A volte ritornano

[La destra radicale romana a metà degli anni Novanta, tra rigurgiti squadristi ed entrismo in Alleanza nazionale]
Dopo un crescendo di violenze squadristiche, i neofascisti romani riprendono a calarsi il passamontagna. Una grossa bomba carta contro la sede dell'Anpi (la Brigata Mussolini) poi una miriade di attentati incendiari contro sezioni del Pds e di Rifondazione, rivendicati da nuclei anticomunisti, attivi soprattutto nella periferia sudorientale della capitale, santuario di Avanguardia nazionale e poi di Movimento politico. Quando qualcuno ha rivendicato uno degli attentati a nome dell'organizzazione disciolta per la legge anti-naziskin, il leader riconosciuto, Maurizio Boccacci si è affannato a prendere le distanze. Loro fanno altre cose, ha precisato. E' vero, con alcuni dei suoi fedelissimi, ha scelto la strada del gesto ad effetto, portando alla estreme conseguenze il discorso revisionista di De Felice, mobilitandosi per la liberazione di Priebke, l'ufficiale nazista responsabile del massacro delle Fosse Ardeatine. Dapprima i manifesti - e l'ex capo di Movimento politico si è fatto sorprendere con le zampe nel lardo, secchio di colla e pennellessa in mano - per divulgare la solita linea di difesa dei boia: era solo un soldato, ha eseguito gli ordini. Poi la lapide a via Rassella, carica di insulti per gli eroi della Resistenza romana. Carla Capponi, medaglia d'oro per aver partecipato all'azione militare contro il camion di SS sudtirolesi ha minimizzato: 'Sì, sono mentecatti, ma ricordatevi che questa gente fa il servizio d'ordine alle manifestazioni del deputato di AN Domenico Gramazio contro gli zingari'. Boccacci
La partigiana Carla ha fatto bene a rinfrescare la memoria in questi tempi di amnesia generalizzata: in tanti hanno visto, infatti, le foto del caposquadra Boccacci, cinturone con maxifibbia in mano, minacciare i compagni, i proletari, i volontari cattolici e laici antirazzisti che presidiavano la sezione demosinistra di Tor de'Cenci contro un provocatorio comizio dell'on. 'Pinguino' per la chiusura del campo nomadi nella borgata. Un episodio eclatante, ma probabilmente poco significativo.
Perché intanto, sotto traccia, sta rientrando in Alleanza nazionale un intero ceto politico della destra extraparlamentare, quello dei 35-40enni che alla fine degli anni Settanta sono stati alla testa della cosiddetta 'autonomia nera', giungendo talvolta alla pratica delle lotta armata, spesso pagando con lunghi anni di carcere e di esilio la radicalità delle scelte politiche di quegli anni convulsi. 
Qualche mese fa RAI tre ha trasmesso un documentario girato dall'ex brigatista rosso Maurizio Jannelli, condannato all'ergastolo in uno dei tanti processi Moro, ammesso al beneficio del lavoro esterno per buona condotta. Oggetto: l'intreccio in carcere tra brigatisti rossi e neri. La tecnica: cinque lunghe interviste a camera fissa a  detenuti semiliberi (i due rossi: il nappista Battini, il br-partito guerriglia Petrelli) o ex detenuti (i tre neri: Marcello De Angelis, Peppe Dimitri, Gabriele De Francisci). Tra le altre domande, alcune anche interessanti, a Jannelli è sfuggita la più interessante: in tre hanno raccontato di un'unica partita di pallavolo in cortile, che avrebbe rappresentato il primo momento di fraternizzazione tra gli opposti schieramenti, ma nessuno ha detto dell'esito della propria traiettoria politica. Peccato: perché sarebbe stato interessante scoprire che tutti e tre gli ex neri sono iscritti ad Alleanza nazionale, e due hanno responsabilità da quadri intermedi. E invece no: sappiamo che De Angelis in carcere ha fraternizzato con alcuni compagni (in particolare i dissociati Maurice Bignami e Antonio Contena) anche se non parlano mai di 'figa' e campa lavorando come grafico all'Italia settimanale, dove talvolta scrive di politica estera (tra l'altro un'intervista allo storico negazionista David Irving). Sappiamo che De Francisci fa l'affittacamere agli stranieri e che ha cominciato a stimare i compagni dopo che gli dettero una sveglia clamorosa a pallavolo (facile: due su tre avevano giocato in serie A o B). Dimitri infine - tra un viaggio e l'altro all'estero dove vende ospedali da campo - ci ha esternato la sua angoscia, tra viso pallido e tic: ho fatto nove anni di carcere, non ho rinnegato nessuno eppure chi mi darà riconoscimento per tutto ciò?
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