5 giugno 1975/2: la morte di Mara Cagol, le Br, la questione dell’esproprio

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Nel corso di una perlustrazione dei CC per ricercare Vittorio Vallarino Gancia, l’industriale del liquore da pochi giorni rapito, il 4 giugno 1975 a 11 giorni dalle elezioni regionali, ha luogo alla Cascina Spiotta,5 giugno 1975: , presso Acqui, uno scontro a fuoco in seguito al quale muore una donna. Più tardi si viene a sapere che la donna è Margherita Cagol, e che a sequestrare Gancia erano state le Brigate Rosse. Un comunicato delle BR conferma l’identità di Margherita “Mara,” e le rende l’onore dovuto a un rivoluzionario caduto:

Ai compagni dell’organizzazione, alle forze sinceramente rivoluzionarie, a tutti i proletari. E’ caduta combattendo MARGHERITA CAGOL, “MARA,” dirigente comunista e membro del comitato esecutivo delle Brigate Rosse. La sua vita e la sua morte sono un esempio che nessun combattente per la libertà potrà piú dimenticare. Fondatrice della nostra organizzazione, “MARA” ha dato un inestimabile contributo di intelligenza, di abnegazione e di umanità alla nascita e alla crescita dell’autonomia operaia e della lotta armata per il comunismo. Comandante politico-militare di colonna, “MARA” ha saputo guidare vittoriosamente alcune tra le piú importanti operazioni dell’organizzazione. Valga per tutte la liberazione di un nostro compagno dal carcere di Casale Monferrato. Non possiamo permetterci di versare lacrime sui nostri caduti, ma dobbiamo impararne la lezione di lealtà, coerenza, coraggio ed eroismo!
E’ la guerra che decide in ultima analisi, della questione del potere: la guerra di classe rivoluzionaria. E questa guerra ha un prezzo: un prezzo alto certamente, ma non cosí alto da farci preferire la schiavitú del lavoro salariato, la dittatura della borghesia nelle sue varianti fasciste o socialdemocratiche. Non è il voto che decide la questione del potere; non è con una scheda che si conquista la libertà. Che tutti i sinceri rivoluzionari onorino la memoria di “MARA” meditando l’insegnamento politico che ha saputo dare con la sua scelta, con il suo lavoro, con la sua vita. Che mille braccia si protendano per raccogliere il suo fucile! Noi, come ultimo saluto le diciamo: “Mara” un fiore è sbocciato, e questo fiore di libertà le Brigate Rosse continueranno a coltivarlo fino alla vittoria!
LOTTA ARMATA PER IL COMUNISMO
5 giugno 1975 BRIGATE ROSSE

La morte di “Mara” si presta a vari commenti da parte della stampa di sinistra. Per il PCI e Avanguardia Operaia, entrambi impegnatissimi nella campagna elettorale, si tratta ancora una volta di fascisti e servizi segreti.
Il “Quotidiano dei Lavoratori” spiega la sua posizione in un articolo dal titolo “UNA MORTE PER FANFANI”: “La criminalità del bandito e quella del carabiniere sono complementari, sono due facce della stessa medaglia. La morte di Margherita Cagol è una morte `fanfaniana.”
In tutti questi anni l’atteggiamento di AO è rimasto fermo alle indicazioni contenute nelle vignette di Chiappori, candidato del PCI alle elezioni, collaboratore fisso di “Panorama,” rivista peraltro da molte parti chiacchierata di infiltrazione sia per aver contribuito al “lancio” di GirottoFrate Mitra, sia perché, al tempo in cui a capo del SID era l’ammiraglio Henke, aveva come segretaria di redazione Marina Henke, figliola di tanto padre.
L`Unità” a sua volta, dopo aver acutamente notato che Acqui è sulla strada di Savona e che a Savona i fascisti hanno già buttato le bombe, esprime il desiderio, dal momento che se ne è già uccisa una militante, di “vedere finalmente finire questa incredibile storia delle Brigate Rosse” e aggiunge: “La gente è stufa di provocatori che, si qualifichino come neri o come rossi, portano tutti acqua al mulino dei nemici della democrazia e dei lavoratori.”
Il Manifesto, forse per la prima volta, sottolinea perlomeno la buona fede di Margherita: “Il Popolo ha pensato bene di accusare niente di meno che la KGB […].
‘l’Unità’ gli ha replicato ‘sono criminali comuni, prendeteli, siete voi lo stato.’ Né ‘Il Popolo’ né ‘l’Unità’ si chiedono come sia avvenuto che una ragazza trentina di buona famiglia, cattolica praticante – il suo corpo è stato benedetto al cimitero di Trento, da monsignor Bertolini – sia finita crivellata […] mentre credeva di lottare contro il capitalismo.”. C’è anche chi la considera una militante rivoluzionaria e, come tale, pur nella divergenza di linea strategica, le rende l’onore quale compagna caduta in combattimento. È il caso, ad esempio, di LC:
Leggiamo con disgusto le frasi di scoperta esultanza, o di deplorazione pietistica – e perfino razzistica: una donna fragile, piccolo borghese, travolta dal destino del suo uomo – che vengono dedicate alla morte di Margherita Cagol. Leggiamo con rispetto, ma con un ancor piú fermo dissenso politico, le parole con le quali i suoi compagni l’hanno salutata, che parlano di eroismo e della vittoria. Non c’era la vittoria in fondo alla strada intrapresa dalle Brigate Rosse: al contrario, c’era la loro sconfitta, la dimostrazione del loro errore. Ma non bisogna consentire che a denunciare e a far tesoro di quell’errore sia il nemico di classe, che cerca nelle debolezze dei rivoluzionari forza e legittimità per il proprio dominio oppressivo […] Cosí, da ogni parte, la ripulsa o la dissociazione politica verso le Brigate Rosse – e chiunque con una analoga linea si identifichi – esclude ogni volontà (e capacità) di capirne le radici, le domande, gli errori, le lezioni… … [Le BR] sembrano citare solo ritualmente il lavoro salariato, e testimoniare invece molto piú nettamente la concezione di una ribellione di uomini liberi contro la schiavitú… Oltre la tristezza per la morte di Margherita Cagol, c’è nel suo destino – e di altri prima di lei – una misura indiretta della strada che ancora resta da percorrere alla politica rivoluzionaria, a una trasformazione del mondo che non consente forzature soggettiviste, distaccate dalla fiducia razionale nella lotta di classe; e nemmeno la faciloneria di nuovi miti, che fingono una nascita senza dolore dal vecchio mondo, e un destino senza dolore del mondo nuovo. Il primato della politica non può essere altro se non un’ininterrotta lotta e conquista collettiva e personale.

Naturalmente, in seguito all’episodio di Acqui, la stampa borghese dà fiato alle trombe, dando ormai per spacciate le BR: “Le Brigate Rosse […] hanno ricevuto un colpo mortale.” Ritenendo di aver ottenuto ormai la “prova regina” della loro natura delinquenziale, cosí prosegue Andrea Barbato sulla “Stampa”: “È caduto l’ultimo esile diaframma che separava le Brigate Rosse dalla criminalità comune piú crudele e sfrontata […] tutto l’impianto è di pura malavita, un’anonima sequestri che sventola bandiere stracciate.” Peccato però che l’ex speaker del Telegiornale ora ingaggiato da Agnelli, che ne ha fatto un portavoce della FIAT, sia poco informato. Se infatti avesse letto i documenti delle BR resi pubblici avrebbe scoperto che nulla di sensazionale c’è in questo episodio. Le Brigate Rosse già da tempo avevano reso nota la loro posizione in proposito: “L’espropriazione è una componente strategica (non tattica) della guerriglia […]. Nell’espropriazione dunque si oggettivano dei valori di legalità e moralità rivoluzionarie.”
Quindi nessuna scoperta sensazionale da parte degli scrivani della borghesia. Resta invece da spiegare ai compagni come mai fino a quel momento, e nemmeno in quell’occasione, se non fossero state scoperte, le BR non avessero ritenuto di firmare le loro azioni di “esproprio.” La risposta, che ci viene dalle stesse BR, è contenuta in una circolare interna di alcuni anni precedente l’episodio di Acqui:

… L’esproprio non deve essere affrontato semplicemente per necessità contingenti di autofinanziamento, ma va considerato come uno degli aspetti fondamentali della lotta per la costruzione del potere proletario e come una delle vie obbligate per la quale deve passare la crescita del movimento rivoluzionario. Sino a ora, per valutazione di carattere tattico, si è preferito rinunciare a fare delle azioni di esproprio oggetto di propaganda armata a livello di massa per evitare, per quanto possibile, di fornire al potere il destro per una repressione e un attacco politico che, date le nostre attuali condizioni di debolezza, sarebbe stato difficile parare. Ora valutando anche che comunque sarà il potere quanto prima a prendere l’iniziativa su questo terreno (tentando di criminalizzare il movimento faranno a gara a dipingerci come una banda di rapinatori), è necssario riconsiderare la situazione.
Sebbene siamo dell’avviso che sarebbe nostro interesse “esporci” in condizioni di maggior radicamento delle BR nel movimento di massa, essendoci costretti, dovremo prendere posizione su questo argomento. Riteniamo che è intellettualistico e politicamente infantile sperare di ottenere una vittoria politica sul terreno degli espropri semplicemente pubblicando un documento che spieghi come la pensiamo su questo argomento. Per avere una posizione dialettica, che abbia forza nel movimento, è necessaria un’azione di esproprio avente dei connotati organizzativi inequivocabili politicamente, e tali da costituire un punto di riferimento a livello generale. Solo cosí un eventuale documento avrebbe efficacia a livello di massa e non solo per i gruppi della sinistra.
Tutto sta a vedere se abbiamo la sufficiente forza organizzativa per un esproprio del genere, ma se non ci proviamo e non lo costruiamo non l’avremo.[11]

Il clamoroso fallimento del sequestro Gancia e la violenta campagna promossa dallo stato, nel tentativo di criminalizzare l’intero movimento, convincono le BR che ormai non restano piú motivi validi per continuare a non firmare le azioni di esproprio. Il 14 luglio a Lonigo (Vicenza) portano a compimento un’azione di esproprio. Si tratta di un’azione di limitate dimensioni e con effetto “pedagogico” modesto. Tuttavia l’azione appare rilevante, perché, compiuta in un momento di crisi dell’organizzazione, ne ribadisce l’esistenza e l’efficienza. In questa occasione per la prima volta le BR firmano con un comunicato un esproprio (…)

Un’altra azione di esproprio che frutta 118 milioni viene compiuta l’8 ottobre a Genova. Questa volta è lo sportello della Cassa di Risparmio situato all’interno di un grosso complesso ospedaliero ad essere preso di mira. Non manca nel volantino che firma l’azione una spiegazione politica della scelta dell’obiettivo: “Il sistema sanitario nella società capitalistica è un anello essenziale dello sfruttamento del proletariato. Infatti il sistema dei padroni dopo aver creato la maggior parte delle malattie attuali, non ha alcun interesse a curare decentemente un lavoratore ammalato, preferisce cinicamente sostituirlo con uno nuovo di zecca, produce certamente di piú.”
Le azioni di Lonigo e Genova sono fino ad ora i soli espropri firmati. Certamente in nessuna delle due occasioni si è raggiunto l’obbiettivo descritto in una loro circolare interna (“un’azione di esproprio avente dei connotati organizzativi inequivocabili politicamente e tale da costituire un punto di riferimento generale”). Piuttosto sembra trattarsi di una mera tassazione, dettata da esigenze logistiche e da uno stato di necessità impellente.
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Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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