4-5 ottobre 1980: la cattura e la morte di Nanni De Angelis

nanni de angelis

Nanni De Angelis sul campo di rugby (Foto messa in rete da Stefano Schiavi)

Il 4 ottobre una soffiata (sarà sospettato l’amico che svolge i compiti di ufficiale di collegamento per Ciavardini) fa cadere Nanni e Luigi nelle mani della polizia. Quest’ultimo racconta:

Tornato nell’ambito di Terza posizione, in quei giorni mi sto dando da fare per aiutare i latitanti a espatriare. In questo mio agitarmi per Roma la polizia intercetta una mia telefonata: ma De Angelis non c’entra niente. Mi stava solo accompagnando.

Nanni tenta di impugnare il revolver, un’arma rapinata a Pescara. È capitano della squadra campione di football americano e per immobilizzarlo sono costretti a picchiarlo duramente, davanti a decine di passanti, a piazza Barberini. Poi, evidentemente, ci prendono la mano e continuano anche dopo averlo neutralizzato. Le modalità dell’arresto sono descritte in una lettera alla signora De Angelis, spedita da un anonimo spettatore:

Mi scusi se vengo a turbare il suo profondo dolore, ma sento il dovere di informarLa che la cattura di suo figlio è avvenuta in circostanze da film western, con la più spietata ferocia. Pensi che alcuni uomini presenti al fatto sono addirittura svenuti per quello che i poliziotti sono stati capaci di fare ai due ragazzi arrestati. Afferratili, li hanno gettati a terra e li hanno ripetutamente colpiti al capo con i tacchi delle loro scarpe. Quello che è successo a suo figlio era il minimo che potesse accadergli dopo un simile trattamento. Per sincerarsi meglio di quanto ho sin qui detto può far interrogare, non penso che Lei personalmente ne avrebbe mai la forza, qualcuno dei negozianti i cui esercizi si affacciano sul luogo dell’arresto. Non so di cosa fosse responsabile suo figlio, ma so che la scena cui abbiamo assistito mi ha riempito di angoscia e ci ha reso ancora più disorientati. Vorrei tanto firmarmi ma ho paura. Le più sentite condoglianze.

Il pestaggio riprende in Questura: si sparge la voce che è stato catturato il killer di “Serpico”. Il branco sfoga la voglia di vendetta su De Angelis, che dei due sembra il capo, al punto da

indurre successivamente la Digos a far fotografare e riprendere dalla televisione solo il Ciavardini, mentre dopo diverse ore di permanenza nei locali della Questura il De Angelis veniva trasportato in ospedale (…) Gli agenti di pubblica sicurezza lo hanno immediatamente disarmato, lo hanno messo per terra e si sono divertiti a pestargli il cranio… portato in Questura il De Angelis è stato fatto passare tra due file di poliziotti ai quali è stato detto: ecco il responsabile dell’assassinio di Serpico.

La sua agonia è descritta con dettagli raccapriccianti in un’interrogazione parlamentare dell’onorevole Michele Marchio. La mattina del 5 ottobre Nanni è portato all’ ospedale San Giovanni dove gli sono ricucite una ferita alla nuca e una alla tempia. Nonostante sette giorni di prognosi e l’evidente stato di stordimento per i postumi del duplice pestaggio è trasferito in cella d’isolamento a Rebibbia e non al centro clinico di Regina Coeli, come prescritto dai medici del pronto soccorso. La matricola registra l’ingresso alle 14,10 l’agente che distribuisce la cena lo trova impiccato con un lenzuolo alla finestra della cella alle 17,20. La famiglia si impegna in una dura battaglia legale per dimostrare che Nanni non si è tolto la vita ma che il suicidio è stato simulato per coprire la morte in cella in conseguenza dei colpi alla testa. Al suicidio, invece, crede Peppe Dimitri. Nella prima intervista all’uscita del carcere racconta:

Ho vissuto mesi di durissimo isolamento totale. C’è chi ha scelto di uccidersi. Un mio amico, Nanni De Angelis, trascinato nel braccio d’isolamento, dopo essere stato pestato a sangue durante l’arresto, si è impiccato nella cella accanto alla mia.

Di un senso di colpa per la tragedia parlerà anche Ciavardini:

Nanni era un ragazzo di una vitalità incredibile, dava piacere a guardarlo. Era allegro, una forza della natura. La sua morte, il rimorso di non averlo potuto aiutare, mi è sembrato quasi di aver ucciso un’altra persona (…).

 

Nonostante il clima da scene di caccia in bassa Baviera decine di camerati rendono omaggio a Nanni, vittima della brutalità poliziesca, varcando il portoncino del villino dei Parioli, per stringersi intorno alla famiglia. Quella casa la conoscono tutti: negli anni dell’impegno pubblico ha rappresentato per molti l’occasione di un pasto caldo e di un materasso su cui riposare nei ristrettissimi tempi che una militanza forsennata lasciava alle più strette necessità fisiologiche. Rosa, una piccola ed energica napoletana, quattro figli militanti in Tp (“Nanni”, Marcello, Giorgio e Germana, il quinto è un bambino ma ha già preso confidenza con le perquisizioni all’alba e i mitra puntati), non ha mai sbattuto la porta in faccia a nessuno. Quando qualche mese dopo il Telegiornale annuncia l’uccisione di un poliziotto, il piccolo esulta, la donna lo rimprovera: «Pensa alla madre, poverina» e lui, pronto: «Perché, Nanni non ce l’aveva una mamma?». A difendere la memoria del fratelllo, girando per le redazioni, ci pensa Giorgio: Marcello è anch’egli latitante e tocca a lui – un ragazzino robusto e laconico, diciott’anni ma è già un campione di rugby – spiegare a un redattore di Paese Sera che Nanni non era mai stato missino ma un militante antisistema. Il simbolo che gli hanno trovato al collo, precisa, era amerindio: il loro mito. In tempi in cui imperavano i martelli di Odino, il cugino Lele Macchi aveva scoperto la storia dei pellerossa come archetipo di una civiltà guerriera e nomade, non materialista né gerarchica e Nanni, caratterialmente irriducibile a qualsiasi catena, era stato il primo adepto del nuovo culto. La sua stanza è rimasta tappezzata dei manifesti di Geronimo e Cavallo Pazzo. Nanni era amatissimo dai camerati, ma anche da molti ragazzi di sinistra che gli erano amici. Il ritratto collettivo che viene restituito dai tanti che l’hanno pianto è quello di una persona buona e gentile: un artista (suoi i primi muralesdi destra) che non ha mai alzato un dito per teppismo o inutile violenza. Alto quasi un metro e 90, Nanni non si è mai tirato indietro nel bisogno, anche se alla noia della sezione preferisce il cazzeggio da bar e la caccia alle donne. Dei tanti caduti tra i “guerrieri senza sonno” Nanni sarà il più noto tra le generazioni successive. Gabriele Marconi, cantautore e scrittore, ci racconta come e perché:

La prima canzone? Piccolo Attila, scritta in ricordo di Nanni De Angelis. Inverno 1980. Nanni era morto da un paio di mesi, trovato impiccato alle sbarre di una cella d’isolamento dove non avrebbe dovuto essere. Quella sera del 5 ottobre, insieme a lui, moriva un sogno durato poco più di due anni (il sogno nostro, dico quello di chi era cresciuto dentro Terza posizione). All’improvviso il potere si era accorto di noi e muovendo un solo dito (ma neanche tanto piccolo…), ci aveva schiacciati come mosche fastidiose. L’illusione di poter essere, com’è scritto in La rivoluzione è come il vento, «angeli con la spada» in un mondo che non si formalizzava ad usare le bombe atomiche, finì proprio quel giorno. La retata contro Tp c’era stata il 23 settembre, d’accordo, ma il giorno a cui associo la parola “fine” per il nostro movimento, non c’è dubbio, è quello della morte di Nanni ( …) Avevo 19 anni, stavo da solo e mi spaccavo il cuore di rabbia, d’impotenza e di nostalgia. I miei amici erano a Roma (oppure in galera, o fuori dall’Italia) e a parte lettere e telefonate non avevo nessuno con cui sfogarmi. Per questo nacque Piccolo Attila: un passaggio dalla storia (la storia nostra, ovviamente) al mito (e non per niente il primo titolo della canzone era La leggenda di Piccolo Attila), sulle note di Foggy dew, quella ballata irlandese che cantava Alain Stivell durante il concerto dei 15 luglio, sempre a Roma, a Villa Torlonia, finito nell’incredibile scontro che ho cercato di descrivere nel testo. (…) Solo qualche anno dopo, a un concerto di musica celtica organizzato dal Fdg a piazza dei Popolo, scoprii nella maniera più imprevedibile che quella mia prima canzone (registrata in maniera più che casareccia su una cassetta di Marcello, da sua sorella Germana), era andata ben più lontano di dove arrivava la mia voce: quando la bandaveva attaccato Foggy dew, infatti, un ragazzino, dando di gomito a un amico, gli disse: “Aoh, la senti? Piccolo Attila in inglese!”, e attaccò a cantarla con le parole che avevo scritto io. E piano piano a lui si unì il suo amico e poi altri, e altri… Non ci volevo credere. Beh, se c’è un Dio, quella sera ho sentito una sua carezza.

Emozione analoga è toccata una decina di anni dopo a Marcello De Angelis, reduce dall’esilio londinese, che ha sentito le sue canzoni ormai quasi dimenticate diventare la colonna sonora del raduno nazionale del Fdg. Tra queste quella dedicata al fratello, registrata su un nastro di fortuna e febbrilmente riprodotta da centinaia di giovanissimi trasmettitori della memoria. Così Marconi trasfigura la piccola storia di Nanni che guida la carica contro un gruppo numericamente preponderante di compagni in occasione di un concerto di musica celtica a Villa Torlonia nel luglio 1980:

Tutti in piedi ci alzammo e davanti a noi/gli sciacalli già fremevano, avanzaron ghignando sicuri già/d’inseguire schiene nude. Ma la mano di Piccolo Attila/contro il cielo stellato si levò seminando il terrore calava giù/l’orda buia non rideva più. E con la forza di un fiume in piena poi/caricammo e la terra sotto noi rimbombando tremava e gli alberi/ondeggiavano nel vento. E mai più, mai più quel prato rivedrà/una sera come un anno fa non si scioglierà mai la Compagnia/ma c’è chi non è più sulla via.

De Angelis, invece, trova il distacco necessario a raccontare la tragedia nella forma della fiaba:

C’era un grande guerriero, con lo sguardo sereno che giocava con te. Combatteva senz’armi, era senza cavallo, ma è lo stesso per te. Ora è partito, ma ritornerà, tornerà quando tu chiamerai. Ora è partito, ma se lo vorrai tornerà quando sogni da te. Era forte, era grande, ma non era cattivo, lui correva con te. C’ è chi è cattivo e ha paura di chi è troppo forte e paura non ha. Nanni è partito a combattere chi vuole un mondo dove il gioco non c’è. Nanni è partito, ma ritornerà, tornerà quando tu chiamerai. L’orco lo fece prigioniero e una porta per scappare lui non la trovò e allora divenne un uccello e attraverso le sbarre nel cielo volò.

FONTE: Guerrieri/umt

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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One comment on “4-5 ottobre 1980: la cattura e la morte di Nanni De Angelis
  1. fabrizio ha detto:

    Grazie per averci ricordato questa storia triste e scomoda che purtroppo come molte altre in questo paese (paese?), ormai alle soglie del ridicolo, hanno fatto presto a far dimenticare.
    Grazie ancora

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