17 maggio 1972: ucciso il commissario Luigi Calabresi. Quattro condannati di Lotta Continua

luigi calabresi

L’omicidio del commissario Luigi Calabresi è un crocevia dei misteri d’Italia. Una tragica concatenazione di fatti collega, infatti, l’assassinio di Calabresi alla morte di Pinelli, all’eccidio di piazza Fontana, alla morte di Franco Serantini e alla strage davanti alla questura di Milano consumata nell’anniversario dell’attentato. Secondo la magistratura italiana i due colpi sparati il 17 maggio 1972 alla nuca del vice responsabile dell’ufficio politico della questura milanese sono da imputare a quattro militanti di Lotta Continua, il maggiore gruppo della nuova sinistra che si scioglie nell’autunno 1976 dopo il disastro elettorale alle politiche di giugno.

I quattro accusati

il leader nazionale Adriano Sofri, autore dell’editoriale del giorno dopol’esecuzione, in cui afferma che nella morte del commissario si riconosce la voglia di giustizia di tanti proletari. Una frase che contende il record di citazioni a quella di Franco Piperno sulla geometrica potenza delle Brigate rosse a via Fani;
Giorgio Pietrostefani, responsabile della sede milanese e accusato di essere il dirigente della struttura di lavoro illegale di Lotta Continua, espressione di una linea militarista ben presto abbandonata;
Ovidio Bombressi, un militante pisano proveniente dai ranghi del Potere operaio pisano, accusato di essere l’omicida del commissario;
Leonardo Marino, ex operaio Fiat, l’autista.
Dopo 16 anni di indagini a vuoto, il caso Calabresi diventa il caso Sofri nel 1988, quando Marino, un fedelissimo di Sofri diventato rapinatore dopo essere stato “gestito”, all’insaputa della magistratura, per 17 giorni da un colonnello dei carabinieri, “confessa” di aver partecipato all’omicidio. Avrebbero ucciso il commissario lui e Ovidio Bompressi, su ordine di Sofri e Pietrostefani, rispettivamente il leader politico e militare.

La linea difensiva

La linea difensiva rifiuta la tesi del complotto ma si pone su un crinale pericoloso, negando anche l’evidenza delle attività illegali che all’epoca erano comuni a tutti i gruppi extraparlamentari. Otto i processi celebrati. Processi indiziari, tutti basati unicamente sulle dichiarazioni – spesso senza alcun riscontro e palesemente contrastanti – di Marino. C’èun’assoluta carenza di prove. Alcuni dei corpi del reato clamorosamente scomparsi o distrutti. Il grande accusatore racconta infatti che, avuto l’incarico da Pietrostefani si è recato a Pisa a chiedere conferma a Sofri, che era la sua stella polare. L’ occasione è il comizio del 13 maggio, dedicato a Franco Serantini, ammazzato di botte dalla polizia negli scontri antifascisti organizzati il 5 maggio da Lotta Continua. Marino ricorda la passeggiata con Sofri dopo il comizio ma dimentica e non sa spiegare perché si mettono a camminare mentre è in corso un violentissimo acquazzone.

Otto processi

Otto processi con alterne sentenze. La Cassazione annulla ‘assoluzione in appello perché il giudice a cui è affidata la motivazione è l’unico colpevolista e così scrive “una sentenza suicida”. Fino alla definitiva: 22 anni per Sofri (che neanche ha prese il suo stato incompatibile con la detenzione), Bompressi (graziato da Scalfaro per problemi di salute) e Pietrostefani (riparato a Parigi), la prescrizione del reato (cioè neppure un giorno di galera) per Marino. Otto processi, fino al rigetto, nel gennaio 2000, di un’istanza di revisione che lascia tutti i dubbi sulla sentenza e sulle responsabilità individuali. Resta la certezza storica che l’omicidio Calabresi è il primo attentato omicida della “guerriglia rossa”.

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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