Alcune contraddizioni nelle scelte dei 21 cuori neri

[Un intervento polemico in un forum sui criteri di selezione del corpus dei 21 “cuori neri” scelti da Telese per la sua storia di taglio vittimistico: dal testo è evidente che non avevo ancora letto il best seller ma che ragionavo sulla base degli elementi noti del dibattito in corso]
Come al solito, partiamo dal particolare per arrivare al generale:
Dal sito reti invisibili

copertina cuori neri
19 aprile 1979 Claudio Minetti, estremista di destra e frequentatore del Msi di via Acca Larentia, entrò nella sede del Partito Comunista di via di Torpignattara, dove all'interno da tempo era stata allestita una piccola biblioteca, per chiedere un libro in prestito. Alla richiesta di esibire un documento di identità Claudio Minetti oppose il suo rifiuto e prese un libro da un tavolo scappando poi per la strada. Inseguito da due iscritti della sezione, il neofascista si voltò di scatto ferendo con un coltello Ciro Principessa, 23 anni, militante del Pci.
Arrestato dalla polizia dentro un bar dove si era rifugiato, Claudio Minetti risultò poi essere afflitto da gravi disturbi mentali. Questi, infatti, era figlio di Leda Pagliuca, a suo tempo convivente di Stefano Delle Chiaie, fanatica neofascista che viveva nel culto di Mussolini obbligando i suoi figli a condividere la sua fede. Per questo motivo, in passato, le autorità giudiziarie le avevano tolto l'affidamento di quattro figlie. Il fratello maggiore di Claudio Minetti, inoltre, si era suicidato due anni prima nel carcere di Regina Coeli mentre era in attesa di testimoniare al processo di Catanzaro per la strage di piazza Fontana (n.d.umt: in realtà Riccardo si uccise – o fu ucciso: stava per essere scarcerato dopo tre mesi di galera per scontri di piazza - un anno prima: erano entrambi testi a discarico di Merlino, dovevano confermargli l’alibi). Per questa serie di motivi, la Corte d'Assise del Tribunale di Roma dichiarò non punibile Claudio Minetti perché ritenuto incapace di intendere e di volere e ne dispose il ricovero in un manicomio giudiziario per un periodo non inferiore ai dieci anni. Ciro Principessa, le cui condizioni non sembrarono all'inizio essere molto gravi, morì in ospedale il 20 aprile. 

Sulla questione dell’“allargamento”:
Tra Ennio di Rocco e Guido Rossa c’è una grossa differenza: uno era militante del partito guerriglia (e ucciso in modo atroce da un mezzo pentito che pensava così di riscattarsi per poi ancora ripentirsi: una delle pagine più buie del partito armato, insieme all’omicidio di Giorgio Soldati, un altro combattente che aveva ceduto sotto tortura, arrivato in carcere aveva ammesso le confessioni ed era stato perciò sottoposto a un feroce processo stalinista concluso con una condanna a morte) l’altro del Pci. 
Comunque non vedo perché nei “cuori neri” non si debba indicare Mangiameli, leader di Terza posizione o Carmelo Palladino, braccio destro di Delle Chiaie e Luca Perucci, per cui il segretario del Msi Trieste (quartiere non città) si affannò a dichiarare subito la sua militanza nel FdG. Che li abbiano uccisi dei camerati dimostra la felice intuizione di G. M. Bellu (nella recensione di Fascisteria su Repubblica) sull’odio verso se stessi che è un’anima forte dei fascisti. Sono loro, prima che le donne, a “non volersi bene”. E comunque – ripeto – non so quali sono i criteri usati da Telese: ma se c’è De Angelis ci vanno anche Giorgio Vale e Minetti. E se ci sono Crescenzio e Cecchetti (che fascisti non erano) ci vanno anche Leandri e Allegretti (uccisi perché scambiati per fascisti da colpire: una volta da compagni, una volta da camerati). Ne riparliamo, ne riparlerò pubblicamente quando riuscirò a mettere le mani sul libro di Telese.
DIMENTICAVO nel conto PIERLUIGI PAGLIAI. Una canaglia, narcotrafficante, responsabile di torture in Bolivia (a detta di Vinciguerra) ma giustiziato a freddo in occasione del golpe “ameriKano” dell’ottobre 1982 (aveva le mani alzate, il proiettile entrò dalla nuca).
Ultima questione: amnistia. Io non ho i problemi di Scalzone e Persichetti ma ne condivido la battaglia per l’amnistia. E quindi almeno su una cosa siamo d’accordo al 100%. Del resto ho firmato come direttore responsabile Anni ’70, ho animato il comitato per l’amnistia di Napoli, ho curato come editor (e “negro”, diciamolo pure) l’autobiografia di Oreste “Biennio rosso”. E sullo sciopero della fame di Oreste la mia casa editrice sta per pubblicare un suo testo…
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