marocchino che ha spesso soggiornato a Bologna, presso la madre italiana. Si conferma così il ruolo di retrovia della Penisola per alcune delle reti islamiche attive nei maggiori stati europei: per l’Italia sono passati, infatti, l’autore della strage di Berlino (che ci è rimasto…), il responsabile del raid del 14 luglio a Nizza e ora uno dei sicari di London Bridge. Una questione, quella del santuario Italia, che andiamo sollevando da tempo, oramai, come ricorda giustamente uno dei miei allievi più bravi:
santuario
Ma ci sono anche altri spunti di riflessione interessanti sulla strage di London Bridge:
1. per la prima volta ad agire è un commando multietnico, il leader pachistano, i sodali maghrebini. Presumibilmente a metterli insieme il sobborgo londinese in cui vivevano, che li ha spinti a superare le tradizionali separazioni tra comunità di immigrati
2. il grado di commistione con l’Occidente. dei due maghrebini uno è figlio di un’italiana, l’altro ha sposato un’irlandese e ci ha fatto una figlia: un rapporto contrastato fino alla rottura per il rifiuto della donna di convertirsi e di consentire all’educazione islamica della bambina. Si conferma quindi l’importanza del tema dell’integrazione mancata come fattore significativo della radicalizzazione
3. l’incapacità dei servizi britannici di valutare la potenziale pericolosità di soggetti che si espongono nella propaganda jihadista, come il capo del commando. In questo caso coniugato con la fin troppo efficacia operativa dei ‘militari’. Otto minuti per circondare e lasciare stecchiti a terra tre uomini armati solo di coltellacci. Fino a suscitare qualche dubbio di eccesso di zelo…

Da Melbourne invece un’altra lezione: è il tipo di reo a determinare la natura terroristica di un reato che sarebbe normalmente passato per un dramma personale o mentale …

 

 

 

 

 

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Davigo candidato premier? Verrebbe da dire: vaffanculo, Grillo

davigoHo spesso avuto un sentimento ambiguo nei confronti dei Cinque Stelle, preoccupato dalle derive settarie e complottiste ma anche consapevole delle ragioni sociali e culturali di un clamoroso successo. Oggi davanti alla scelta di Piercamillo Davigo candidato premier niente dubbi: i 5 stelle diventano un nemico assoluto delle libertà e della democrazia. Perché Davigo è la testa pensante di Mani Pulite, il genio giuridico che, inventando la categoria della dazione ambientale, riesce a imbracare sotto fattispecie criminale un malcostume imperante ma difficilmente condannabile sul piano penale, il giurista schmittiano che attualizza la persecuzione del tipo di reo e non del reato, il teorizzatore del sospetto come anticamera della giustizia, il cinico sostenitore del principio: meglio un innocente dentro che un colpevole fuori. Ma vaffanculo, Grillo

 

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Grillo antisemita? Ma no, quello è Nosferatu, non un giudeo

Profilo in ombra, naso adunco, unghie appuntite, gobba prominente, un’evidenze calvizie…
Quest’immagine – comparsa sul blog di Beppe Grillo in data 22 maggio 2017 con l’obiettivo di denunciare il potere occulto delle bache – è tecnicamente propaganda antisemita.
Come non se ne vedeva da tempo ad opera di un leader politico di questa importanza.

Così il professor Alessandro Campi illustre scienziato politico sulla sua pagina facebook. Ma, osserva immediatamente qualche amico di media cultura cinematografica, l’immagine usata è quella di Nosferatu, il vampiro di una delle più osannate pellicole dell’espressionismo tedesco.

antisemita

 

 

 

 

 

 

La rappresentazione caricaturale dell’ebreo deforme, proprio secondo quelle caratteristiche descritte, era però tipica di quegli anni e affonda le radici nell’immaginario ottocentesco. Un’iconografia segnata dall’odio e dal pregiudizio ma che si forma in concrete e determinate condizioni storiche, sociali e culturali, trovando una sistemazione alta nell’analisi marxiana della “questione ebraica”.

Oggi, come giustamente osserva Campi, quella rappresentazione non si usa più: perché l’usuraio di quartiere non porta la kippah ma è un colletto bianco della malavita organizzata e la terribile potenza del capitale finanziario si è completamente dematerializzata …

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Sono nato a Napoli nel 1956 e cresciuto a Posillipo. Vivo e lavoro a Potenza. Sposato da 35 anni, ho una figlia trentenne, un genero, un nipote. Militante dell’antagonismo sociale negli anni Settanta, ho proseguito il mio impegno sul fronte della solidarietà per i prigionieri degli anni di piombo, partecipando in prima persona alle campagne per la soluzione politica. Le mie posizioni da un marxismo critico di matrice operaista si sono evolute nella direzione di un radicale libertarismo. Col passare degli anni, ho spostato la mia attenzione dalla cronaca alla narrazione, dalla ricostruzione dei fatti ai dispositivi di costruzione delle storie...

L'alter-Ugo è la superfetazione del blog Fascinazione, chiuso alla fine di febbraio 2013, quando ha superato il milione di visitatori e poi riaperto e affidato alla cura del discepolo più devoto. Perché 25 anni di ricerca e osservazione sulla fascisteria bastano e avanzano anche a un maniaco compulsivo come me. Questo sito si occuperà ancora di politica e movimenti sociali ma offrirà pure una robusta documentazione d'archivio delle mie precedenti attività giornalistiche e costituirà lo snodo per accedere a tutti i miei canali del web 2.0 (blog, anobii, youtube, flickr)