Gli ex terroristi, testimoni inaffidabili

[Un intervento sul blog Cuori neri, una metarecensione della riedizione della biografia di Mambro e Fioravanti opera di Pietro Corsini, sotto forma di lettera aperta a Luca Telese]

Corsini_copertinalibroCaro Luca,

questa non è la recensione del libro di Corsini che mi ha chiesto ma alcune riflessioni che mi ha suscitato e che mi piace mettere in comune con te e gli amici del blog.

Dopo il pionieristico “A mano armata” di Bianconi, a partire da “Neofascisti” di Rao si è sviluppato un interessante filone saggistico in cui la principale fonte storica delle vicende degli anni di piombo non sono più gli atti giudiziari e le elecubrazioni dei pm ma le testimonianze dirette dei protagonisti.

Tutti gli autori di questo filone (oltre ai già citati, tu, Colombo, io, Semprini & Caprara) sono giornalisti (quasi tutti di sinistra, tutti con un rapporto più o meno simpatetico con le fonti) e questo ha qualche implicazione metodologica. Correttamente Corsini applica l’incrocio delle fonti contraddittorie. Tra l’altro senza mediazioni,con una tecnica di montaggio da Mixer, mi verrebbe da dire: e non sarò certo io a criticarlo, visto che ho avuto il barbaro coraggio di pubblicare pari pari le dieci cartelle del memoriale Macchi (suscitando il giusto rimbrotto di Rao, vestale del sacro ruolo della “mediazione” giornalistica sulle fonti) senza prendere posizione, anche se poi è il contesto che orienta l’interpretazione. In “Naufraghi” come nei “Terroristi della porta accanto”.

In almeno due casi Corsini mi usa come polo della contraddizione. Nel caso del ritratto di Mangiameli offertomi da Adinolfi (vs. il pessimo giudizio dei suoi assassini) e in quello della morte di Vale, laddove all’anomino (mica tanto: e credo se ne sia accorto lo stesso Corsini qual è la fonte) guerrigliero nero che smonta la tesi del suicidio replica il principale “accusato”. In quest’ultimo caso,ovviamente, a dirimere la questione basta l’eccellente lavoro di ricostruzione delle ultime ore di Vale e delle immediate narrazioni giornalistiche fatto da Caprara& Semprini (un libro atroce per un editing da sanzionare fisicamente ma assolutamente prezioso per le gemme che contiene: l’ho usato poco per Fascisteria 2, ne farò tesoro per la riedizione di Guerrieri). Ma ovviamente non si può trasformare ogni libro nella mappa dell’impero cinese raccontata da Borges.

Il problema sorge, ovviamente, nel momento in cui questi libri diventano a loro volta un accumulo di dati e quindi in se stessi fonte di “verità storica”. E oggetto di dibattito: così Fioravanti coglie l’occasione del testo di Corsini per replicare all’accusa (da me rilanciata più volte) dell’omicidio Arnesano come una “forzatura” per “incastrare” Vale. Ma sulla questione della “battaglia della memoria” tornerò più avanti.

Con giusta malizia, a un certo punto, Corsini coglie in castagna Ciavardini e a una sua smentita fatta, credo a Semprini, non ho il libro sotto mano, oppone un fatto: che nelle registrazioni con Corsini nel 1995 aveva detto tutt’altra cosa.

E qui cominciamo a entrare nel vivo nei meccanismi della memoria umana, che non è un accumulo di banche di dati in silicio ma il prodotto di un complicato lavorio di continua retroazione tra emozioni, contingenze, diverse economie, dal politico al narcisistico, autorappresentazioni.

E quindi bene fa Corsini (lo fa spesso, non sempre e qualche volta il testo ne risente) a fissare nel tempo la determinata testimonianza. Non è questione di malafede: è proprio lo scherzo della vita. Ne posso essere diretto testimone. Il terribile sforzo che mi è costato scrivere Fascisteria ha fatto sì, ad esempio, che quello che Adinolfi mi ha detto nel 1988 su Dimitri, non so se appena scarcerato o ancora detenuto, con un forte giudizio critico sul suo ruolo nel movimento della dissociazione, fosse superato non dico oggi ma già quando il libro è andato in stampa. E le stesse considerazioni valgono, che so, sul memoriale più o meno “apocrifo” di Miguel Martinez su Nuova acropoli: un cittadino ha il diritto di considerare non più valido un suo testo, prodotto di precise circostanze storiche (nel suo caso il trauma della fuoriuscita da una setta totalitaria). E quindi il suo uso decontestualizzato e senza tutte le precisazioni del caso è profondamente scorretto.

Ovviamente, se si comincia a “giocare” su questo terreno, ci si può fare molto male. E i soggetti più a rischio sono proprio Francesca e Valerio, proprio per la loro straordinaria sovraesposizione (questo è il terzo lavoro esclusivamente dedicato a loro: anzi a voler essere precisi Bianconi parla della vita di lui,ma gli intrecci sono evidenti…). E’ così evidente, per fare un esempio, il clamoroso cambio di giudizio su Cavallini (tra Bianconi 1992-93 e Colombo 2007) e il movimento di senso opposto verso Alibrandi (tra gli interrogatori giudiziari e i due testi di quest’anno: nel primo caso è evidente che abbia giocato il condizionamento del “processo” di Bologna aperto, nel secondo caso la storia ha dimostrato quanto fossero sbagliate quelle affermazioni (io lo notavo già in Fascisteria, riportando dettagliatamente la testimonianza di Claudia Serpieri dell’85, che oramai è diventata un must).

La conclusione a cui sono giunto – e temo che così io possa suscitare qualche pernacchio, atteso che sono stato il più ossessivo e paranoico accumulatore di dati – è che a questo punto è praticamente impossibile usare le fonti orali dirette per la ricostruzione dei fatti storici, mentre è molto importante lavorare con questi materiali sulla storia della mentalità, sulle dinamiche del vissuto. Ne aveva già parlato Bianconi, ma il testo di Corsini è impagabile proprio quando scandaglia il rapporto di coppia tra i terroristi della porta accanto. Perché ci restituisce le emozioni, perché rende conto della complessità del reale: perché non serve pensare a dei mostri. E anche se la descrizione di qualche melensaggine della coppia di innamorati susciterà la legittima indignazione dei familiari delle vittime, è giusto che si sappia che in quegli anni un ragazzo di 20 anni poteva ammazzare un coetaneo con un colpo in fronte, o anche alla schiena, e poi palpitare per la sua bella, come tutti gli adolescenti di questo mondo.

Vado a concludere con due osservazioni. Anche Francesca Mambro, in almeno due circostanze, dice a Corsini cose documentatamente non vere ma in assoluta sincerità (e non starò qui a riprendere le plateali puttanate che Fioravanti fa scrivere a Colombo, scambiando,che so,Bruno e Dario Mariani). Quando associa direttamente il pentimento di Cristiano ai primi sospetti su Cavallini e all’episodio del ferimento di Carminati al confine. Perché in mezzo a quei dieci-dodici giorni c’è un blitz con 50 arresti. Probabilmente un eccesso di sintesi di Corsini e la voglia di non fare un doppione, perché già nel libro di Colombo la Mambro aveva ricostruito perfettamente e smontato la menzogna di Cristiano che si pente prima di Sparti e non perché crolla dopo il “pentimento” del padre putativo. Così non può essere stato Palladino a portare gli “sbirri” a via Decio Mure: era in galera da due settimane. Ma certo, è un’imprecisione: perché Palladino avrebbe soffiato il nome di Sortino e poi…

A proposito: è ormai verità di fatto che Palladino ha sulla coscienzaVale ma qualcuno ha mai trovato uno straccio di verbale o una dichiarazione degli inquirenti che affermano che a via Decio Mure ci sono arrivati su indicazioni, più o meno diretta di Palladino? E’ anche questo un caso di profezia che si autoavvera?

Per finire: la battaglia della memoria. A venticinque anni di distanza continuano le “scaramucce” tra “bande” rivali. I tippini lavorano sistematicamente alla distruzione dell’immagine dei terroristi della porta accanto (hanno ammazzato Ciccio, hanno lavorato sistematicamente alla distruzione del gruppo) e viceversa (un loro capo voleva “eutanasizzare” Francesca, il gruppo dirigente ha tradito la causa rivoluzionaria). Così le narrazioni diventano gli episodi di una guerra a bassa intensità, con altri mezzi. Io, pur avendo cominciato la mia lunga ricerca avendo come fonti privilegiate i leader di Tp, mi sono sempre sforzato di non essere “embedded” e colgo l’occasione per ribadire che al di là della simpatia, del rispetto (e in qualche caso anche dell’amicizia) che nascono tra ricercatore e “oggetto della ricerca” (in questo caso, buffo, si tratta proprio di ex ricercati) non possiamo, non vogliamo, non dobbiamo essere “embedded”.

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2 comments on “Gli ex terroristi, testimoni inaffidabili
  1. Stocabrega ha detto:

    Il dono della sintesi
    Chi lo ha e chi no
    Tu no
    Tutte ste parole per dire cosa?

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