9 maggio 1978: la morte di Aldo Moro e le Brigate rosse. Un gioco di specchi

9 maggio
Niente, le misure di igiene mentale per limitare i danni dell’orgia complottista per il 9 maggio servono a poco. La prima cosa che becchi sulla bacheca di facebook è una testimonianza di un boss pentito della ndrangheta. Roba vecchia, risale al 2009, immondizia riciclata, un pezzo che comincia con l’arrivo a Roma dell’inviato del clan e finisce con una rivelazione sconvolgente, che risale al 1990: Mario Moretti riceve in carcere ogni mese lo stipendio dal ministero degli Interni. Il pretesto per giustificare l’assegno: le docenze nei corsi di informatica che tiene ai detenuti. Cioè il Viminale paga le attività del ministero di Grazie e Giustizia in una modalità che non è fruibile per un detenuto. Un delirio. Ovviamente la prima cosa che fa il boss che vuole salvare Aldo Moro è incontrare “la famosa banda della Magliana”. Peccato che a metà marzo la banda neanche esiste ancora: il nucleo originale ha appena cominciato il riciclaggio dei soldi del sequestro Grazioli, pagato il 4 marzo, con cui finanzierà la conquista del mercato dell’eroina a Roma per “prendersi la città”. E così via cazzeggiando.

Più interessanti, come sempre, le cose che propone Paolo Persichetti. In questo caso ripropone: una storia del 2004, il rapporto tra Mario Moretti e gli allievi di un corso di giornalismo tenuto da Enrico Fedocci. In una lettera agli studenti il “capo delle Brigate rosse” offre una chiave di lettura spiazzante: le Brigate rosse come specchio. A suggerirgli il dispositivo l’approccio estremamente variegato che i corsisti hanno al compito più semplice, descrivere lo stesso Moretti. E di questa intuizione scrive a Enrico Fedocci:
Qualcuno mi descrive come uno che «ha un sorriso aperto e l’aria di chi ne ha passate tante nella vita», un altro «volto tirato, scavato dalle rughe… racconta senza tradire la minima emozione», o al contrario «la voce si incrina, gli occhi si fanno lucidi e lo restano per buona parte della conversazione», per un altro «… con un sorriso piuttosto commosso, gli tremano le mani, suda visibilmente, deglutisce come avesse un nodo alla gola», ancora «ha l’aspetto del professore qualunque», «un uomo consunto», «abbigliamento semplice e atteggiamento cordiale e disponibile», e così via. È chiaro che Moretti è un po’ tutte queste cose messe insieme, ma volevo sottolineare che, se guardando la medesima persona ognuno può “vedere” cose così contrastanti (e si ripeterà ancor più per ogni argomento della conversazione), Moretti è soltanto un pretesto, un accidente in una vicenda, quella delle Brigate rosse, che rimanda a qualcosa di inestricabile dal proprio essere sociale: se si parla delle Br chiunque ci mette di suo, sempre, non importa quanto egli sia lontano per età o per indole da quella vicenda. Peccato che se ne parli così poco e malamente.

E così, per una volta, e mai più, parlo del mio “sequestro Moro”. Ne ho scritto con una certa frequenza, al solo scopo di contribuire a un discorso pubblico sano (con una brutta parola inglese chiamano quest’attività debunking) e ormai ho da tempo la consapevolezza amara di aver avuto la velleità di asciugare il mare con paletta e secchiello. Appartengo a una generazione di militanti la cui vita è stata squassata dal rapimento e dall’uccisione di Aldo Moro. A differenza di tanti miei compagni, convinti che le Brigate Rosse siano state responsabili del nostro fallimento, di noi autonomi, ribelli, sovversivi, libertari, so bene che i 55 giorni sono l’esito e non la causa della sconfitta del movimento. Cossiga era stato bravissimo a chiuderci nello stretto del colpo sl colpo e dell’innalzamento del livello di scontro. E a quel punto in tanti hanno pensato che se anche le molotov erano considerate arma di guerra tanto valeva impugnarle veramente le armi … Di quei giorni drammatici mi è rimasta la passione e l’impegno su un nodo vitale, il carcere e le libertà, e la voglia matta di andare sempre e comunque controcorrente.

Non è un caso che il 9 maggio sia una macchia grigia mentre del 16 marzo ho ricordi nitidissimi: dalla notizia che si diffonde sull’autobus all’assemblea di Architettura. Per finire sullo scalone dell’Università, un centinaio di noi, “compagni del 77” a sfidare il corteo sindacale che sfilava sul Rettifilo, al grido di “Moro è vivo e lotta insieme a noi”. Lesti a sganciarci prima che si chiudesse la manovra di accerchiamento del servizio d’ordine della Cgil, decisi a tapparci la bocca e a snaltire un bel po’ di conti arretrati. Per noi era semplicemente un modo di marcare la differenza, non avevamo certo idea che saremmo stati veramente in pochi a volere e a batterci per la salvezza di Aldo Moro, contro la feroce macchina da guerra del partito della fermezza.

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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