28 novembre 1977, Bari: accoltellato a morte il compagno Benedetto Petrone

Alla vicenda di Benedetto Petrone io ho dedicato spazio in tutti i miei libri, privilegiando sempre la narrazione di un imputato nel procedimento connesso per ricostruzione del partito fascista. E quindi stavolta riprendiamo la testimonianza, vecchia di qualche anno, del magistrato che condusse le indagini e poi è stato per un paio di legislature parlamentare ds-Ulivo. E’ il caso appena di ricordare che “Pino” (non Franco, come erroneamente indicato nel testo e “dato per pazzo”, morì impiccandosi in cella nel 1984. Quanto alla volontà del Pci di scaricare Petrone e l’antifascismo militante rinvio alla testimonianza di Giacinto Reale, scritta in risposta di questo post

Dice, tra i meno distratti, Nico Lorusso (ho trovato il suo scritto da qualche parte su internet e lo utilizzo come paradigma di una scuola di pensiero che non esito a derfinire la migliore): “Il 28 novembre 1977 Benedetto Petrone, giovane operaio comunista, veniva assassinato a Bari da un fascista. Una storia attuale: «Benny» lottava infatti contro l’espulsione dei ceti popolari dalla «città vecchia».

I giorni di Benedetto Petrone

La vicenda di Benedetto «Benny» è tornata alla luce dopo un trentennio di sostanziale oblio: in occasione del trentennale, nel 2007, la figura di Benedetto è stata celebrata anche in film e documentari e a lui è stato intitolato un collegio universitario.
«Adesso che – spiega Pasquale Martino, coautore con Nicola Signorile del pamphlet «Le due città – i giorni di Benedetto Petrone» che uscì l’anno dopo l’avvenimento, narrando modi e tempi in cui maturò l’omicidio – la memoria storica è stata sancita ufficialmente, quello che dobbiamo capire è quello che è successo dopo. Perché, probabilmente anche di quello del dj Martino Traversa».
Per entrambi i delitti infatti la verità giudiziaria ha visto un solo colpevole. Per Benny, nonostante le molteplici testimonianze che parlavano di un branco, l’unico condannato fu il giovane missino Franco Piccolo, morto successivamente in carcere.

Le violenze quotidiane dei missini

«Perché le nebbie delle mancate verità giudiziarie a Bari sono state tantissime – conclude Martino – a partire da una delle prime stragi di Stato, quella del 28 luglio 1943 quando l’esercitò sparò per uccidere su una manifestazione che chiedeva la liberazione dei prigionieri politici fascisti. I primi spari arrivarono dalle finestre della sede fascista di via Nicolò Dall’Arca e mai nessuno ha indagato fino in fondo».
Fu comunque la fiammata di un giorno e la vulgata degli anni successivi tentò comunque di consegnare l’omicidio a una rissa tra opposti estremismi, in cui teste calde si affrontavano sullo sfondo di una città tutto sommato tranquilla e estranea alla violenza. Non era così: numerosi furono i dossier pubblicati che minuziosamente elencavano le violenze quotidiane dei missini in città, con vittime semplici passanti o militanti rei di passare in una particolare strada.

La testimonianza del ferito

Franco Intranò, che fu accoltellato quella sera insieme a Benny, lo raccontò in occasione del trentennale. «Quella sera tra le 19 e le 20 dalla Cattedrale ci muovemmo in gruppo per raggiungere altri amici che provenivano da piazza Garibaldi. Attraversammo piazza Chiurlia fino ad arrivare davanti al teatro Piccinni. Qui, mentre stavamo tornando a Bari vecchia, fummo aggrediti da quaranta persone con il volto coperto. Nella fuga generale Benedetto, che aveva problemi di deambulazione, rimase indietro e io fui l’unico a correre in suo aiuto. Nel difenderlo fummo colpiti da più mani, ma la magistratura ha fatto in modo che la responsabilità cadesse solo su Piccolo, dato poi per pazzo in giro per i manicomi d’Europa».

Verità dei compagni e ambiguità dei giudici

Anche quest’anno la commemorazione non è mancata: una sol voce da un grappolo di onnipresenti autorità. Il coro si è ripetuto: Benedetto Petrone fu assassinato da un branco di fascisti. Esattamente il contrario di quanto l’omologo grappolo di autorità (sinistra compresa) preferì sostenere nei palazzi (al riparo dalle manifestazioni di piazza) l’anno dell’assassinio.

Lorusso fa bene a ricordare l’ambiguità della magistratura barese dell’epoca e il debole approdo giudiziario. Sbaglia quando mostra di pensare che le scelte propriamente giudiziarie dell’epoca siano state autonome determinazioni dell’autorità giudiziaria. Non fu così. Spiego rapidamente, non avendo altre occasioni ed altri luoghi per farlo (non faccio parte del grappolo di autorità che commemora puntualmente e vacuamente ogni anno) e lo faccio come testimone avendo nel 1977 condotto io le indagini per il reato di ricostituzione del disciolto partito fascista.

Mi impedirono di riunire le indagini

Andò così. L’assassinio di Benedetto Petrone fu consumato il 28 novembre 1997 quando le indagini da me avviate sull’attività eversiva di organizzazioni fasciste in provincia di Bari e a Bari in particolare si avviavano alla conclusione (il dibattimento portò ad una serie di condanne). L’assassinio di Petrone lo lessi come punta estrema dell’escalation di violenze che andavo ricostruendo; di esso, naturalmente, ci si sarebbe dovuti occupare nel contesto, appunto, dell’indagine sulla ricostituzione del disciolto partito fascista (una analoga indagine era in corso a Roma). Un coro di reazioni, interne ed esterne alla magistratura, alla mia pretesa impedì la “riunione” delle due indagini; la piazza in fermento fu tenuta all’oscuro di tutto e continuò a chiedere a gran voce lo scioglimento dei gruppi fascisti riorganizzatisi oltre i limiti della tollerabilità democratica. La sinistra ufficiale sposò la tesi della autonomia reciproca delle due indagini (quella sull’omicidio, come fatto isolato e attribuito ad un unico imputato e quella per ricostituzione del partito fascista e dunque, della natura politica del delitto di gruppo).

Due inchieste, due processi

Fu così che il gruppo di fascisti organizzati e l’assassino di Benedetto Petrone presero strade diverse, innaturalmente autonome; io dovetti continuare, protestando inutilmente, ad occuparmi del primo, altro Pm del secondo; stessa sorte per il dibattimento: un tribunale per il primo, la Corte di assise per il secondo.

Quando, dunque, Lorusso dice: “la magistratura ha fatto in modo che la responsabilità cadesse solo su Piccolo, dato poi per pazzo in giro per i manicomi d’Europa” dice una cosa sostanzialmente esatta; tace, però, sul consenso che questa “linea” giudiziaria incontrò anche nella sinistra ufficiale che abbandonò Benedetto e me stesso al nostro destino e che oggi, da trentacinque anni, commemora.

E’ il caso di aggiungere che anche le commemorazioni dovrebbero costituire l’occasione per una rivisitazione complessiva della vicenda storica e che non basta dire “la vicenda è finita in un gorgo nero di un processo che non ha fatto giustizia, lasciando libero un branco che poi si macchiò di altri delitti”; insomma, bisogna non temere di sapere chi (anche tra gli “ascendenti” degli odierni “commemoranti”), in quel gorgo buio si nascose; se no, è meglio non farle, le commemorazioni.
Fonte: Sud critica/Nicola Magrone

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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