29 novembre 1977: Carlo Casalegno muore, ucciso dalle Brigate rosse

Il 29 novembre 1977 muore, dopo 13 giorni di agonia, il vicedirettore della Stampa Carlo Casalegno. Le Brigate rosse lo aveva ferito in un attentato, il pomeriggio del 16 novembre.  Un gruppo di fuoco della colonna torinese delle Brigate Rosse formato da Raffaele Fiore, Patrizio Peci, Piero Panciarelli e Vincenzo Acella. Sembra che i brigatisti avessero inizialmente pianificato di gambizzarlo ma, dopo una serie di rinvii e dopo una discussione interna alla colonna torinese, venne deciso di ucciderlo a causa dei suoi nuovi articoli ritenuti fortemente polemici nei riguardi della lotta armata. I brigatisti avevano previsto di colpire il giornalista direttamente nell’androne del palazzo; Raffaele Fiore aveva il compito di sparare, coperto da Piero Panciarelli, mentre Peci rimase a sorvegliare l’area armato di mitra, Acella era alla guida dell’auto predisposta per la fuga.
Grande clamore desta la tiepida reazione degli operai Fiat allo sciopero di protesta contro il terrorismo indetto dalle confederazioni sindacali. Molto interessante il dibattito che si innesca sul quotidiano Lotta continua, i cui materiali riprenderemo a breve.


Il testo che segue è la presentazione di Giovanni Bianconi al volume scritto dal figlio di Casalegno, Andrea, un ex dirigente di Lotta Continua (il gruppo si era sciolto giusto un anno prima del’attentato).

La violenza politica mascherata da rivoluzione che nel novembre del 1977 uccise suo padre non irruppe all’improvviso nella vita di Andrea Casalegno, figlio del vicedirettore della Stampa assassinato a Torino dalle Brigate rosse. Carlo Casalegno era «un borghese democratico e progressista», anche se fu definito un conservatore; un antifascista convinto, un resistente. Andrea, nato nel 1944, fu un giovane degli anni Sessanta che abbracciò la sinistra estrema, con una certa convinzione. Ma ebbe sempre limiti e principi che non immaginava valicabili e che si riflettevano anche sul suo futuro.

«Mi ero laureato in diritto penale, ma avevo scelto quella materia quando pensavo di fare il magistrato, un mestiere che non consentiva di fare il militante», racconta nel libro “L’attentato” (Chiarelettere editore), storia dell’omicidio di suo padre ma anche sua, della propria famiglia e delle proprie idee, di ieri e di oggi. Sapeva distinguere, Andrea Casalegno, anche in quei tempi in cui molti confini erano confusi. E ragionava sulla violenza, sull’uso che se ne poteva fare (e se ne faceva) nella battaglia politica.

Era un militante di Lotta continua quando nel 1972 venne assassinato Luigi Calabresi, e fini in galera per aver distribuito dei volantini che riportavano il giudizio dell’organizzazione su quel delitto: «I proletari considerano l’uccisione di Calabresi un atto di giustizia». Andrea ricorda che pure lui era intimamente convinto della colpevolezza di Calabresi per la morte di Giuseppe Pinelli, l’anarchico convocato in questura dopo la strage di piazza Fontana e volato da una finestra del quarto piano. Distribuì i volantini davanti ai cancelli della Fiat senza averli letti, lo fece solo a bordo della volante della polizia dopo l’arresto, che anticipò una condanna a due anni di carcere per apologia di reato e istigazione a delinquere «che non stava ne in cielo ne in terra, e infatti sarà poi riformata».

Quanto al coinvolgimento di qualche compagno di Lc nell’omicidio del poliziotto («sarebbe stato, oltre che vile, un imperdonabile errore politico»), Casalegno scrive che all’epoca non lo riteneva possibile, «ma non ho più le certezze del 1972». Poco prima dello scioglimento di Lotta continua, Casalegno arrivò a versare nelle casse dell’organizzazione circa venti milioni ricevuti dall’eredità di suo nonno, lo storico Luigi Salvatorelli. Decisione che gli costò una rottura, figlia dei soliti, rigidi principi: le eredità «erano soldi che ci derivavano dai nostri privilegi, dallo sfruttamento dei lavoratori, e andavano restituiti ai legittimi proprietari, ai compagni di lotta»

Forse è quello l’ultimo atto di adesione a un’idea rivoluzionaria, che andava sfumando mentre altri si armavano, uccidevano anche a Torino, città nella quale Andrea aveva continuato a vivere e lavorare, ora nella casa editrice Einaudi, e preparavano l’attacco al padre Carlo. Quando un commando brigatista sparò al vicedirettore della Stampa, fu come se una mano avesse trascinato il giovane Casalegno in un gorgo prima guardato soltanto da fuori, di cui aveva conosciuto contorni e increspature, riuscendo a distinguerne assurdità e pericoli. E in quel gorgo s’è dibattuto nei tredici giorni trascorsi davanti alla sala di rianimazione dove suo padre aspettava di morire. Venivano in visita all’ospedale gli amici di Carlo Casalegno, e Andrea ricorda che molti di loro «avevano fatto la Resistenza nel Partito d’Azione, come l’uomo che i sedicenti rivoluzionari avevano colpito perché “agente della controguerriglia psicologica”. Il pellegrinaggio degli amici di Giustizia e Libertà era la materializzazione dell’antitesi inconciliabile tra la vera lotta partigiana e la sua caricatura criminale».

Le riflessioni sono continuate nei trent’anni successivi, scanditi da altre tragedie collettive e private, fino a plasmare il pensiero di un uomo che oggi non si acquieta davanti alle singole responsabilità di quella stagione di sangue: «I terroristi non vivono nell’isolamento. Tutti coloro che li conoscevano e non li hanno denunciati, pur essendo consapevoli che avrebbero ucciso ancora, sono degli assassini, né più né meno dei terroristi». E sulle «disumanità» e «abiezioni» di brigatisti e militanti di altre organizzazioni armate mena fendenti che assomigliano a strali: «Lo stravolgimento dei valori fondamentali non può essere perdonato. Nessuno tocchi Caino, d’accordo. Nessuno gli rivolga più la parola. Nessuno gli stringa la mano». Forse qualcuno deve ancora parlare con Caino, interrogarlo, non fosse che per comprendere a fondo le ragioni del male che ha seminato. Ma c’è chi ha il diritto di non farlo, e di non sentirsi più chiedere il perché”.

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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