Radio Gazzarra: perché bisogna leggere Fascisteria

Radio Gazzarra è la web radio di Arci Liguria. Mauro Paolis nel programma Libro su libro (V serie, 8a puntata, 17 dicembre 2017) spiega perché il mio libro “Fascisteria” è un’opera fondamentale per conoscere e capire la destra radicale

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Commissione Moro: le palle fantasiose di Etro, l’ignoranza credulona di Grassi

etro

Questo gustoso siparietto tra un brigatista pentito, Raimondo Etro e un parlamentare dem, Gero Grassi, risale giusto a un anno fa. Un’audizione della commissione Moro. Dalle successive conclusioni (provvisorie) del presidente Fioroni abbiamo appreso che Etro è considerato un’autorevole fonte storica. Le faticose decisioni di Matteo Renzi per la composizione delle liste elettorali ci hanno invece rassicurato: nonostante il forsennato tour propagandistico del suo libro e le migliaia di copie (spammate a spese dei contribuenti) dei materiali della Commissione, Gero Grassi non è stato neanche ricandidato … Una buona notizia. A noi tocca invece darne a entrambi una cattiva: Etro è un pallista fantasioso, Grassi un credulone ignorante.
Nel gennaio febbraio 1978 (il giudice Palma è ucciso il 14 febbraio) né Canale 5 né Mediaset esistono. Nascerà nel giugno 1978 Finivest Roma. Il ramo televisivo del nascente colosso all’epoca è composto dalla sola Telemilano 58, televisione locale. Publitalia è fondata nel 1979, Canale 5 nell’autunno del 1980. Il primo evento nazionale trasmesso in contemporanea in tutt’Italia, appoggiandosi al satellite di Telespazio è il Mundialito di calcio, nelle vacanze di Natale dello stesso anno. Proviamo quindi stupore e imbarazzo per un parlamentare che ha coltivato l’ambizione di riscrivere la storia contemporanea d’Italia senza avere le minime nozioni di come sia nato l’impero berlusconiano, che di questa storia è stato un pezzo altrettanto importante.

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Altero Matteoli: dall’altare del governo alla polvere dello scandalo Mose

altero matteoliUna lunga carriera parlamentare, segnata da tante polemiche e qualche scandalo che ha scandito la sua presenza costante nei governi Berlusconi, eppure la notizia della sua scomparsa, in un incidente stradale sull’Aurelia, è stata raccolta da unanime cordoglio nella comunità politica romana. Altero Matteoli, parlamentare di lunghissimo corso, dal 1983 a oggi, ha attraversato tutte le metamorfosi della destra italiana, essendo in qualche misura un antesignano del suo rinnovamento e della fuoriuscita dalle secche del neofascismo. Era stato infatti eletto in Toscana alla Camera, prendendo il posto del suo leader, Beppe Niccolai, che aveva deciso di concludere anzitempo la sua avventura parlamentare dopo aver lasciato traccia di sé in una memorabile relazione di minoranza nella I Commissione Moro.

Una piccola corrente di opposizione ad Almirante, che già guardava oltre e riconosceva nel dialogo con Craxi l’opportunità di ricomporre lo strappo consumato da Mussolini nel 1914 per dar vita a una rinnovata tendenza di socialismo nazionale. Una piccola corrente beffarda e coraggiosa, animata com’era da un livornese (lui) e un pisano (Niccolai): riuscirono a fare approvare al comitato centrale del Msi, nel 1988, una mozione “sociale” che riprendeva un identico testo varato dall’omologo organo del Partito comunista. Morto Niccolai, Matteoli ne ereditò la leadership del partito in Toscana. Fu quindi tra i fondatori di Alleanza Nazionale e ministro all’Ambiente nel primo governo Berlusconi, uno dei cinque missini che ruppero lo storico veto antifascista dell’Arco costituzionale. E’ confermato in ruolo nel II e III governo Berlusconi, che coprono l’intera legislatura dal 2001 al 2006. Anni segnati da profonde contestazioni da parte degli ambientalisti. LEGGI TUTTO su TISCALI.IT

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Fioroni: le mezze verità su Moro costruite a tavolino da Morucci e i servizi segreti

 Hanno lavorato in molti a costruire la verità giudiziaria sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro ma quello che sappiamo è solo un pezzo molto piccolo di verità, la parte “dicibile”. Sono sconvolgenti le conclusioni a cui giunge il presidente della III commissione parlamentare Moro, Giuseppe Fioroni che, ricordiamolo, non è un grillino rampante ma un pacatissimo democristiano di lungo corso: nel 1989, a poco più di 30 anni, fu eletto sindaco di Viterbo per entrare alla Camera nel 1996, con il Partito popolare. Perché alla fabbricazione di questa verità di comodo hanno lavorato molti pezzi importanti dello Stato, protagonisti della vittoria sulle Brigate rosse: i leader politici della lotta al terrorismo, Cossiga per la Dc e Pecchioli per il Pci, magistrati di punta come Imposimato, i vertici dell’amministrazione penitenziaria, uomini dei servizi segreti civili.
TUTTI GLI UOMINI DELLO STATO AL LAVORO CON MORUCCI – “La costruzione della verità giudiziaria sulla vicenda Moro appare legata all’azione di una pluralità di soggetti che operarono attorno al percorso dissociativo di Morucci. Il suo memoriale è solo la definizione del perimetro delle cose dicibili”. Secondo Fioroni tutto nasce dal lavorio di Valerio Morucci, l’ex brigatista che aveva gestito la diffusione delle lettere scritte da Moro durante i 55 giorni del sequestro. LEGGI TUTTO SU TISCALI
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E alla fine i Ris e il Dna confermano quel che sappiamo sul sequestro Moro

Ancora una volta, una commissione parlamentare d’inchiesta che si è occupata del sequestro Moro finisce i suoi lavori senza giungere a conclusioni. Stamattina, in una conferenza stampa, il presidente Fioroni presenterà il terzo report provvisorio, un volumone di quasi 300 pagine che documenta un lavoro imponente ma impotente. Era già successo sedici anni fa con quella presieduta dal senatore Pellegrino. In quel caso, però, la bozza di relazione proposta dal parlamentare diessino lasciò traccia, orientando saggistica e cronaca giornalistica sul terrorismo italiano verso una maggiore attenzione al contesto internazionale e ai giochi politici e militari delle potenze, più o meno grandi, attive nello scacchiere mediterraneo.
LA I COMMISSIONE E LEONARDO SCIASCIA Solo la prima Commissione Moro c’è riuscita, nonostante la chiusura anticipata di un anno della legislatura, nel 1983. Anzi mise capo a due relazioni conclusive contrapposte, una di maggioranza approvata da Dc, Pci, repubblicani e socialdemocratici, l’altra, opera prevalente di Leonardo Sciascia, votata da uno schieramento trasversale che andava dal Msi ai socialisti, cioè le forze che per distinte ragioni dissentivano dalle posizioni e dalla ricostruzione storica di quello che era stato il “partito della fermezza”, l’ampia coalizione che rifiutò ogni trattativa con le Brigate rosse durante il sequestro di Aldo Moro.
TANTE LE PISTE FINITE NEL NULLA – Molte e roboanti le anticipazioni su clamorose svolte investigative annunciate dal presidente Fioroni e dal più attivo dei commissari, Gero Grassi, che si è impegnato in un faticosissimo e meritorio tour in decine di scuole per raccontare a migliaia di studenti una pagina a loro spesso ignota della recente storia italiana. Non c’è singolo passaggio del sequestro Moro che non sia stato rivistato, nel quadro di un’ottica dietrologica e complottista: dal numero dei brigatisti attivi a via Fani alle “presenze inquinanti” sulla scena del rapimento (‘ndranghetisti, uomini dei servizi segreti, terroristi tedeschi, motociclisti di supporto), dalle prigioni di Moro alla visita di un sacerdote nel covo, dalle influenze internazionali alle modalità dell’omicidio del leader dc, la commissione ha perlustrato una quantità enorme di piste e ipotesi. LEGGI TUTTO IN TISCALI.IT
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12 dicembre, le stragi impunite  anche per la guerra tra giudici

C’è anche la “guerra tra giudici” tra le cause del sostanziale fallimento delle inchieste contro le stragi fasciste che hanno insanguinato l’Italia dal 12 dicembre 1969, a piazza Fontana, al 1974 (Brescia e il treno Italicus). Lo dice con parole più felpate e con umana sofferenza Guido Salvini, il magistrato che a metà degli anni Novanta ha svelato l’arcano della strategia della tensione che quei massacri ha prodotto: l’intreccio tra manovali “neri” e apparati di sicurezza atlantici che li hanno arruolati, foraggiati, protetti.
L’occasione per questa che è, al tempo stesso, una clamorosa denuncia e uno sfogo doloroso è un istituzionalissimo convegno organizzato dall’Università di Padova nel novembre 2016. Il tema è “La rete eversiva di estrema destra in Italia in Europa (1964-1980)”. Partecipano molti magistrati che si sono occupati di queste indagini e studiosi di vari paesi. Salvini interviene su “Gli anni 1969- 1974 in Italia: stragi, golpismo e risposta giudiziaria”. Il volume che raccoglie gli atti sta per essere pubblicato.
Nel suo contributo, il giudice milanese, protagonista di tante clamorose inchieste, dal delitto Ramelli al calcio scommesse, tratta ovviamente di interventi del SID e di altri apparati dello Stato che negli anni ’70 hanno ostacolato le indagini e colluso con i responsabili delle stragi impunite. LEGGI TUTTO IN TISCALI.IT
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Virginia Raggi, dai peccati giovanili con la Destra all’impegno antifà

virginia raggi fa cancellare il murale di zicchieri
Il conto glielo presentarono subito, senza concessioni, appena fu chiaro che per i disastri incrociati di destra e sinistra, il futuro sindaco di Roma sarebbe stata lei.
Se a 25 anni vai a fare pratica legale nello studio Previti, no, non sei una di passaggio. La stessa rampa di lancio fu usata da Jole Santilli: “Sono studi particolari – raccontò allora all’Huffington Post la parlamentare forzista: – in cui si trattano affari importanti. Chi entra nello studio Previti o nello studio Sammarco è un tipo di avvocato particolare, non è uno che fa patrocinio gratuito. E che, stando dentro, acquisisce una serie di relazioni”. Negli anni dell’assalto alla diligenza da parte della Destra, con Alemanno al Campidoglio, l’ex ministro della Difesa del primo governo Berlusconi era in posizione defilata. Travolto dalle condanne giudiziarie, costretto alle dimissioni da parlamentare dopo una dura resistenza. Ma il  sistema Previti di relazioni, fra magistrati, avvocati, imprenditori e politici non aveva perso smalto. Secondo Alessandro De Angelis, vicedirettore di HP Virginia Raggi entra nel mondo della professione dentro “questa galassia della vera destra, tra tribuna dell’Olimpico e Roma nord, che nella Capitale ha raccolto una parte importante dell’eredità andreottiana, compresa una nebbia fitta nel porto, intesa come un tribunale dove finivano insabbiate le inchieste scottanti prima che al Tribunale arrivasse Pignatone”. Un peccato di gioventù grave per un astro nascente della galassia pentastellata. Tanto è che Virginia Raggi omette dal curriculum l’unico incarico dirigenziale ricoperto in quella fase: la presidenza di una società riconducibile a Panzironi, il braccio destro di Alemanno condannato per Mafia Capitale.<
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Ma in Italia un pericolo fascista non esiste

Un italiano su due ha paura del fascismo. Passi davanti all’edicola e sei attratto dal titolo di apertura di la Repubblica. Ti avvicini, leggi le prime righe dell’editoriale di Diamanti e ti rassicuri: quasi la metà degli italiani pensa che il fascismo sia molto o abbastanza diffuso ma non si parla di pericolo fascista. E certo, se tutto il carrozzone mediatico, noi compresi, dedica paginate a una bandiera del II Reich collezionata da un carabiniere sventato, con migliaia di discussioni sui social tra storia araldica e dinamiche simboliche, la gente si finisce per convincere che il fascismo è diffuso. Un esempio da manuale di profezia che si autoavvera.
Mi occupo di destre radicali da quasi 30 anni, ho scritto 5 o 6 libri che trovano spazio nelle biblioteche delle più importanti università americane, decine di articoli, migliaia di post in un blog ultraspecializzato che quest’anno ha già superato il milione di pagine lette, e non ricordo mai una così calda, appassionata, ostinazione mediatica sul tema del pericolo fascista che ovviamente mi sta tanto a cuore.
A onor del vero, un precedente c’è ma in tutta evidenza le differenze sono molto importanti. Parlo, infatti, dell’emergenza naziskin nella prima metà degli anni 90. Il crollo dell’Impero sovietico e dei regimi satelliti innescò un’ondata migratoria di profughi in fuga dalla miseria e dalla catastrofe sociale e una reazione molto violenta di piccole frange di estremisti di destra. Nell’immaginario collettivo l’unificazione tedesca evoca, dopo la grande festa della demolizione del muro, i foschi bagliori del rogo dell’ostello degli asylanten a Rostock, bruciato dai naziskin, applaudito dagli indigeni. L’Italia era un paese allo sbando e aveva  la guerra alle porte: sull’altra sponda dell’Adriatico bande scatenate di fascisti serbi e croati praticavano senza vergogna la pulizia etnica e lo stupro di massa.
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Gomorra e i social: la grande criminalità tra palco e realtà

Sì, è vero, il grande cinema come la grande televisione producono mutamenti culturali, perché lavorano alla costruzione di nuovi immaginari collettivi. Il dibattito però che si è puntualmente riavviato con il lancio della terza serie di Gomorra è decisamente stantio. No, Gomorra non genera nuova camorra. La assoluta brutalità e dissennatezza delle nuove leve criminali ci sono già tutte e certo c’è dell’ ironia che abbiano trovato il loro narratore d’eccellenza proprio in quel Simone De Meo che da giornalista bambino fu tra le fonti misconosciute di Gomorra. La scelta di chiamare Ghotam City il suo romanzo verità sulla camorra dei bambini testimonia la consapevolezza di una (mala)vita che si fa essa stessa opera letteraria, gotica, eccessiva, dando grande importanza alla rappresentazione.

E se è sbagliato raccontare il brutto che c’è allora tocca chiedere scusa ad Andreotti e ai bigotti che a metà del secolo scorso si impegnarono in un’aspra polemica con i giganti del neorealismo che offrivano al mondo un’immagine lacerata e dolorante dell’Italia devastata dalla guerra.
I CORLEONE E I SOPRANO – No, nessuno mafioso è diventato tale dopo aver visto la saga del Padrino. Solo che, come ci ha insegnato quel capolavoro assoluto delle serie tv che è i Soprano, nessun boss aveva mai pronunciato la frase: “Gli ho fatto un’offerta che non poteva rifiutare”. Cimino e Puzo hanno dato a soldati e capodecine un senso tragico e al tempo stesso orgoglioso della loro storia, parole con cui raccontarsi, un’immagine a cui conformarsi. Ma la rozza potenza linguistica di una testa di cavallo mozzata infilata nel letto del proprietario non ha bisogno di didascalie.
LA TESTATA DEL PUGILE – Altro, invece, è il terreno minato su cui certa malavita organizzata rischia di farsi male ed è la sfera sempre più invasiva e dominante della comunicazione social. E qui la contaminazione e l’effetto di retroazione tra palco e realtà sono complessi e articolati. Senza l’ondata di indignazione per l’impunità del bruto, molto probabilmente la procura di Roma non si sarebbe spinta nella forzatura di una nuova categoria penale, la capocciata con modalità mafiosa, che comunque al momento ha retto al vaglio di due giudici, il gip e il riesame. Così come senza le telecamere e il piccolo pubblico dei sostenitori del pugile, la tensione tra Spada e Piervincenzi non sarebbe arrivata alla violenza improvvisa. Così da qualche settimana sta al carcere duro un incensurato che ha già resistito, senza conseguenze, all’accusa di essere il reggente di un clan. La necessità di affermare la sua forza davanti alla tenace molestia del giornalista gli sta costando caro.
LA MAFIA E LA NEBBIA – E’ proprio forse questo il nodo fondamentale e la cosa ha anche un rilievo giuridico. Finora, per decenni, persistendo la difficoltà di tenere insieme documentatamente i vincoli associativi e la modalità mafiosa, decine di sentenze hanno affermato il principio che la mafia è come la nebbia della barzelletta napoletana: se c’è non si vede. Così cosa dobbiamo pensare dei rampolli delle famiglie ndranghetiste di San Luca che menano vanto sulle pagine facebook? Una così plateale violazione della regola fondativa – con parole di omertà è fondata società – che cosa significa: Che non sono “uomini” d’onore? Che la virtù fondamentale dell’uomo d’onore non è più il silenzio? Questo conflitto culturale, che si è già manifestato in tante indagini di polizia che hanno beneficiato delle stolide vanterie dei malandrini social, per alcuni aspetti è una soluzione ma sicuramente pone un problema serio sul terreno giudiziario. La Procura di Roma aveva provato ad affrontarlo con il processo a Mafia Capitale. Al primo grado di giudizio gli ha detto male. Il Nero non è un mafioso.
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Dopo il raid alla Repubblica: tra Forza Nuova e stampa una lunga storia “nera”

forza nuova
Nel rapporto con i media c’è una sostanziale differenza tra i due movimenti. Mentre CasaPound ha sempre praticato una strategia dell’attenzione, che ha visto nelle ultime settimane grandi personalità giornalistiche come Formigli e Mentana ospiti del palazzone dell’Esquilino per animati dibattiti, Forza nuova ha sempre vissuto una logica di scontro frontale che ha messo capo ad alcuni episodi clamorosi.
L’incursione nel cortile del palazzo del gruppo L’Espresso-De Benedetti, una decina di militanti a volto coperto “armati” di bandiere di Forza Nuova e fumogeni, è il primo atto di una “guerra” politica e mediatica che il loro leader Roberto Fiore ha proclamato nel rivendicare l’attacco. Una risposta dura alle inchieste che nelle scorse settimane, soprattutto il settimanale, ha dedicato ai network internazionali e alle reti di finanziamento di un circuito in cui spesso attività di impresa e impegno politico si alimentano a vicenda. Immediata la condanna dell’attacco da parte degli ‘avversari’ di CasaPound. Come già dopo lo striscione contro l’abitazione del sindaco di Lucca, Simone Di Stefano non ha esitato a definire il gesto “sbagliato e inopportuno”.
LA BOMBA AL MANIFESTO- Nel dicembre 2000, dopo la bomba al Manifesto, Forza Nuova è nella tempesta. L’arrestato,  Andrea Insabato, gia detenuto per alcuni anni e poi assolto nell’inchiesta contro Terza Posizione, ha evidenti legami con il gruppo. Non c’è prova che sia un militante ma è stato fotografato all’ultima manifestazione e le persone che ha visto prima e dopo l’esplosione che lo ha reso invalido sono due dirigenti romani dell’organizzazione. La mattina presto Insabato passa per l’edicola del federale romano, Francesco Bianco, un ex membro del primo gruppo di fuoco dei Nar. Il Manifesto pubblica l’indirizzo dell’esercizio commerciale e così un gruppo di attivisti antifascisti lo sfascia nella notte prima della conferenza stampa nella sede di Forza Nuova.
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