Altero Matteoli: dall’altare del governo alla polvere dello scandalo Mose

altero matteoliUna lunga carriera parlamentare, segnata da tante polemiche e qualche scandalo che ha scandito la sua presenza costante nei governi Berlusconi, eppure la notizia della sua scomparsa, in un incidente stradale sull’Aurelia, è stata raccolta da unanime cordoglio nella comunità politica romana. Altero Matteoli, parlamentare di lunghissimo corso, dal 1983 a oggi, ha attraversato tutte le metamorfosi della destra italiana, essendo in qualche misura un antesignano del suo rinnovamento e della fuoriuscita dalle secche del neofascismo. Era stato infatti eletto in Toscana alla Camera, prendendo il posto del suo leader, Beppe Niccolai, che aveva deciso di concludere anzitempo la sua avventura parlamentare dopo aver lasciato traccia di sé in una memorabile relazione di minoranza nella I Commissione Moro.

Una piccola corrente di opposizione ad Almirante, che già guardava oltre e riconosceva nel dialogo con Craxi l’opportunità di ricomporre lo strappo consumato da Mussolini nel 1914 per dar vita a una rinnovata tendenza di socialismo nazionale. Una piccola corrente beffarda e coraggiosa, animata com’era da un livornese (lui) e un pisano (Niccolai): riuscirono a fare approvare al comitato centrale del Msi, nel 1988, una mozione “sociale” che riprendeva un identico testo varato dall’omologo organo del Partito comunista. Morto Niccolai, Matteoli ne ereditò la leadership del partito in Toscana. Fu quindi tra i fondatori di Alleanza Nazionale e ministro all’Ambiente nel primo governo Berlusconi, uno dei cinque missini che ruppero lo storico veto antifascista dell’Arco costituzionale. E’ confermato in ruolo nel II e III governo Berlusconi, che coprono l’intera legislatura dal 2001 al 2006. Anni segnati da profonde contestazioni da parte degli ambientalisti. LEGGI TUTTO su TISCALI.IT

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Fioroni: le mezze verità su Moro costruite a tavolino da Morucci e i servizi segreti

 Hanno lavorato in molti a costruire la verità giudiziaria sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro ma quello che sappiamo è solo un pezzo molto piccolo di verità, la parte “dicibile”. Sono sconvolgenti le conclusioni a cui giunge il presidente della III commissione parlamentare Moro, Giuseppe Fioroni che, ricordiamolo, non è un grillino rampante ma un pacatissimo democristiano di lungo corso: nel 1989, a poco più di 30 anni, fu eletto sindaco di Viterbo per entrare alla Camera nel 1996, con il Partito popolare. Perché alla fabbricazione di questa verità di comodo hanno lavorato molti pezzi importanti dello Stato, protagonisti della vittoria sulle Brigate rosse: i leader politici della lotta al terrorismo, Cossiga per la Dc e Pecchioli per il Pci, magistrati di punta come Imposimato, i vertici dell’amministrazione penitenziaria, uomini dei servizi segreti civili.
TUTTI GLI UOMINI DELLO STATO AL LAVORO CON MORUCCI – “La costruzione della verità giudiziaria sulla vicenda Moro appare legata all’azione di una pluralità di soggetti che operarono attorno al percorso dissociativo di Morucci. Il suo memoriale è solo la definizione del perimetro delle cose dicibili”. Secondo Fioroni tutto nasce dal lavorio di Valerio Morucci, l’ex brigatista che aveva gestito la diffusione delle lettere scritte da Moro durante i 55 giorni del sequestro. LEGGI TUTTO SU TISCALI
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E alla fine i Ris e il Dna confermano quel che sappiamo sul sequestro Moro

Ancora una volta, una commissione parlamentare d’inchiesta che si è occupata del sequestro Moro finisce i suoi lavori senza giungere a conclusioni. Stamattina, in una conferenza stampa, il presidente Fioroni presenterà il terzo report provvisorio, un volumone di quasi 300 pagine che documenta un lavoro imponente ma impotente. Era già successo sedici anni fa con quella presieduta dal senatore Pellegrino. In quel caso, però, la bozza di relazione proposta dal parlamentare diessino lasciò traccia, orientando saggistica e cronaca giornalistica sul terrorismo italiano verso una maggiore attenzione al contesto internazionale e ai giochi politici e militari delle potenze, più o meno grandi, attive nello scacchiere mediterraneo.
LA I COMMISSIONE E LEONARDO SCIASCIA Solo la prima Commissione Moro c’è riuscita, nonostante la chiusura anticipata di un anno della legislatura, nel 1983. Anzi mise capo a due relazioni conclusive contrapposte, una di maggioranza approvata da Dc, Pci, repubblicani e socialdemocratici, l’altra, opera prevalente di Leonardo Sciascia, votata da uno schieramento trasversale che andava dal Msi ai socialisti, cioè le forze che per distinte ragioni dissentivano dalle posizioni e dalla ricostruzione storica di quello che era stato il “partito della fermezza”, l’ampia coalizione che rifiutò ogni trattativa con le Brigate rosse durante il sequestro di Aldo Moro.
TANTE LE PISTE FINITE NEL NULLA – Molte e roboanti le anticipazioni su clamorose svolte investigative annunciate dal presidente Fioroni e dal più attivo dei commissari, Gero Grassi, che si è impegnato in un faticosissimo e meritorio tour in decine di scuole per raccontare a migliaia di studenti una pagina a loro spesso ignota della recente storia italiana. Non c’è singolo passaggio del sequestro Moro che non sia stato rivistato, nel quadro di un’ottica dietrologica e complottista: dal numero dei brigatisti attivi a via Fani alle “presenze inquinanti” sulla scena del rapimento (‘ndranghetisti, uomini dei servizi segreti, terroristi tedeschi, motociclisti di supporto), dalle prigioni di Moro alla visita di un sacerdote nel covo, dalle influenze internazionali alle modalità dell’omicidio del leader dc, la commissione ha perlustrato una quantità enorme di piste e ipotesi. LEGGI TUTTO IN TISCALI.IT
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12 dicembre, le stragi impunite  anche per la guerra tra giudici

C’è anche la “guerra tra giudici” tra le cause del sostanziale fallimento delle inchieste contro le stragi fasciste che hanno insanguinato l’Italia dal 12 dicembre 1969, a piazza Fontana, al 1974 (Brescia e il treno Italicus). Lo dice con parole più felpate e con umana sofferenza Guido Salvini, il magistrato che a metà degli anni Novanta ha svelato l’arcano della strategia della tensione che quei massacri ha prodotto: l’intreccio tra manovali “neri” e apparati di sicurezza atlantici che li hanno arruolati, foraggiati, protetti.
L’occasione per questa che è, al tempo stesso, una clamorosa denuncia e uno sfogo doloroso è un istituzionalissimo convegno organizzato dall’Università di Padova nel novembre 2016. Il tema è “La rete eversiva di estrema destra in Italia in Europa (1964-1980)”. Partecipano molti magistrati che si sono occupati di queste indagini e studiosi di vari paesi. Salvini interviene su “Gli anni 1969- 1974 in Italia: stragi, golpismo e risposta giudiziaria”. Il volume che raccoglie gli atti sta per essere pubblicato.
Nel suo contributo, il giudice milanese, protagonista di tante clamorose inchieste, dal delitto Ramelli al calcio scommesse, tratta ovviamente di interventi del SID e di altri apparati dello Stato che negli anni ’70 hanno ostacolato le indagini e colluso con i responsabili delle stragi impunite. LEGGI TUTTO IN TISCALI.IT
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Virginia Raggi, dai peccati giovanili con la Destra all’impegno antifà

virginia raggi fa cancellare il murale di zicchieri
Il conto glielo presentarono subito, senza concessioni, appena fu chiaro che per i disastri incrociati di destra e sinistra, il futuro sindaco di Roma sarebbe stata lei.
Se a 25 anni vai a fare pratica legale nello studio Previti, no, non sei una di passaggio. La stessa rampa di lancio fu usata da Jole Santilli: “Sono studi particolari – raccontò allora all’Huffington Post la parlamentare forzista: – in cui si trattano affari importanti. Chi entra nello studio Previti o nello studio Sammarco è un tipo di avvocato particolare, non è uno che fa patrocinio gratuito. E che, stando dentro, acquisisce una serie di relazioni”. Negli anni dell’assalto alla diligenza da parte della Destra, con Alemanno al Campidoglio, l’ex ministro della Difesa del primo governo Berlusconi era in posizione defilata. Travolto dalle condanne giudiziarie, costretto alle dimissioni da parlamentare dopo una dura resistenza. Ma il  sistema Previti di relazioni, fra magistrati, avvocati, imprenditori e politici non aveva perso smalto. Secondo Alessandro De Angelis, vicedirettore di HP Virginia Raggi entra nel mondo della professione dentro “questa galassia della vera destra, tra tribuna dell’Olimpico e Roma nord, che nella Capitale ha raccolto una parte importante dell’eredità andreottiana, compresa una nebbia fitta nel porto, intesa come un tribunale dove finivano insabbiate le inchieste scottanti prima che al Tribunale arrivasse Pignatone”. Un peccato di gioventù grave per un astro nascente della galassia pentastellata. Tanto è che Virginia Raggi omette dal curriculum l’unico incarico dirigenziale ricoperto in quella fase: la presidenza di una società riconducibile a Panzironi, il braccio destro di Alemanno condannato per Mafia Capitale.<
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Ma in Italia un pericolo fascista non esiste

Un italiano su due ha paura del fascismo. Passi davanti all’edicola e sei attratto dal titolo di apertura di la Repubblica. Ti avvicini, leggi le prime righe dell’editoriale di Diamanti e ti rassicuri: quasi la metà degli italiani pensa che il fascismo sia molto o abbastanza diffuso ma non si parla di pericolo fascista. E certo, se tutto il carrozzone mediatico, noi compresi, dedica paginate a una bandiera del II Reich collezionata da un carabiniere sventato, con migliaia di discussioni sui social tra storia araldica e dinamiche simboliche, la gente si finisce per convincere che il fascismo è diffuso. Un esempio da manuale di profezia che si autoavvera.
Mi occupo di destre radicali da quasi 30 anni, ho scritto 5 o 6 libri che trovano spazio nelle biblioteche delle più importanti università americane, decine di articoli, migliaia di post in un blog ultraspecializzato che quest’anno ha già superato il milione di pagine lette, e non ricordo mai una così calda, appassionata, ostinazione mediatica sul tema del pericolo fascista che ovviamente mi sta tanto a cuore.
A onor del vero, un precedente c’è ma in tutta evidenza le differenze sono molto importanti. Parlo, infatti, dell’emergenza naziskin nella prima metà degli anni 90. Il crollo dell’Impero sovietico e dei regimi satelliti innescò un’ondata migratoria di profughi in fuga dalla miseria e dalla catastrofe sociale e una reazione molto violenta di piccole frange di estremisti di destra. Nell’immaginario collettivo l’unificazione tedesca evoca, dopo la grande festa della demolizione del muro, i foschi bagliori del rogo dell’ostello degli asylanten a Rostock, bruciato dai naziskin, applaudito dagli indigeni. L’Italia era un paese allo sbando e aveva  la guerra alle porte: sull’altra sponda dell’Adriatico bande scatenate di fascisti serbi e croati praticavano senza vergogna la pulizia etnica e lo stupro di massa.
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Gomorra e i social: la grande criminalità tra palco e realtà

Sì, è vero, il grande cinema come la grande televisione producono mutamenti culturali, perché lavorano alla costruzione di nuovi immaginari collettivi. Il dibattito però che si è puntualmente riavviato con il lancio della terza serie di Gomorra è decisamente stantio. No, Gomorra non genera nuova camorra. La assoluta brutalità e dissennatezza delle nuove leve criminali ci sono già tutte e certo c’è dell’ ironia che abbiano trovato il loro narratore d’eccellenza proprio in quel Simone De Meo che da giornalista bambino fu tra le fonti misconosciute di Gomorra. La scelta di chiamare Ghotam City il suo romanzo verità sulla camorra dei bambini testimonia la consapevolezza di una (mala)vita che si fa essa stessa opera letteraria, gotica, eccessiva, dando grande importanza alla rappresentazione.

E se è sbagliato raccontare il brutto che c’è allora tocca chiedere scusa ad Andreotti e ai bigotti che a metà del secolo scorso si impegnarono in un’aspra polemica con i giganti del neorealismo che offrivano al mondo un’immagine lacerata e dolorante dell’Italia devastata dalla guerra.
I CORLEONE E I SOPRANO – No, nessuno mafioso è diventato tale dopo aver visto la saga del Padrino. Solo che, come ci ha insegnato quel capolavoro assoluto delle serie tv che è i Soprano, nessun boss aveva mai pronunciato la frase: “Gli ho fatto un’offerta che non poteva rifiutare”. Cimino e Puzo hanno dato a soldati e capodecine un senso tragico e al tempo stesso orgoglioso della loro storia, parole con cui raccontarsi, un’immagine a cui conformarsi. Ma la rozza potenza linguistica di una testa di cavallo mozzata infilata nel letto del proprietario non ha bisogno di didascalie.
LA TESTATA DEL PUGILE – Altro, invece, è il terreno minato su cui certa malavita organizzata rischia di farsi male ed è la sfera sempre più invasiva e dominante della comunicazione social. E qui la contaminazione e l’effetto di retroazione tra palco e realtà sono complessi e articolati. Senza l’ondata di indignazione per l’impunità del bruto, molto probabilmente la procura di Roma non si sarebbe spinta nella forzatura di una nuova categoria penale, la capocciata con modalità mafiosa, che comunque al momento ha retto al vaglio di due giudici, il gip e il riesame. Così come senza le telecamere e il piccolo pubblico dei sostenitori del pugile, la tensione tra Spada e Piervincenzi non sarebbe arrivata alla violenza improvvisa. Così da qualche settimana sta al carcere duro un incensurato che ha già resistito, senza conseguenze, all’accusa di essere il reggente di un clan. La necessità di affermare la sua forza davanti alla tenace molestia del giornalista gli sta costando caro.
LA MAFIA E LA NEBBIA – E’ proprio forse questo il nodo fondamentale e la cosa ha anche un rilievo giuridico. Finora, per decenni, persistendo la difficoltà di tenere insieme documentatamente i vincoli associativi e la modalità mafiosa, decine di sentenze hanno affermato il principio che la mafia è come la nebbia della barzelletta napoletana: se c’è non si vede. Così cosa dobbiamo pensare dei rampolli delle famiglie ndranghetiste di San Luca che menano vanto sulle pagine facebook? Una così plateale violazione della regola fondativa – con parole di omertà è fondata società – che cosa significa: Che non sono “uomini” d’onore? Che la virtù fondamentale dell’uomo d’onore non è più il silenzio? Questo conflitto culturale, che si è già manifestato in tante indagini di polizia che hanno beneficiato delle stolide vanterie dei malandrini social, per alcuni aspetti è una soluzione ma sicuramente pone un problema serio sul terreno giudiziario. La Procura di Roma aveva provato ad affrontarlo con il processo a Mafia Capitale. Al primo grado di giudizio gli ha detto male. Il Nero non è un mafioso.
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Dopo il raid alla Repubblica: tra Forza Nuova e stampa una lunga storia “nera”

forza nuova
Nel rapporto con i media c’è una sostanziale differenza tra i due movimenti. Mentre CasaPound ha sempre praticato una strategia dell’attenzione, che ha visto nelle ultime settimane grandi personalità giornalistiche come Formigli e Mentana ospiti del palazzone dell’Esquilino per animati dibattiti, Forza nuova ha sempre vissuto una logica di scontro frontale che ha messo capo ad alcuni episodi clamorosi.
L’incursione nel cortile del palazzo del gruppo L’Espresso-De Benedetti, una decina di militanti a volto coperto “armati” di bandiere di Forza Nuova e fumogeni, è il primo atto di una “guerra” politica e mediatica che il loro leader Roberto Fiore ha proclamato nel rivendicare l’attacco. Una risposta dura alle inchieste che nelle scorse settimane, soprattutto il settimanale, ha dedicato ai network internazionali e alle reti di finanziamento di un circuito in cui spesso attività di impresa e impegno politico si alimentano a vicenda. Immediata la condanna dell’attacco da parte degli ‘avversari’ di CasaPound. Come già dopo lo striscione contro l’abitazione del sindaco di Lucca, Simone Di Stefano non ha esitato a definire il gesto “sbagliato e inopportuno”.
LA BOMBA AL MANIFESTO- Nel dicembre 2000, dopo la bomba al Manifesto, Forza Nuova è nella tempesta. L’arrestato,  Andrea Insabato, gia detenuto per alcuni anni e poi assolto nell’inchiesta contro Terza Posizione, ha evidenti legami con il gruppo. Non c’è prova che sia un militante ma è stato fotografato all’ultima manifestazione e le persone che ha visto prima e dopo l’esplosione che lo ha reso invalido sono due dirigenti romani dell’organizzazione. La mattina presto Insabato passa per l’edicola del federale romano, Francesco Bianco, un ex membro del primo gruppo di fuoco dei Nar. Il Manifesto pubblica l’indirizzo dell’esercizio commerciale e così un gruppo di attivisti antifascisti lo sfascia nella notte prima della conferenza stampa nella sede di Forza Nuova.
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Allarme naziskin: tanto clamore per una realtà modesta

Esiste realmente un pericolo neonazista in Italia? Un’escursione nell’arcipelago nero aiuterà a renderci conto dell’effettiva consistenza delle truppe in campo. Che sono modeste, a fronte di una situazione di crisi e di tensione sociale crescenti nelle periferie, alimentate dalla povertà crescente e dal rancore dilagante per i presunti privilegi concessi a “profughi” e “migranti”.

Martedì 28 novembre. Como – 15 militanti del Veneto Fronte Skinhead interrompono una riunione della rete antirazzista lariana per leggere un volantino contro l'”invasione allogena”

Venerdì 1° dicembre. Torino – Nove militanti di CasaPound sono stati indagati per i saluti romani esibiti al cimitero Monumentale lo scorso 22 ottobre, durante la commemorazione dei caduti della Repubblica sociale italiana.

Sabato 2 dicembre – Un giovane carabiniere in servizio a Firenze ha denunciato dopo la diffusione di un video con le immagini della sua stanza: una bandiera del II Reich usato da movimenti neonazisti e xenofobi e un fotoritocco di Matteo Salvini con mitra e sciarpa romanista.

I segnali dell’emergenza “nera” si inseguono con ritmo incalzante anche se, come in tutti i fenomeni di panico sociale, il ruolo della grancassa mediatica è significativo. Ma esiste realmente un pericolo neonazista in Italia? Un’escursione nell’arcipelago nero aiuterà a renderci conto dell’effettiva consistenza delle truppe in campo. Che sono modeste, a fronte di una situazione di crisi e di tensione sociale crescenti nelle periferie, alimentate dalla povertà crescente e dal rancore dilagante per i presunti privilegi concessi a “profughi” e “migranti”. Una campagna di odio gestita sapientemente anche da settori della politica mainstream come la Lega Nord che sa parlare alla pancia borbottante del Paese. A ben vedere, mentre i gruppi più noti e strutturati sono da tempo impegnati in un’opera di consolidamento organizzativo e di sviluppo di una strategia “soft”, le nuove formazioni hanno una linea di comunicazione molto più aggressiva e spregiudicata, che rivendica senza infingimenti le posizioni più estreme e “maledette”. LEGGI TUTTO su TISCALI.IT

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Il Movimento Skin: da figli della classe operaia a cacciatori di stranieri e nemici degli ebrei

 

Gli Skinhead nascono alla fine degli anni 60 in Gran Bretagna tra i giovani della classe lavoratrice britannica, tant’è che per far riferimento ai principi fondativi di questo movimento si parla di spirit of 69. Ci vorranno più di dieci anni perché gli skinhead inizino ad essere etichettati come razzisti e neonazi/fascisti. In mezzo c’è la nascita della subcultura punk, che innesca conflitti e sinergie, l’intervento politico del National Front che dà vita alle sigle Combat 18 (militante) e Blood & Honour (rock anticomunista), e soprattutto i danni prodotti dalla crisi del welfare determinata dalle politiche ultraliberiste di Margareth Thatcher, che diventa premier nel 1979, e innesca la guerra sociale tra bianchi e “neri” poveri.
DA FANATICI DEL REGGAE A PICCHIATORI – Il movimento skin fondamentalmente nasce e rimane su base sociale (proletaria e sottoproletaria) piuttosto che politica. E’ un’evoluzione del movimento mod, una delle subculture giovanili più diffuse e popolari negli anni ’60, e ne esprime le istanze più radicali, di opposizione all’imborghesimento della working class, i cui valori tradizionali sono attaccati dal consumismo. L’abbigliamento caratteristico, dagli scarponi da lavoro ai jeans a tubo, è tipico degli operai dei cantieri edili e navali. Ma i gusti musicali dimostrano che i primi skinhead non sono dei fanatici della “preferenza nazionale”: dai rude boy, figli degli immigrati delle colonie caraibiche, ereditano la passione per la musica giamaicana. La colonna sonora degli original è ricca di colori e di ritmi: dal reggae allo ska, dal soul al R&B. Musiche decisamente “negroidi”. Manca proprio la creazione del genio britannico: il rock più o meno duro che nella seconda metà degli anni 60 ha conquistato il mondo. La politicizzazione a destra di una frangia significativa del movimento, i “bonehead” (dal cranio pelato che portano per distinguersi dagli originals che usano invece il basettone), quelli che saranno etichettati come i naziskin, genera per reazione la nascita di due diverse componenti: i rash, skin antirazzisti, che difendono le comunità di immigrati dalla ronde violente, e i redskin, anarchici e comunisti.

BANDE ROSSE, MILITANTI NERI – Il movimento skin in Italia nasce agli inizi degli anni ’80 sull’onda musicale del punk più duro, l’oi! La scena si arricchisce di bande importanti come i bolognesi Nabat, i savonesi Klasse Kriminale, i romani Banda Bassotti, formata da operai edili impegnati in iniziative di solidarietà internazionale, che si radicheranno nel centro sociale Forte Prenestino ed evolveranno verso musicalità ska punk. In pochi mesi, tra autunno 1982 e primavera 1983 sono ben tre i raduni musicali nazionali. Sono gli anni del grande riflusso, dopo la sconfitta del terrorismo e la fine dei movimenti politici giovanili, e così mentre le principali band si spostano a sinistra è nella sonnacchiosa provincia veneta, che è attraversata da un’impetuosa ondata di industrializzazione diffusa e di boom economica, che nasce la prima aggregazione bonehead. E’ il 1985, l’anno di fondazione del Veneto Fronte Skinhead. Il leader è il titolare di una fabbrichetta di Lonigo (Vicenza), Piero Puschiavo. Per il proselitismo e la costruzione di rapporti politici sono fondamentali le presenze alle varie tappe del circuito Rock against communism, ricco di decine di band dei vari paesi europei. L’altro canale di diffusione della cultura e della pratica skin è il tifo ultras. Gli Skin diventano una delle sigle più importanti della curva nerazzurra: nella seconda metà degli anni Ottanta lo stadio diventa un luogo privilegiato dell’avanzata della destra radicale. Uno dei capi del gruppo, Marcello “Metallica” Ferrazzi, un fattorino 23enne, è arrestato e accusato dell’omicidio di un tifoso dell’Ascoli, Nazzareno Filippini, ucciso nell’autunno dell’88 davanti allo stadio della città marchigiana, al termine di uno scontro tra ultras. Gli arrestati sono cinque ma è la sua foto, con i capelli a spazzola e gli imponenti bicipiti nudi e tatuati, che trionfa sulle pagine dei giornali. Il processo finirà in un nulla di fatto.

IL BIG BANG DELL’89 – Pochi mesi dopo, nel giugno 1989, una rissa al cinema Capranica tra estremisti di destra e di sinistra porta alla ribalta nazionale i “naziskin”. I “rossi” hanno la peggio e sono arrestati in Svezia due giovanissimi neofascisti, i gemelli Stefano e Germano Andrini. Accusati di tentato omicidio, saranno condannati per lesioni gravi. La stessa vittima parlerà di “una bufala giornalistica” a proposito di “naziskin”: Stefano ha i capelli lunghi.
E’ questione però, oramai, solo di pochi mesi e l’emergenza naziskin diventa una realtà europea. Ci vogliono il crollo del muro di Berlino, la dissoluzione dell’Impero sovietico, le grandi ondate migratorie dall’Est europeo per scatenare nel ricco Occidente il panico sociale. L’estate del 1990 resta nell’immaginario collettivo, oltre che per la delusione tremenda di Italia ’90, per le immagini delle carrette del mare che arrivano sulla costa pugliese cariche di migliaia di albanesi in fuga dalla dittatura e dalla miseria. L’unificazione tedesca è foscamente illuminata dai roghi degli ostelli appiccati dalle “teste pelate”, in guerra contro gli asylanten, nella ex Repubblica democratica.

LA RESISTIBILE ASCESA NEONAZI – I piccoli gruppi della destra radicale ne ricevono una potente scossa adrenalinica: Franco Freda, assolto dopo 15 anni di carcere per la strage di piazza Fontana, fonda una formazione d’elite, il Fronte nazionale, allo scopo di “fermare l’invasione allogena”. Il Veneto Fronte Skinhead, insieme ai milanesi di Azione Skinhead, dà vita, con i romani di Movimento politico, l’unico gruppo extraparlamentare superstite dalla catastrofe degli anni 80, a Basi autonome, un coordinamento nazionale che aggrega decine di realtà locali. Nel giro di qualche anno entrambi i movimenti finiranno per incagliarsi nelle maglie di ferro della legge Mancino, la legge contro la discriminazione razziale introdotta nel 1993 proprio per dare rilievo penale alle loro pratiche ed idee. Le campagne contro l’invasione che incoraggiano le pratiche violente di decine di “ciurme” di skin scatenate nella “caccia allo straniero” e nella difesa tribale del territorio. L’ostinata difesa del “revisionismo storico” sulla Shoa e in particolare la corrente radicale che sostiene che non esisteva un piano di sterminio intenzionale degli ebrei e che le camere a gas non erano destinate all’esecuzione di massa. Così Movimento Politico e Azione Skinhead sono sciolti d’ufficio mentre il Veneto Fronte se la cava perché ha statuto di associazione culturale. Freda ritorna in galera per qualche mese, con gli altri dirigenti del sodalizio e il gruppo viene sciolto. Pochi anni dopo gran parte delle sue tesi sul contenimento del fenomeno immigratorio entreranno nell’agenda politica mainstream attraverso il portone della Lega Nord. Anche sul piano della semplice efficacia in ordine pubblico la legge Mancino si rivela improduttiva: senza il freno degli attivisti politici che canalizzano le energie su più fronti, nel biennio 1994-1995 si succedono episodi di violenza xenofoba particolarmente brutale. I razzisti possono già fare a meno della fascisteria

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