Nello scrigno del tempo: perché non funziona la pista rossa sulla strage dell’Italicus

Quello che segue è uno dei miei rari pezzi inediti, riaffiorato nel ciclico lavoro di riordino dell’archivio che normalmente faccio in agosto (vecchia nevrosi e bioritmo da deskista). E’ il commento (critico) dell’intervista di Pino Casamassima a Tuti sulla “pista rossa” per l’Italicus. Nel proporla agli Altri per il 35° anniversario della strage, Pino, che ben sapeva quello a cui sarebbe andato incontro, mi chiese preventivamente un “pezzo di appoggio” ma anche di messa a fuoco e presa di distanza. Il pur spregiudicatissmo Sansonetti non osò tanto e non se ne fece niente. Un  anno dopo avevo da poco aperto il mio blog, per il quale avevo scelto una linea editoriale abbastanza aggressiva per la fase di lancio. Così mi offrii di pubblicare il pezzo, senza avvertire l’esigenza di procurarmi il bollino blu antifascista: perciò il mio intervento rimase nell’hard disk. La mia linea editoriale era infatti quella di suscitare dibattito non di autovalidare la mia correttezza politica. La stessa operazione fatta sulla “pista palestinese” sulla strage di Bologna, a ben vedere… La polemica ci fu comunque, con numerosi interventi, e uno scontro  feroce tra lo zio di Alceste Campanile e alcuni ex compagni di Lotta Continua, che misero a posto l’anziano malmostoso. Il tutto è assemblato in questo fascicolo della serie “I pdf di fascinazione”. Comunque la provocazione di Tuti ha suscitato polemiche a distanza anche di anni: da 24emilia a contropiano. A rileggere oggi quest’ultimo pezzo viene da chiedersi come mai l’Adnkronos lo abbia rilanciato a un anno e mezzo dalla pubblicazione e a distanza dalle scadenze rituali delle rievocazioni storiche. E la tesi di Tuti ritorna oggi nell’affabulazione di Gabriele Adinolfi, che ha recentemente evoluto il suo negazionismo sulle stragi nere in una fantasmagorica tesi sulle “stragi rosse”. Ad ogni buon conto questo è quanto scrivevo cinque anni fa in merito …

Tuti, l’Italicus e il paradosso di Epimenide

Alla fine dell’intervista Mario Tuti, che da toscano maledetto e colto ha il gusto della beffa e della provocazione, suggerisce che solo l’arte – nella sua fattispecie il teatro – può in qualche modo saldare l’inevitabile crasi tra verità giudiziaria e realtà effettuale delle cose. In fondo era stato un intellettuale non sospettabile di corrività con la fascisteria a parlare di “stragi antifasciste” per Brescia e per l’Italicus, in contrapposizione alla matrice fascista di Piazza Fontana. Pasolini sapeva già, anche senza averne le prove. Trentacinque anni dopo, a prescindere dai fatti (il cui materiale svolgimento è di ormai impossibile ricostruzione) è evidente che il suo ragionamento filava, e come se filava. Al di là e contro le intenzioni di chi l’ha suscitata e agita, la strategia della tensione, infatti, anzicché ricacciare indietro la lunga marcia nelle istituzioni del Pci, ha finito per consentire ai comunisti italiani di raggiungere l’apogeo politico dentro le sovradeterminazioni geopolitiche dell’Europa di Yalta. Ma da questo a giungere alle conclusioni che le stragi, una strage in particolare, l’abbia fatta la Gladio rossa, la strada è molto lunga. E forse, più che alla letteratura come superiore forma di conoscenza della verità storica – per dirla con Sciascia – conviene attenersi all’epistemologia. A una geniale “bustina di Minerva” di Umberto Eco che, credo in occasione dello scandalo dei fondi neri del Sisde, si divertiva a sottolineare che il paradosso di Epimenide (“Tutti i cretesi sono bugiardi. Io sono cretese”) era connaturato al lavoro delle “barbe finte” e quindi come non si potessero prendere per buone, comunque, le clamorose rivelazioni degli indagati contro Scalfaro (o era Mancino?).

Così risponde al vero l’enunciato di Tuti sull’iscritta al Pci protetta di un alto ufficiale. E’ però opinione ampiamente diffusa che l’Ajello fosse un’infiltrata dei servizi, diventata comunista per accreditarsi negli ambienti della Resistenza greca. La sua figura è così descritta da Sandro Provvisionato, il redattore capo del Tg5 che qualche confidenza con i misteri d’Italia ce l’ha:

“Claudia Ajello quattro giorni prima che una bomba devasti il treno Italicus sulla linea Firenze Roma, alle porte della piccola stazione di San Benedetto val di Sembro, entra in una tabaccheria e telefona ad uno sconosciuto dicendo: << Le bombe sono pronte.Il treno arriva a Bologna, c’è una macchina che ti porterà a Mestre.>>. Chi è Claudia Ajello ? Una funzionaria del raggruppamento controspionaggio del Sid, il servizio segreto militare dell’epoca, inserita nella delicatissima struttura diretta dal gen Federico Marzollo, già incriminato per la struttura golpista della Rosa dei Venti, in cui compare il nome del col. Amos Spiazzi che sarà condannato e poi assolto per la bomba lanciata dal Bertoli alla questura di Milano”.

Alle congetture di Tuti si potrebbero allora contrapporre:

  • la più consistente coincidenza tra la strage del treno e l’imminente putsch “bianco” promosso da Edgardo Sogno e Luigi Cavallo (allora lo massacrarono ma aveva ragione Violante: e il progetto abortì solo perché negli stessi giorni Nixon si arrendeva all’onda di sdegno per il Watergate e abbandonava la Casa Bianca);
  • i legami evidenti tra taluni ambienti neofascisti toscani, collusi con i servizi segreti, e il ‘materassaio di Arezzo’;
  • le accuse di un condannato per strage come Vinciguerra (ma non ‘stragista’: colpì i militari, come i terroristi altoatesini e non nel mucchio) che individuò la matrice dell’Italicus nella passione esoterica per il ferro e il sangue dei De Felice, i fratelli che rappresentavano uno snodo tra destra eversiva, massoneria operativa e apparati golpisti.

Ma in questo caso siamo lontanissimi dalla verità giudiziaria (che nega addirittura – con grande sprezzo del ridicolo –  l’esistenza di progetti golpisti nell’Italia degli anni ’70), e lontani da una condivisa verità storica (tutti i vertici delle manovre eversive della calda primavera estate del 1974, da Sogno a Fumagalli a Pacciardi erano anticomunisti doc ma eroi antifascisti). E allora forse anche per l’approdo del Pci nell’anticamera dei bottoni bisognerà accontentarsi di più semplicistiche spiegazioni che guardano alle dinamiche interne (l’impatto elettorale del lungo ciclo di lotte operaie, ma anche la necessità del capitale di gestire la grande crisi innescata dalla guerra del Kippur: e come insegnano più recenti esperienze per politiche economiche di destra il coinvolgimento della sinistra è indispensabile) ma pure agli scenari internazionali, tra un processo di distensione che stava per mettere capo agli accordi di Helsinki e la violenta crisi finale dei tre regimi autoritari mediterranei che proprio in quei mesi si consumava tra ‘rivoluzione dei garofani’, avventura suicida dei ‘colonnelli’ a Cipro e regime franchista condannato all’eutanasia per mancanza di successori.

 

 

 

 

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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