23 maggio. 25 anni dopo la morte di Giovanni Falcone: la mafia sommersa

Venticinque anni fa la strage di Capaci con la morte di Giovanni Falcone, della moglie della scorta. Come il sequestro Moro per le Brigate Rosse, il punto di massima offensiva del terrorismo mafioso rappresenta l’inizio della fine. In pochi mesi arrivano, con la strage di via d’Amelio, il 41 bis, l’arresto di Riina, la trattativa insanguinata dalla campagna contro i monumenti. La Cosa nostra di Provenzano rappresenta un’altra cosa: la mafia che torna a incistarsi nel potere, che riesce finanche, camaleonticamente, a indossare i panni dell’Antimafia. Una realtà con cui dobbiamo fare i conti ancora oggi. Ma la strage di Capaci rappresenta anche qualcos’altro: un grande momento di presa di coscienza collettiva, il giorno della scelta per tanti giovani di un impegno civile, sociale e politico da portare avanti. Nel nome di Falcone e Borsellino. Come racconta magnificamente Lucilla Parlato, un un post su facebook:

Sono trascorsi 25 anni da quel 23 maggio 1992, il giorno della strage di Capaci in cui persero la vita il Giudice palermitano Antimafia Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della sua scorta, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani. “E forse questo io lo avevo messo pure nel conto, perché ero convinto che lo avrebbero eliminato comunque. Almeno, dissi, se deve essere eliminato l’opinione pubblica lo deve sapere e lo deve conoscere.  Il Pool Antimafia deve morire davanti a tutti, non deve morire in silenzio” commentó Borsellino, ucciso qualche settimana dopo. Avevo 23 anni, Massimiliano Gallo 20. Eravamo già due ragazzetti atipici, che odiavano uscire il sabato sera. Ma quel sabato – non esistevano web e cellulari ai tempi – rimanemmo paralizzati di fronte alla tv di casa sua. Io ricordo quello stupore impotente e la sensazione che il mondo faceva schifo. Poi da grande più di un 23 maggio l’ho passato a Palermo, senza mai dimenticare la rabbia e lo stupore di quel sabato dei miei 23 anni. Ci sono giorni che restano impressi nella memoria per tutta la vita. Quello di un quarto di secolo fa sicuramente ha segnato il passaggio definitivo alla mia età adulta, quella della consapevolezza peggiore. E credo che non accadde solo a me. Ci sono storie che segnano passaggi collettivi di una intera generazione. Come quel sabato 23 maggio 1992.

Quello che ha rappresentato il 12 dicembre 1969 per la mia generazione…

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Il terrorista islamico di Milano: un dramma della dis/integrazione

E’ un giovane sbandato il sicario della stazione centrale di Milano, indagato come terrorista  islamico. Negli ultimi mesi, uscito dal carcere dove era finito come pusher, ha pensato di trovare compagnia alla solitudine simpatizzando per l’Isis. Ci hanno tenuto subito a rassicurarci: non è un migrante, ma è italiano. Figlio di un tunisino e di una meridionale, entrambi con precedenti violenti, abbandonato a se stesso da una famiglia disfunzionale.
terrorista islamico
Numerosi tratti del profilo corrispondono al tipo che alimenta le reti islamiste in Francia e Belgio. Un piccolo delinquente di seconda o terza generazione, passato per la galera, socialmente emarginato. Ma qui ci troviamo di fronte a un lupo solitario in cui è, in tutta evidenza, la solitudine a determinare l’imbestialimento.

Del resto perché uno che mangia alle mense dei poveri, vive in strada, dorme in un furgone scassato in un quartiere degradato non dovrebbe essere incazzato con il mondo e con la vita?

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La strana alleanza di Melito: già litigano su tutti i fronti

Ieri pomeriggio ero presente al comitato elettorale di Pietro D’Angelo Sindaco di Melito in quanto candidato indipendente nelle fila della lista “Insieme per Melito” civica composta dall’Associazione Popolo della Famiglia e Terra Nostra.
Durante il suo intervento Nino Simeone Consigliere – Presidente Commissione Infrastrutture Lavori Pubblici e Mobilità Comune di Napoli ha usato più volte la parola “compagni” e rimarcato la differenza che c’è tra loro ed altri che compongono la coalizione che sostengo Pietro D’Angelo. Compagni un par de balle. Io credevo ed ancora credo che per il bene di Melito le differenze ideologiche che ci sono tra le varie componenti che sostengo D’Angelo erano state messe da parte e che l’importante era solo il bene del territorio, ma Simeone è stata la voce fuori dal coro, ritengo che il suo intervento non sia stato corretto verso il sottoscritto e verso chi come me ideologicamente è lontano anni luce dal suo credo politico. Io sono orgoglioso di stare dalla parte “sbagliata” orgoglioso di credere nei valori di DIO, PATRIA E FAMIGLIA quella famiglia che dovrà essere il centro del progetto politico per la rinascita di Melito e dell’Italia intera.

Così, Vincenzo Stravolo, già dirigente napoletano forzanovista e ora candidato indipendente della lista Popolo della Famiglia Terra nostra, contesta le pretese egemoniche della sinistra sull composita coalizione, che sostiene la candidatura a primo cittadino di Pietro D’Angelo, esponente del Movimento dei progressisti Articolo Uno, che è stata presentata nel pomeriggio di mercoledì 17 maggio alla stampa ed all’opinione pubblica di Melito, popoloso comune dell’hinterland partenopeo. Una coalizione che va dalla deputata Michele Rostan, eletta nelle file del Partito Democratico ed approdata al movimento dei progressisti Articolo Uno, a Marcello Taglialatela di Fratelli d’Italia, passando per il Popolo della Famiglia, movimento della destra cattolica guidato da Mario Adinolfi, ed alcune liste civiche, espressioni del territorio.
Una coalizione già litigiosa: perché oltre alle polemiche tra rossi e neri emerge anche uno scontro interno a Fratelli d’Italia. La partecipazione di Marcello Taglialatela all’apertura della campagna elettorale di D’Angelo, non è andata proprio giù a Luciano Passariello, consigliere regionale e membro della direzione nazionale di Fratelli d’Italia Alleanza Nazionale che non condivide l’alleanza contro natura tra il suo partito e la sinistra e definita una «scelta del tutto personale», in antitesi «all’orientamento del partito che non può sostenere un candidato proveniente dalla sinistra».

 

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Brigate Rosse: una storia interna alla violenza operaia degli anni 70

Al TPA_Terzo Piano Autogestito Palazzo Gravina Via Monteoliveto, 3 Napoli. Giovedì 18 Maggio 2017 ore_19,00 presentazione di  “BRIGATE ROSSE. Dalle fabbriche alla campagna di primavera”. di  M. Clementi, P. Persichetti, E. Santalena, edizioni Derive e Approdi, con l’intervento di  P. Persichetti, introduce M. Anselmo

violenza operaiaE ‘ un progetto ambizioso: il volume presentato stasera da uno degli autori, nello spazio autogestito degli studenti di Architettura, è il primo di una trilogia che punta a essere l’opera definitiva sulla storia delle Brigate Rosse. Aspirazione non velleitaria: perché il team è qualificato e ben assortito. Marco Clementi, ricercatore di Storia dell’Europa orientale ad Arcavacata, ha pubblicato già opere sulla “pazzia di Moro” e la “storia delle Brigate rosse”. Elisa Santalena insegna presso l’Université Grenoble-Alpes, dove collabora con il Laboratoire Universitaire Histoire Cultures Italie Europe. Studia gli anni della rivolta in italia, la questione carceraria, i movimenti armati e di contestazione. Paolo Persichetti è un ex brigatista di ultimissima generazione: la condanna per le Br-Ucc e l’estradizione dalla Francia (caso più unico che raro) gli hanno stroncato una promettente carriera accademica a Paris 8. I tre hanno combinato sapientemente fonti orali (con interviste esclusive ad alcuni dei leader del principale gruppo armato italiano) e lavoro di archivio (con uno scrupoloso spoglio dei numerosi documenti di polizia e servizi segreti recentemente desecretati) e così facendo parlare “guardie e ladri” sono riusciti a restituirci una potente visione di assieme.

Da questo lavorio emerge un dato interessante: le analisi e le ipotesi investigative elaborate in tempo reale in anni in cui le forze dell’ordine non potevano avvalersi né di infiltrati (l’unico, il pittoresco fratello Mitra, fu bruciato per catturare Curcio e Franceschini) né di pentiti dimostrano una capacità di conoscenza e di comprensione decisamente superiore ai risultati ottenuti sul campo e alle idee correnti sulla qualità della nostra intelligence

Il merito precipuo del primo volume, che tratta gli anni dal 1970 al 1978, dalla nascita all’acme del sequestro Moro, è però un altro. Attraverso una puntuale ricostruzione dell’elaborazione teorica e della pratica militante delle prime Brigate rosse si restituisce al fenomeno la sua realtà effettuale: essere stata cioè non una banda criminale o una spectra agita da chissà quale potenza straniera od oscura ma un’organizzazione nata e cresciuta dentro il conflitto sociale dei primi anni Settanta, in cui la violenza operaia in fabbrica, dai pestaggi dei capi e dei crumiri al sabotaggio della produzione, era diffusa e quotidiana. A differenza degli altri gruppi rivoluzionari, che estendono le lotte dai quartieri alle carceri, dalle caserme ai manicomi, la Brigate rosse concentrano per i primi anni le loro attività nelle fabbriche del triangolo industriale. Poi, “fallite le esperienze dei gruppi politici extraparlamentari nati nel biennio 1968-69, la lotta armata divenne, a metà degli anni Settanta, un’opzione che conquistò larghi settori del movimento. Le Brigate rosse furono, semplicemente, parte di quel processo”.

PER APPROFONDIRE: una lunga (e bella) intervista di Massimo Bordin a Paolo Persichetti per Radio Radicale

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I due Renzi e le intercettazioni: l’autorete del Fatto

Era tutto un teatrino? O Matteo Renzi ha veramente fatto un’imbruttita al padre sullo scandalo Consip e i rapporti con Romeo? Comunque la diffusione dell’intercettazione si è rivelato un boomerang per la banda del Fatto Quotidiano. Visto infatti l’effetto spot per l’ex premier i “ragazzi del coro”, ben supportati dal fuoriclasse nazionale del gossip Roberto “Dagospia” D’Agostino, hanno rilanciato: Renzi sapeva che il padre era intercettato, ha messo in scena la sua innocenza, buttando a mare il vecchio con tutti i panni. Non ci piace il pregiudizio negativo ma il precedente è ottimo: perché a questo punto sarà sempre possibile porre il dubbio. Il sospettato sapeva di essere intercettato e quindi ha manipolato la realtà. Del resto, in tempi non sospetti, abbiamo segnalato come, ad esempio, Massimo Carminati, ben sapendo di essere controllato, abbia usato le intercettazioni per mandare segnali, costruirsi un nuovo personaggio o semplicemente divertirsi…

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I migranti e i valori: una sentenza pericolosa

valori

La prima pagina di la Repubblica

La sentenza di ieri della cassazione, che, confermando il divieto per un sikh osservante di portare il coltello sacro (in realtà una scimitarra) si è guadagnata le prime pagine dei giornali, contiene un precedente pericoloso. Si afferma infatti che gli stranieri devono conformarsi ai nostri valori. Un’idea totalitaria: nello stato di diritto i cittadini devono rispettare le norme, i valori rientrano nella sfera privata e non sono oggetto di attenzione legislativa. E’ nello Stato Etico che si pretende di normare anche il pensiero. Sarebbe quindi stato sufficiente riaffermare il principio che non si può fare (porto d’arma bianca, nello specifico) quello che la legge esplicitamente vieta. Dopo l’appello della politica (la Serracchiani) arriva ora la magistratura ad aumentare la pressione sul fronte caldo dei migranti: e la Cassazione, organo politico-giudiziario per eccellenza, dà il segno preciso che la direzione del vento sta cambiando.

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I complotti e la realtà: dal “biscotto” calcistico all’affare migranti

Oramai non manca mai modo di costruire un complotto, anche quando ci sono spiegazioni più semplici per la realtà delle cose. Vale per una  partita di calcio ma anche per questioni più serie. Ieri la Juventus ha perso in maniera abbastanza mortificante nel confronto diretto con la Roma che poteva già darle il sesto scudetto consecutivo. Una squadra imbottita di riserve perché mercoledì si gioca la finale di Coppa Italia, mentalmente scarica dalla conquista, mercoledì scorso della finale di Champions League, contro una formazione che si giocava un’intera stagione per difendere il secondo posto e l’accesso diretto ai gironi europei (un affare da decine di milioni di euro). Chi doveva vincere? Ma per i tifosi napoletani no, c’è stato il “biscotto” (l’accordo fraudolento tra due formazioni che concordano un risultato utile per entrambe ai danni di una terza) perché la Juve ha paura del Napoli l’anno prossimo e quindi per indebolirlo vuole che vada ai preliminari di Champions League …  Per un presunto, assai differito e non dimostrabile beneficio avrebbe volontariamente accettato il rischio di riaprire la corsa scudetto. Decisamente autolesionista, no? La teoria del complotto contro il rasoio di Occam, che ha vita grama in questi tempi confusi.
Così, dicevamo, è anche su questioni ben più serie. Come l’affare migranti. Ma qui all’antico Occam occorre aggiungere il grande vecchio Marx, va’ dove ti portano i soldi. Mentre da settimane inseguiamo i sospetti del pm di Catania sulle presunte collusioni tra ONG salva-migranti e negrieri, arrivano altri magistrati a spiegarci che le cose sono semplici: sul Cara di Isola Capo Rizzuto, il più grande d’Europa, comanda e ingrassa la ndrangheta. E ci mangiano sopra organizzazioni caritatevoli legate alla Chiesa e alla politica, il parroco strapotente e il manager che ha buoni gradi di prossimità con la famiglia Alfano.

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14 maggio 1977: la violenza armata tra messa in scena e realtà

Custra14 maggio 1977: vicino al carcere di San Vittore, ai margini di un corteo contro la repressione,  una banda di autonomi fa fuoco sulla polizia e uccide il vicebrigadiere Antonio Custra. L’immagine di Giuseppe Memeo fissato mentre spara a braccia unite e ginocchia piegate diventa il simbolo degli anni di piombo.
Quando il Msi deve lanciare la campagna per la pena di morte contro i terroristi è la foto scelta per il manifesto.Eppure, se andiamo a leggere gli atti del processo, scopriamo che non è stato lui ad uccidere: la pallottola assassina è una 7,65, lui impugna una calibro 22 da tiro, una pistola “leggera”, dallo scarso rinculo, che non richiede particolari precauzioni per l’uso. E’ una “messa in scena” nel senso letterale del termine.

Quel giorno la banda  Romana Vittoria scende in piazza armata, come già fatto  in altre occasioni. Due giorni prima la polizia di Kossiga ha ucciso una studentessa negli scontri scatenati perché i radicali, per festeggiare l’anniversario del referendum del divorzio, hanno manifestato nonostante il divieto del Viminale. Il cordone di polizia blocca uno degli accessi al carcere ma si tiene prudentemente a più di cento metri dal corteo che sfila. Il collettivo Romana Vittoria è uno dei più agguerriti della galassia di “Rosso”, l’area dell’Autonomia che fa capo a Toni Negri: un gruppetto di giovanissimi si sgancia dal corteo per lanciare molotov contro le forze dell’ordine e i pistoleri li seguono per “coprirne” la ritirata. L’incursione riesce male, solo in pochi entrano in azione: tra questi tre studenti del Cattaneo che, identificati subito dalle foto pubblicate dall’Espresso, saranno arrestati e condannati per concorso in omicidio anche se una perizia dimostra che l’angolo di tiro era troppo alto per colpire i poliziotti distanti.
E’ nel momento della ritirata che Memeo decide di sparare sulla polizia. Senza che fosse previsto, senza che ce ne fosse necessità. Il suo gesto scatena gli altri compagni. Tutti gli altri armati, 5 o 6, fanno fuoco anche loro. Una pallottola colpisce e uccide Custra. Anni dopo, grazie al pentimento di due dei protagonisti della giornata, Marco Barbone ed Enrico Pasini Gatti, parte la seconda istruttoria che si concluderà con la condanna di tutti i responsabili. L’inchiesta, in cui le foto hanno un ruolo fondamentale, è raccontata in questo video dal giudice Salvini mentre qui è possibile leggere l’ordinanza che ricostruisce l’episodio.

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Serracchiani, Forza nuova e lo stupratore: il trionfo del banale

serracchiani

Sottoscriviamo quanto dichiarato dalla Governatrice e la invitiamo a ritirare la tessera onoraria del nostro movimento, anche lei, a quanto pare, comincia a capire.

ULTIM’ORA

Laura Boldrini ha chiesto a Zuckerberg di oscurare le pagine della pericolosa razzista Debora Serracchiani…

Forza Nuova entra a gamba tesa nella polemica scatenata dalle dichiarazioni del governatore democratico Debora Serracchiani,   a proposito del tentato stupro da parte di un richiedente asilo. Tutti i paladini del politicamente corretto, dell’impeccabile pensiero e dei buoni sentimenti si sono scatenati accusando l’ex vicesegretaria nazionale di razzismo.
Il movimento guidato da Roberto Fiore coglie l’occasione per guadagnarsi una finestra di visibilità, enfatizzando il comune sentire, il buon senso popolare contro l’ideologia degli intellettuali: dimettiti dal Pd e te la diamo noi la tessera …
La questione è però un’altra. La politica democratica non è razzista, si limita a ragionare col senso comune e resta sul banale, cosa che un politico non dovrebbe fare: ma tra i danni dell’ondata populista c’è anche l’inseguimento ossessivo dei borbottii della pancia della gente. E’ ovvio che tu ti incazzi di più se uno approfitta della tua generosità ma dai politici invece bisognerebbe pretendere una capacità di pensiero complesso… Il che succede sempre più raramente rispetto alle sfide di questioni maledettamente complicate come la catastrofe demografica in atto.

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De Magistris e il Daspo: todos caballeros

«La mia opinione personale è che il pre daspo a un fioraio sembra un non senso al di là della correttezza formale o meno, tanto è vero che ho deciso di far venire il fioraio nel mio ufficio, a lui daremo un’autorizzazione per dargli modo di vendere i fiori in modo regolare nella nostra città, con un bel luogo in cui nessuno lo potrà disturbare e nessuno potrà applicargli, un domani, un d’aspo». Così il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, a margine della presentazione del Pon metro a Castel dell’Ovo, commenta la misura applicata, in ottemperanza della legge Minniti, dalla polizia municipale nei giorni scorsi, ad un fioraio ambulante. Il primo cittadino, che dell’episodio ha parlato anche con il comandante della Polizia Municipale, Ciro Esposito, ribadisce la necessità dell’emersione del lavoro nero, precario e border line, come è stato fatto negli ultimi anni, concedendo circa 5 mila autorizzazioni agli ambulanti per svolgere il loro lavoro «accettando le regole della città, le regole del vivere comune, del decoro, uscendo dal limbo della precarietà».

Con un colpo di fantasia il sindaco di Napoli Luigi De Magistris esce dal vicolo cieco in cui era finito, per la difficoltà di tenere assieme l’annunciata opposizione all’odioso decreto Minniti e la decisione dei “suoi” vigili urbani” di applicarlo al fioraio ambulante di piazza Amedeo. E così si era beccato l’esplicita contestazione anche della frangia di antagonisti a lui più legati, a paritre da Insurgencia.
La soluzione? Gli diamo la licenza e così diventa regolare. Bisognerà vedere quando i vigili applicheranno la misura alle centinaia di ambulanti abuvisi. Che farà? Todos caballeros?

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Sono nato a Napoli nel 1956 e cresciuto a Posillipo. Vivo e lavoro a Potenza. Sposato da 35 anni, ho una figlia trentenne, un genero, un nipote. Militante dell’antagonismo sociale negli anni Settanta, ho proseguito il mio impegno sul fronte della solidarietà per i prigionieri degli anni di piombo, partecipando in prima persona alle campagne per la soluzione politica. Le mie posizioni da un marxismo critico di matrice operaista si sono evolute nella direzione di un radicale libertarismo. Col passare degli anni, ho spostato la mia attenzione dalla cronaca alla narrazione, dalla ricostruzione dei fatti ai dispositivi di costruzione delle storie...

L'alter-Ugo è la superfetazione del blog Fascinazione, chiuso alla fine di febbraio 2013, quando ha superato il milione di visitatori e poi riaperto e affidato alla cura del discepolo più devoto. Perché 25 anni di ricerca e osservazione sulla fascisteria bastano e avanzano anche a un maniaco compulsivo come me. Questo sito si occuperà ancora di politica e movimenti sociali ma offrirà pure una robusta documentazione d'archivio delle mie precedenti attività giornalistiche e costituirà lo snodo per accedere a tutti i miei canali del web 2.0 (blog, anobii, youtube, flickr)