Galassia Verde

[Alcuni pezzi usciti in occasione della mia candidatura per i Verdi Arcobaleno alle elezioni regionali (dove raccolsi appena 168 voti) e provinciali (a Pozzuoli ebbi un buon risultato: con il 2.2% fu il secondo risultato nei collegi dell’hinterland, dopo Portici, dove esisteva un discreto radicamento di militanti “rossoverdi”). Con uno sparuto gruppo di militanti del Comitato dell’Amnistia – eravamo letteralmente i famosi quattro amici al bar – demmo poi filo da torcere a Francesco Rutelli, paracadutato da Roma per fare il consigliere regionale. L’occasione dello scontro con ‘Cicciobello’ fu il suo sostegno, nell’inverno 1991, alla prima guerra contro l’Iraq. Alla fine un solo compagno del nostro gruppetto continuò a militare nei Verdi: ma era uno ossessionato dalla politica. Il primo pezzo è un’autointervista. Giorgio Borgia era infatti il mio pseudonimo come compilatore per i pezzi di Esteri: un evidente calco dello scrittore argentino. Per l’Italia usavo un più prosaico Fernando Domeniconi, ‘frate cugine’ di Nando Meniconi, l’americano a Roma].

Verdi_arcobalenoL’autointervista di GIORGIO BORGIA
Ugo Maria Tassinari 33 anni sposato con una figlia. Giornalista professionista redattore del Giornale di Napoli ma
anche impegnato nell’editoria militante, come direttore di Anni 70 e di Iris‚ nella battaglia di libertà per la soluzione
politica degli anni di piombo per l’ amnistia ai detenuti per reati di eversione e di terrorismo.
“Rossi e neri – precisa polemico – l’amnistia è per tutti o non è per nessuno lo Stato deve dare un preciso segnale nella direzione indicata da Cossiga di chiusura dell’emergenza, di oltrepassamento di quella tragedia nazionale. Si abbattono i Muri, una straordinaria ventata di libertà attraversa l’Europa sconvolgendo equilibri e mentalità. E’ assurdo negare a questi uomini e a queste donne spesso i migliori della mia generazione e oggi dannati a cent’anni di solitudine un’altra possibilità nella storia”.
Tassinari è candidato alle elezioni amministrative di maggio per la Margherita dei Verdi Arcobaleno alla Regione nella circoscrizione di Napoli alla Provincia nel collegio di Pozzuoli.
“Sono stato incerto – ci spiega – quando gli amici e compagni della Lega Ambiente mi hanno proposto la candidatura per i Verdi Arcobaleno. Certo ero stato tra i sottoscrittori dell’appello lanciato l’ anno scorso da Sciascia Fo e Bettini per la formazione di liste Arcobaleno alle elezioni europee ma poi l’andamento sconcertante del processo di riunificazione dei Verdi mi ha lasciato e in questo parlo più da addetto all’informazione che da politico politicante decisamente perplesso”.
Certo, gli obiettiamo, le divisioni elettorali ed elettoralistiche dei Verdi sono il vostro tallone di Achille.
“No, al contrario – replica paradossalmente – sono la dimostrazione che siamo una forza geneticamente differente dalle altre formazioni politiche. In Italia noi abbiamo due Democrazie cristiane, quella di Andreotti e Salvo Lima e quella di Orlando e Maria Fida Moro. Abbiamo due Pci, quello di Occhetto che vuol finalmente varcare le colonne d’Ercole e navigare il mare aperto sulla rotta dell’Ulisse dantesco e quello continuista e conservatore di Ingrao e Natta. Abbiamo persino due Movimenti sociali: il Msi di Rauti che vuole sfondare a sinistra e quello di Fini che è ossificato nella memoria di Almirante che alla fine non si è poi rivelato un gran condottiero. Ebbene tutti questi partiti si sbranano tutto l’anno e vanno d’ amore e d’accordo (o quasi) alle scadenze elettorali”.
E voi in cosa vi distinguete invece?
“Abbiamo fatto tante battaglie unitarie e non solo come schieramenti politici ma con la mobilitazione di tutte le anime dell’arcipelago ecologista e ambientalista quest’anno dai referendum contro caccia e pesticidi alle lotte contro le fabbriche di morte come l’ Acna di Cengio e l’ Enimont di Massa o per il rispetto dei limiti divelocità proposti da Ferri che tante vite umane hanno salvato. e poi andiamo in ordine sparso alla tenzone elettorale che speriamo che comunque premi tutto lo schieramento ambientalista”.
Ma c’e’ proprio bisogno di due liste Verdi insistiamo.
“Non lo so – si schermisce francamente – ma quello di cui sono sicuro è che c’è bisogno di una politica ecologica seria e non certo come quella che hanno fatto taluni assessori del Sole che ride che sono stati sconfessati dalle loro stesse liste ma soprattutto – conclude con una battuta – c’è bisogno soprattutto in Campania di una radicale ecologia della politica. Il primo ambiente da risanare è proprio il Palazzo della Regione. Bisogna far pulizia dei mercanti e dei trafficanti della partitocrazia bisogna spazzare via la macchina politica e affaristica che ha trasformato la cosa pubblica in cosa loro sulle pelle della vita e delle speranze dei cittadini.

La scheda di presentazione Di UGO MARIA TASSINARI
Tassinari_Ugo_Maria2aUgo Maria Tassinari – 33 anni – giornalista professionista – redattore del Giornale di Napoli. Candidato per i Verdi Arcobaleno alla Regione – alla Provincia di Napoli (collegi di Pozzuoli e di San Giuseppe Vesuviano-Ottaviano) e al comune di Pomigliano d’Arco.
Ho accettato con qualche resistenza la proposta di candidarmi con i Verdi Arcobaleno. L’anno scorso ero stato tra i firmatari dell’appello nazionale per dare vita a un nuovo soggetto ambientalista – ecologico – pacifista ed alternativo che superasse i limiti e le angustie delle esperienze localiste dei Verdi doc. Poi le diatribe di quest’anno tra i due spezzoni organizzativi (Sole che Ride e Arcobaleno) e all’interno di ciascuna componente hanno sicuramente indebolito presso l’opinione pubblica ma anche tra noi addetti ai lavori l’immagine dell’arcipelago verde come della forza realmente capace di rinnovare la politica e le istituzioni. In ogni dibattito – in ogni discussione torna sempre l’obiezione ma voi Verdi – con le vostre divisioni…
Ebbene – quest’anno il Partito comunista si è spaccato tra rinnovatori e continuisti – con la possibilità di una scissione che interessasse un terzo degli iscritti – il Msi ha dato vita a un feroce e appassionato congresso in cui due schieramenti praticamente pari si sono violentemente scontrati (l’epiteto badogliano -con quel che significa per i neofascisti nostrani – è più volte rimbalzato nelle volte del Palasport di Rimini) sulla scelta di conservare l’identità almirantiana o tentare lo sfondamento a sinistra. Di due Ds parla -con evidente cognizione di causa – il sindaco di Palermo – Orlando. Del bulgaro Psi – ovviamente – non fa conto parlarne.
Eppure questi partiti – divisi per tutto l’ anno – appena arrivano le scadenze elettorali – e precisamente dal giorno dopo la formazione delle liste – che rappresenta pur sempre un’occasione di regolamento di conti – riprendono a marciare concordi e uniti. Noi Verdi – quest’anno – siamo stati protagonisti di grandi battaglie unitarie – non solo come forze politiche ma appunto con il coinvolgimento degli abitanti delle tante isolette dell’arcipelago. I referendum contro la caccia e i pesticidi. La lotta per la chiusura dell’Acna di Cengio e dell’Enimont di Massa. e invece andiamo divisi (non dapertutto) in ´ regioni – tra cui appunto Toscana e Liguria – dove più potente è stata la spinta e l’iniziativa dal basso – ci saràun’unica lista unitaria – e così in molti Comuni – tra cui tutti quelli del Trentino).
C’è però una ragione molto più forte perché soprattutto in Campania si dia vita a un soggetto politico verde forte e combattivo nelle istituzioni. In una Regione dove il disastro ambientale è evidente (sono riusciti a rendere preziosa e introvabile una risorsa abbondante e a costo nullo come l§ acqua) il primo luogo in cui ecologicamente bisogna far pulizia è proprio il Palazzo del potere e della partitocrazia. Perché è da lì che derivano gran parte dei guasti di cui oggi soffriamo. e certo gli assessori del Sole che ride non hanno lasciato significativa traccia nel miglioramento della qualità della vita e dell’ambiente. Né sparare nel mucchio. Accettiamo per una volta il discorso di Gava che – da ministro degli Interni – di criminalità organizzata se ne intende. Nella provincia di Napoli sono schedati 6· clan – con migliaia di soldati. Centomila persone ricavano direttamente la sussistenza (che non e§ fatta per molti solo di pane e companatico) dalle attività della Camorra spa – per non parlare dei tanti altri che comunque godono dei benefici della straordinaria circolazione monetaria collegata alle enormi risorse finanziarie della criminalità organizzata. Per chi votano queste centomila persone? Vogliamo provare a disegnare una mappa delle preferenze elettorali degli uomini del Palazzo -come intendeva fare Giancarlo Siani – per vedere se i feudi elettorali coincidono con le zone di influenza dei Clan?
Lo sottolineava nei giorni scorsi Pino Arlacchi – massimo studioso italiano della criminalità organizzata – intervenendo nel dibattito su “Napoli come Chicago”. La trasformazione in Campania della vecchia camorra in una holding criminale moderna intrecciata con le macchine politiche e amministrative non è collegata come per la mafia alle straordinarie ricchezze del traffico internazionale di stupefacenti ma ai flussi finanziari della Ricostruzione dopo il terremoto che ha generato un mostruoso intreccio tra criminalità e pubblica amministrazione.
Si’ – in Campania ecologia bisogna cominciare a farla proprio nel Palazzo.

Per l’unità del movimento verde
antinucleareL’irresistibile spinta all’unificazione del soggetto verde sembra segnata in questa fase da un paradosso, ci si unisce perché ormai senso comune che così non si può andare avanti ma al tempo stesso lo si fa in modo tale che si riproducono su scala allargata le condizioni negative che hanno reso necessario una svolta radicale.
L’ennesimo campanello d’allarme -dopo gli infausti esiti elettorali della primavera è il recente sondaggio che vede la nostra immagine appiattita – per l’opinione pubblica – su quella degli altri partiti. Alcune caratteristiche del processo di unificazione -i bizantinismi delle trattative – le alchimie organizzative per prefigurare le pole position in lista – la scarsa attenzione ai programmi e ai problemi concreti, al tempo stesso negano le ragioni stesse dell’esistenza di un soggetto ecopolitico -e delle sue fortune elettorali e concorrono a consolidare questa opinione negativa.
Le liste verdi sono nate sulla base di una spinta poderosa dei nuovi movimenti di massa – contro gli euromissili e il nucleare – e dei protagonisti di battaglie ecologiche locali diffuse decisi a sfondare anche sul terreno delle istituzioni.
Certo – in questa fase si è rovesciato il rapporto tra movimento e istituzioni al punto che di fronte al pericolo concreto di guerra nel Golfo scarsa è stata la mobilitazione di massa e la presenza ecopacifista si è piuttosto caratterizzata per le contraddittorie iniziative e prese di posizione di figure carismatiche che hanno coperto uno spettro articolato dal filosionismo di Rutelli al radicalismo filoiracheno di Capanna. Non invochiamo quindi in astratto un “ritorno al popolo” eppure affermiamo con forza che anche sulla questione del Golfo una irresistibile tendenza a privilegiare gli accordi e gli equilibri di vertice ha rappresentato un limite all’efficacia dell’iniziativa. e questa tendenza diffusa sta impedendo che si dia effettivamente un processo di ‘rifondazione’ del soggetto verde.
Da troppo tempo al centro del dibattito sono schieramenti e organigrammi – in una notte in cui tutti i gatti diventano neri. e invece cresce il bisogno di discutere di contenuti – di battaglie e anche delle modalità per garantire pluralità e trasparenza del nuovo soggetto politico verde. La vicenda Trevez -senza criminalizzare un compagno la cui storia è ben nota evidentemente deve suonare come campanello di allarme, i mercanti riescono ad entrare nel Tempio. Esistono spazi di contiguità e zone d’ombra per le manovre criminali degli ecotrafficanti. Anche in Campania – del resto – alcune vicende sono state gestite con ambiguità e reticenza. a sei mesi di distanza dalle elezioni regionali – non si sa ancora se uno dei candidati degli Arcobaleno era -come sosteneva un rapporto dei carabinieri – un infiltrato del clan Nuvoletta o semplicemente la vittima di una cultura dell’emergenza e del sospetto che lo voleva organico alla camorra solo perché il fratello era stato inquisito -e prosciolto – come “colletto bianco” del clan.
Queste sono ovviamente solo le più clamorose manifestazioni di un inquinamento del soggetto verde che vanifica e rende velleitario ogni discorso sulla centralità dell’ecologia della politica – come asse cardinale dell’agire politico del nuovo soggetto verde. e non ci basta dire che bisogna liquidare ecofurbi ed ecotrafficanti e il tempo dedicato alle ingegnerie costituzionali per garantire rappresentanze proporzionali ai diversi spezzoni organizzativi andrebbe più sapientemente impiegato per elaborare meccanismi che impediscano i guasti del‚ professionismo politico‚ e della creazione di mini-sistemi di potere locale.
La gambe su cui deve camminare la rifondazione del soggetto verde non sono quelle dei tavolini dei Palazzi dove infaticabilmente si negoziano le quote. e se feconda deve essere la contaminazione tra Liste verdi e Arcobaleno è proprio nella capacità di dare spazio e dignità politica a tutte le esperienze – a tutti i linguaggi – a tutti le pratiche sociali dell’universo ecopacifista ed ecosolidarista che si verifica l’effettiva qualità della rifondazione del soggetto.
Vivendo ed agendo in un territorio di confine -la Campania -dove particolarmente forte è l’intreccio tra criminalità politica-affaristica e criminalità organizzata e quindi estremamente elevato il livello della violenza e dell’oppressione sociale avvertiamo la necessità di riaffermare la globalità del progetto – di coniugare le tematiche ambientaliste con quelle pacifiste e non violente – le battaglie per i diritti civili e quelle per la giustizia sociale – la critica radicale dello stato di cose presenti e la velleità di praticare ancora la feconda utopia del “ribellarsi è giusto – ribellarsi è ora”.

Il verde e il rosso
La gran confusione generata dall’alto tasso di litigiosità del ceto politico verde nell’ultimo anno rischia di velare le ragioni fondamentali -qui e ora- dell’attualità forte di un pensiero e di una pratica ecologica.
Sono quelle di maggio realmente le prime elezioni libere in Italia: paradossalmente ha ragione Rauti, ma dimentica che lo è anche chi in tutti questi anni, nonostante il mostro di Leviatano e penuria generato dalla rivoluzione di Ottobre, ha continuato a perseguire un sogno di liberazione sociale, finora inchiodato all’impotenza dalla logica di Yalta e dall’eterogenesi dei fini dell’esperienza del movimento operaio internazionale.
Non interessa qui e ora mettere a fuoco -per dirla con Trotskij- la data del Termidoro. Eppure occorre fermarsi attoniti già alla scelta del nome (oggi, 150 anni dopo, quando ancora si discute di nome e di cose) e individuare cosi’ una radice su cui poi le cose si raccolgono mettendo mano a una straordinaria inversione che si manifesta già nel fatto che il movimento si chiama operaio quando in fondo avrebbe dovuto prendere il nome di lega o movimento per l’autonegazione della classe operaia. In questa scelta c’è già dentro , l’idea che l’unica possibilità di costruire le condizioni “oggettive” e “soggettive” della rivoluzione e’ assecondare o assumere in proprio -nella forma della transizione- lo sviluppo delle forze produttive.
Da questa radice, appunto, e’ nata l’idea di un demo-socialismo della grigia società di soli operai. Impegnata ad inseguire la balena bianca della realizzazione della società del perfetto funzionamento della legge del valore e in generale di tutte le leggi enunciate dall’economia politica classica anziché lavorare alla loro estinzione. Certo, depurandole dei loro accidenti come l’anarchia del mercato e la proprietà privata e la figura del capitalismo privato: e’ nata cosi’ la grande metonimia per cui un capitalismo sistemico e gestito da funzionari del capitale sotto apparenti spoglie di burocrati di partito, e’ stato visto come un non capitalismo. Dove ovviamente per capitalismo si intende semplicemente il sistema del mercato e della proprietà privata e attraverso un’ antropomorfizzazione del capitalista si pensa di eliminare lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo e si lascia invece intatto lo sfruttamento e la dominazione del sistema sull’uomo con il risultato poi di dar luogo anche a nuove 
forme di dominazione e di sfruttamento diretto a forme di capitalismo pervertito.
E’ chiaro che e’ qui la radice di tutto quello che e’ stato l’ingegnerismo della storia staliniana, questo tentativo realizzato di produrre una replica iperrealista e concentrata nel tempo e nello spazio -e nella forma di una convulsione e di uno spasmo- di quella che era stata l’immensa violenza sociale dell’accumulazione originaria diluita nei secoli e nel mondo.
Questo mostro sociale che divora la natura si legittima sulla base di un tragico equivoco, il malinteso carattere operaio della società e dello Stato.
Questo sistema politico che e’ un panottico, legittimato dal suo preteso carattere proletario, ha dato vita al paradosso di un Leviatano che per il fatto di abbigliarsi in tuta blu e di esibire una mistica proletaria si e’ sentito legittimato a realizzare la più incredibile confisca dell’autonomia e della libertà della lotta in misura tale che un operaio che scioperapuò essere chiamato un nemico del popolo.
Cosi’ il sogno di liberazione dell’umanità si e’ mutato nella più spaventosa macchina di oppressione. Corollario decisivo di questo impianto concettuale è evidentemente la ripresa di una teoria classica del pensiero decisionista reazionario, sulla necessità che fonda la legittimità. Crocifiggendosi cosi’ a un discorso sullo stato di eccezione, sulla irreversibilità della conquista e della detenzione del governo. Cosi’ l’omologia e’ diventata sempre più forte e gli scarti simbolici iniziali sono stati normalizzati e riassorbiti e poi -attraverso una catena di spostamenti successivi- si e’ giunti al paradosso di un discorso che si invera in una eclatante eterogenesi dei fini.
Ecco gli anelli di questa allucinata catena: la nostra missione storica -si diceva- e’ realizzare il regno della libertà. Questa realizzazione passa per la costruzione delle basi materiali del passaggio al socialismo superiore e al comunismo. La fase successiva dello sviluppo storico passa per la costruzione a ritmi accelerati di proletariato industriale e quindi mettiamo mano al progetto di riproduzione allargata di classe operaia. 
Quindi, poiché noi gestiamo e dirigiamo la transizione – e dittatura del proletariato significa proprio questo- noi possiamo cominciare con il sentirci legittimati a gestire lo stato di eccezione. L’ affermazione del regno della libertà passerà quindi per il suo contrario, l’abolizione di tutti gli elementi che definiamo lussi borghesi: garanzie della persona, libertà individuali, separazione dei poteri, relativismo delle culture, tolleranza.
Cosi’ scambiando radicalismo per radicalità si è fuoriusciti da tutti questi elementi, ma girando a destra, nel senso di una ripresa degli elementi di assolutismo, di libertà machiavellica del Principe e del decisore. Questa è stata la grande trappola,la grande tragedia scespiriana del socialismo reale.
Per questo oggi la stragrande maggioranza delle popolazioni dell’impero dissolto identificano nel modello occidentale della civilizzazione capitalista l’unica possibilità di fuoriuscita dall’incubo in cui hanno vissuto 40 anni e non si rendono conto che il primo effetto della massiccia immissione di mercato nelle economie pianificate sarà -thatcherianamente- quello di andare a smantellare gli scarsi privilegi dello Stato sociale e di un compromesso storico al ribasso tra classe operaia e Partito-Stato che ha funzionato sulla base dello scambio scarsa intensità del lavoro contro servizi essenziali a bassissimo costo e scarso potere d’ acquisto dei beni non essenziali.
Ma se il socialismo di Stato e’ stato orrendo, il capitalismomondiale non è il migliore dei mondi possibili. E non per le solita nobile logica umanitaria della sinistra, che vuole che si facciano proprie le ragioni dei dannati della terra, ma appunto perché ormai una ormai pluridecennale critica ecologica afferma e dimostra che questo modello di sviluppo e questo sistema generano irreparabilmente distruzione e catastrofe per l’ intera biosfera e per la stessa specie umana.
Per noi quindi che viviamo nel ventre di Babilonia si riproponela necessità di una critica radicale di un modello di sviluppo che pur tra lo scintillio delle vetrine e la superfetazione della merce mentre lavora allegramente all’ecocatastrofe continua a produrre lacrime e sangue.
Si pensi alla bagaria elettorale sulla questione immigrazione dove pare -per mantenere i garbati toni della polemica La Malfa-Martelli- che ci sia più di un imbecille che invece di guardarela luna piena, contempla la punta del proprio dito. Fuor di metafora: invece di accapigliarsi in difesa dei bottegai fiorentini o delle cooperative emiliane sarebbe il caso di cominciare a pensare che la questione va risolta alla radice, ridefinendo i rapporti Nord-Sud, intervenendo sul debito estero e con opportune politiche di sviluppo nel Sud del Mondo (un discorso simile lo avevano tentato i radicali all’inizio del decennio scorso, ma poi tutto era finito nella solita melassa assistenziale e spartizione partitocratica) che riparino ai guasti della desertificazione e ai nefasti effetti dellepolitiche coloniali. Altrimenti non basteranno ne’ i poliziottine’ le bande del Ku Klux Klan al soldo della canaglia bottegaia a fermare l’ invasione. E allora anche le grandi industrie e i sindacati del Nord (che oggi sono favorevoli a una politica selvaggia di acquisizione di un esercito industriale a basso costo per le mansioni inferiori, defatiganti o nocive che laclasse operaia italiana ormai rifiuta) si renderanno conto di aver giocato all’apprendista stregone.
E’ su questo terreno, quindi, che si fonda, qui e ora, la necessità della ripresa di un’ iniziativa che ristabilisca contro le ferree e catastrofiche leggi dell’economia la centralità del dolce ragionamento dell’ecologia.

IL GIORNALE DI NAPOLI

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