21 settembre 1943: a Matera la prima insurrezione antitedesca del Sud

La prima ribellione del Sud avviene a Matera, metà sul pianoro, attorno alla torre diroccata, metà nel vallone precipite che ha pareti di tufo, la Matera dei Sassi, tutta abitata però da buona gente, piccola di statura, che prima lavorava per la chiesa e ora, dopo il 1860, per i baroni diventati padroni delle terre tolte alla chiesa: comunque esclusa dalla storia, salvo che in queste poche ore gloriose di ribellione. Matera è la prima insurrezione cittadina dell’Italia occupata dai tedeschi: i legami cittadini, personali vi sostituiscono quelli politici, questa è la ribellione della gente che si conosce per nome in una piccola città.

Le prepotenze dei nazisti

L’8 settembre a Matera c’è un piccolo presidio con un comando di sottozona e un battaglione allievi avieri. All’annuncio dell’armistizio gli ufficiali, dopo una assise burrascosa, si dividono: alcuni partono per il Nord dietro il comandante Meloni, ex seniore della milizia; resta a Matera la maggioranza. Al comando della sottozona c’è il professor Francesco Nitti, ufficiale di complemento, che ha nascosto armi e munizioni. Ora, prima che arrivi l’America, la retroguardia germanica inferocisce, da nemico che parte e sa che non tornerà. Il tedesco brucia i carri-merci della ferrovia lucana e due automotrici; o va per la città povera, entra nei poveri negozi, ruba ciò che resta a questa gente buona, umile, però capace, al fondo delle umiliazioni, di reazioni furenti come il tedesco non immagina.

Fra il 18 e il 20 settembre l’occupante ha preso dodici ostaggi, li ha chiusi nella caserma della milizia fascista che è fuori città sulla strada per Potenza, e ha minato l’edificio. Ogni tanto un nazista entra e minaccia: «Vostri amici sparare su di noi, non è buono». Due mitragliatrici sono piazzate davanti all’edificio.

Una razzia innesca la rivolta

Ma il 21 è difficile tenere quieta Matera, già si odono il cannone e la mitraglia del combattimento che si avvicina e si sa quale ne sarà l’esito, basta guardare i tedeschi che passano per la città sulle loro camionette, stanchi, stravolti. Perciò la gente non sa stare in casa anche se ha paura. E verso le 17 si accende l’insurrezione. Accade in via San Biagio nella oreficeria Caione. Il titolare è lontano, in bottega ci sono la signora Michelina, certi suoi parenti, alcuni soldati tedeschi e italiani. I tedeschi si fanno aprire le vetrine, intascano anelli e orologi. « Per ricordo» dicono. Gli italiani li guardano. Quando stanno per uscire con il bottino due italiani tirano fuori la rivoltella e sparano. Un tedesco cade nel negozio, l’altro ferito esce in strada ed è finito con una bomba a mano. Ne trascinano il cadavere fino alla «scaricata» che scende ai Sassi, ma non serve nasconderlo, l’allarme è stato dato, i tedeschi accorrono.

I combattimenti

Sparano gli ex militari che si sono tenuti un’arma in casa, e i civili a cui Francesco Nitti distribuisce fucili e munizioni. Si combatte nel rione San Biagio, attorno alla piazza Grande, in via Cappelletti. Nell’eccitazione gloriosa dell’ora un uomo tranquillo come Emanuele Manicone, quarantaquattro anni, padre di famiglia, esattore della Elettrica Lucana, corre per le vie del centro urlando la notizia: «Hanno ammazzato due tedeschi!». Poi vede un maresciallo nazista da un barbiere, gli si getta contro con un coltello, lo ferisce, lo disarma; eccolo andare alla caserma delle guardie di finanza che è lì vicino, chiamare i militi, guidarli al combattimento e morire nelle braccia degli amici, colpito da una raffica. La città, senza eroi risorgimentali, trova nell’insurrezione il suo eroe. Ora la battaglia si spezza e si allarga. I tedeschi vanno alla cabina di distribuzione dell’elettricità; minano gli impianti, fucilano due ingegneri della Lucana. Alle 18 si ode il boato: è saltata la caserma della milizia con gli ostaggi, solo uno dei dodici è scampato.

La liberazione

La notte trascorre in preparativi. Il tedesco ucciso davanti all’oreficeria e trascinato alla «scaricata» è stato coperto con un lenzuolo bianco. Ci ha pensato una povera vecchia che ha figli lontano sotto le armi, hanno sentito che diceva, coprendolo: «Povero infelice, era anche lui un figlio di mamma. Ma perché tutto questo?». La Resistenza, da noi, nasce anche perché la guerra finisca. All’alba si aspetta un attacco tedesco. Arriva invece un soldato canadese, in motocicletta, sulla spalla sinistra ha il distintivo del Black Cat, il suo reggimento. Lo portano in trionfo al municipio. Nell’insurrezione hanno combattuto persone di ogni ceto. Brava gente, umile, capace di battersi come l’Herrenwolk nelle poche ore in cui è stata libera di battersi. Poi torna il sonno su Matera, tornano i reali carabinieri: uno arresta il contadino Di Cuia, fra i più coraggiosi durante l’insurrezione, perché ha tenuto in casa delle bombe a mano.

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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