Don Orlando si scusa per il saluto romano nel presente a Vivirito

Rivolgo a tutti il presente post per porgere la mie più sentite scuse per il gesto fatto durante la commemorazione fatta al cimitero sabato scorso. Mi rendo conto di quanto ho fatto esula dalla mia missione da pastore delle anime e perciò non capiterà più.

don orlando

Così, dalla sua pagina facebook, don Orlando Francesco Amendola, travolto dalla furibonda campagna mediatica per il saluto romano alla cerimonia funebre per Salvatore Vivirito, si scusa per il gesto, ma senza nessuna concessione politica: semplicemente perché il saluto romano esula dalla sua missione sacerdotale. Interessante, infine, la sua posizione ecclesiastica. Perché don Orlando si dichiara sacerdote vetero cattolico della Chiesa nazionale polacca. Il movimento veterocattolico nasce nella seconda metà dell’Ottocento, contro il Concilio Vaticano I e il dogma dell’infallibilità papale e si evolve verso una visione unitaria della comunità cristiana, riconoscendo validi solo i concili che hanno preceduto lo scisma ortodosso. La Chiesa polacca è invece una scissione conservatrice, maturata in America, alla fine del secolo scorso, in rottura con la decisione di ammettere le donne al sacerdozio

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Strage di Manchester: il padre del kamikaze era fin troppo integrato

E’ stato un militare di carriera nell’esercito libico il padre dell’autore della strage di Manchester. La sua vicenda personale e professionale (fugge in Arabia a inizi anni 90 per addestrare i guerriglieri afghani poi ripara a Londra ma già nel 2008 rientra clandestino in patria a preparare l’insurrezione che porterà all’esecuzione di Gheddafi e al crollo del regime) fa pensare che si tratti di uomo legato a filo doppio ai servizi britannici che nell’insorgenza antigheddafiana hanno avuto un ruolo importante. Ancora una volta, come già per Bin Laden, quadri operativi degli apparati occidentali si rivoltano contro…C’è un aspetto beffardo e paradossale in questa tragedia: non si tratta, quindi, di un fallimento delle politiche di integrazione (come spesso abbiamo sottolineato in altri casi di attacchi islamisti in Europa) ma, al contrario, degli effetti perversi di un eccesso di integrazione …

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Vivirito, il cappellano e quel maledetto saluto romano

Nei giorni scorsi ho pubblicato nel canale youtube il video, girato da Marcello Sinibaldi e gentilmente trasmessomi, sulla cerimonia per il quarantennale della morte dell’avanguardista Umberto Salvatore Vivirito, morto per le ferite riportate in un conflitto a fuoco con il gioielliere che stava rapinando. Al rito del presente ha partecipato anche un sacerdote, il cappellano del Campo X. Se n’è accorto un osservatorio antifascista e lo ha prontamente segnalato. Il puntuale rilancio dalle pagine di la Repubblica da parte di Paolo Berizzi ha scatenato l’inferno. Ad aumentare l’indignazione per l’improvvido gesto il fatto che fosse riservato a un rapinatore …

vivirito
Va bene che oramai, dopo 25 anni di peste giustizialista ci si può aspettare di tutto ma bisogna pur ricordare che la giurisprudenza più fresca, con i proscioglimenti per le commemorazioni di Ramelli a Milano, esclude che il saluto romano in cerimonie funebri e riti del presente costituisca apologia di reato. Del resto gli stessi avanguardisti hanno adottato come saluto d’ordinanza, proprio per non incappare in incidenti giudiziari, il saluto del legionario (il pugno portato al cuore) e usano il saluto romano solo nel presente.
Così come, fermo restando che le rapine sono sempre state un crimine, è opportuno richiamare alla memoria il fatto che negli anni Settanta era una prassi diffusa per i movimenti rivoluzionari, a destra come a sinistra, finanziare la lotta politica con rapine e sequestri di persona.
Nel pomeriggio la rassegna stampa completa …

 

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Nina Moric, CasaPound e la supercazzola del Giornale

L’annuncio dato dalla stessa Nina Moric – sarà la capolista di CasaPound alle prossime elezioni – non sorprende ma desta comunque clamore. E subito arrivano le frecciate degli avversari politici: ma non si era detto prima gli Italiani? Comunque il movimento fascista conferma la sua capacità di “sfondare” nel grande barnum mediatico. Anche perché, ovviamente, come spiega, divertito, Carlomanno Adinolfi, si tratta di puro rumore:nina moric

Il Giornale ha fatto una supercazzola, prendendo l’intervento alla zanzara in cui Nina Moric ha fatto una battuta e trasformandola in una finta intervista dando “ufficialità” a una battuta. Che poi, se ci pensa un attimo, non ci sono elezioni a breve termine quindi è palese il fatto che ufficializzare ora un capolista non ha senso.

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La strage di Manchester e le bugie che ci diciamo per rassicurarci

Di fronte a fatti drammatici come la strage di Manchester la gente si aggrappa alle proprie certezze mentre sarebbe importante sforzarsi di capire la complessità. A destra insistono: non è un britannico mentre ancora una volta lo jihadista è figlio di immigrati nato e cresciuto in Gran Bretagna, dove i suoi erano riparati per sottrarsi all’oppressione del regime di Gheddafi. Non è un problema, quindi, di immigrazione ma di fallimento di un modello di integrazione. Il nemico è già in casa: come gli assaltatori di Charlie Hebdo e del Bataclan, immigrati di seconda e di terza generazione cresciuti ed educati in Europa. Come se qualcuno sostenesse che Al Pacino e Robert de Niro sono italiani perché i nonni sono nati in Italia. L’aspetto dirimente è invece la capacità della società di accogliere e integrare. Per i bianchi europei il problema oggi non si pone. Ma un secolo fa gli italiani erano nel mirino dei Klan. Esemplare la vicenda del disagiato accoltellatore della stazione di Milano che ha creduto di trovare risposta al fallimento totale della sua famiglia di appartenenza (etnicamente mista, peraltro) nell’adesione alla comunità dei credenti ma pur mantenendo uno stile di vita occidentale: vedi il consumo di cocaina.strage di manchester
Dall’altra parte sinistra e chiesa ripetono il mantra negazionista: non è questione di religione, l’Islam non c’entra. Però il kamikaze girava da tempo per strada recitando litanie sacre e per questo è stato identificato e segnalato alle forze di sicurezza. Nel kamikaze dell’Arena, a differenza di altre figure di affiliati dell’Isis, il fattore religioso ha un peso maggiore nella determinazione della scelta radicale rispetto a istanze sociali o di disagio personale.

 

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23 maggio. 25 anni dopo la morte di Giovanni Falcone: la mafia sommersa

Venticinque anni fa la strage di Capaci con la morte di Giovanni Falcone, della moglie della scorta. Come il sequestro Moro per le Brigate Rosse, il punto di massima offensiva del terrorismo mafioso rappresenta l’inizio della fine. In pochi mesi arrivano, con la strage di via d’Amelio, il 41 bis, l’arresto di Riina, la trattativa insanguinata dalla campagna contro i monumenti. La Cosa nostra di Provenzano rappresenta un’altra cosa: la mafia che torna a incistarsi nel potere, che riesce finanche, camaleonticamente, a indossare i panni dell’Antimafia. Una realtà con cui dobbiamo fare i conti ancora oggi. Ma la strage di Capaci rappresenta anche qualcos’altro: un grande momento di presa di coscienza collettiva, il giorno della scelta per tanti giovani di un impegno civile, sociale e politico da portare avanti. Nel nome di Falcone e Borsellino. Come racconta magnificamente Lucilla Parlato, un un post su facebook:

Sono trascorsi 25 anni da quel 23 maggio 1992, il giorno della strage di Capaci in cui persero la vita il Giudice palermitano Antimafia Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della sua scorta, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani. “E forse questo io lo avevo messo pure nel conto, perché ero convinto che lo avrebbero eliminato comunque. Almeno, dissi, se deve essere eliminato l’opinione pubblica lo deve sapere e lo deve conoscere.  Il Pool Antimafia deve morire davanti a tutti, non deve morire in silenzio” commentó Borsellino, ucciso qualche settimana dopo. Avevo 23 anni, Massimiliano Gallo 20. Eravamo già due ragazzetti atipici, che odiavano uscire il sabato sera. Ma quel sabato – non esistevano web e cellulari ai tempi – rimanemmo paralizzati di fronte alla tv di casa sua. Io ricordo quello stupore impotente e la sensazione che il mondo faceva schifo. Poi da grande più di un 23 maggio l’ho passato a Palermo, senza mai dimenticare la rabbia e lo stupore di quel sabato dei miei 23 anni. Ci sono giorni che restano impressi nella memoria per tutta la vita. Quello di un quarto di secolo fa sicuramente ha segnato il passaggio definitivo alla mia età adulta, quella della consapevolezza peggiore. E credo che non accadde solo a me. Ci sono storie che segnano passaggi collettivi di una intera generazione. Come quel sabato 23 maggio 1992.

Quello che ha rappresentato il 12 dicembre 1969 per la mia generazione…

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Il terrorista islamico di Milano: un dramma della dis/integrazione

E’ un giovane sbandato il sicario della stazione centrale di Milano, indagato come terrorista  islamico. Negli ultimi mesi, uscito dal carcere dove era finito come pusher, ha pensato di trovare compagnia alla solitudine simpatizzando per l’Isis. Ci hanno tenuto subito a rassicurarci: non è un migrante, ma è italiano. Figlio di un tunisino e di una meridionale, entrambi con precedenti violenti, abbandonato a se stesso da una famiglia disfunzionale.
terrorista islamico
Numerosi tratti del profilo corrispondono al tipo che alimenta le reti islamiste in Francia e Belgio. Un piccolo delinquente di seconda o terza generazione, passato per la galera, socialmente emarginato. Ma qui ci troviamo di fronte a un lupo solitario in cui è, in tutta evidenza, la solitudine a determinare l’imbestialimento.

Del resto perché uno che mangia alle mense dei poveri, vive in strada, dorme in un furgone scassato in un quartiere degradato non dovrebbe essere incazzato con il mondo e con la vita?

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La strana alleanza di Melito: già litigano su tutti i fronti

Ieri pomeriggio ero presente al comitato elettorale di Pietro D’Angelo Sindaco di Melito in quanto candidato indipendente nelle fila della lista “Insieme per Melito” civica composta dall’Associazione Popolo della Famiglia e Terra Nostra.
Durante il suo intervento Nino Simeone Consigliere – Presidente Commissione Infrastrutture Lavori Pubblici e Mobilità Comune di Napoli ha usato più volte la parola “compagni” e rimarcato la differenza che c’è tra loro ed altri che compongono la coalizione che sostengo Pietro D’Angelo. Compagni un par de balle. Io credevo ed ancora credo che per il bene di Melito le differenze ideologiche che ci sono tra le varie componenti che sostengo D’Angelo erano state messe da parte e che l’importante era solo il bene del territorio, ma Simeone è stata la voce fuori dal coro, ritengo che il suo intervento non sia stato corretto verso il sottoscritto e verso chi come me ideologicamente è lontano anni luce dal suo credo politico. Io sono orgoglioso di stare dalla parte “sbagliata” orgoglioso di credere nei valori di DIO, PATRIA E FAMIGLIA quella famiglia che dovrà essere il centro del progetto politico per la rinascita di Melito e dell’Italia intera.

Così, Vincenzo Stravolo, già dirigente napoletano forzanovista e ora candidato indipendente della lista Popolo della Famiglia Terra nostra, contesta le pretese egemoniche della sinistra sull composita coalizione, che sostiene la candidatura a primo cittadino di Pietro D’Angelo, esponente del Movimento dei progressisti Articolo Uno, che è stata presentata nel pomeriggio di mercoledì 17 maggio alla stampa ed all’opinione pubblica di Melito, popoloso comune dell’hinterland partenopeo. Una coalizione che va dalla deputata Michele Rostan, eletta nelle file del Partito Democratico ed approdata al movimento dei progressisti Articolo Uno, a Marcello Taglialatela di Fratelli d’Italia, passando per il Popolo della Famiglia, movimento della destra cattolica guidato da Mario Adinolfi, ed alcune liste civiche, espressioni del territorio.
Una coalizione già litigiosa: perché oltre alle polemiche tra rossi e neri emerge anche uno scontro interno a Fratelli d’Italia. La partecipazione di Marcello Taglialatela all’apertura della campagna elettorale di D’Angelo, non è andata proprio giù a Luciano Passariello, consigliere regionale e membro della direzione nazionale di Fratelli d’Italia Alleanza Nazionale che non condivide l’alleanza contro natura tra il suo partito e la sinistra e definita una «scelta del tutto personale», in antitesi «all’orientamento del partito che non può sostenere un candidato proveniente dalla sinistra».

 

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Brigate Rosse: una storia interna alla violenza operaia degli anni 70

Al TPA_Terzo Piano Autogestito Palazzo Gravina Via Monteoliveto, 3 Napoli. Giovedì 18 Maggio 2017 ore_19,00 presentazione di  “BRIGATE ROSSE. Dalle fabbriche alla campagna di primavera”. di  M. Clementi, P. Persichetti, E. Santalena, edizioni Derive e Approdi, con l’intervento di  P. Persichetti, introduce M. Anselmo

violenza operaiaE ‘ un progetto ambizioso: il volume presentato stasera da uno degli autori, nello spazio autogestito degli studenti di Architettura, è il primo di una trilogia che punta a essere l’opera definitiva sulla storia delle Brigate Rosse. Aspirazione non velleitaria: perché il team è qualificato e ben assortito. Marco Clementi, ricercatore di Storia dell’Europa orientale ad Arcavacata, ha pubblicato già opere sulla “pazzia di Moro” e la “storia delle Brigate rosse”. Elisa Santalena insegna presso l’Université Grenoble-Alpes, dove collabora con il Laboratoire Universitaire Histoire Cultures Italie Europe. Studia gli anni della rivolta in italia, la questione carceraria, i movimenti armati e di contestazione. Paolo Persichetti è un ex brigatista di ultimissima generazione: la condanna per le Br-Ucc e l’estradizione dalla Francia (caso più unico che raro) gli hanno stroncato una promettente carriera accademica a Paris 8. I tre hanno combinato sapientemente fonti orali (con interviste esclusive ad alcuni dei leader del principale gruppo armato italiano) e lavoro di archivio (con uno scrupoloso spoglio dei numerosi documenti di polizia e servizi segreti recentemente desecretati) e così facendo parlare “guardie e ladri” sono riusciti a restituirci una potente visione di assieme.

Da questo lavorio emerge un dato interessante: le analisi e le ipotesi investigative elaborate in tempo reale in anni in cui le forze dell’ordine non potevano avvalersi né di infiltrati (l’unico, il pittoresco fratello Mitra, fu bruciato per catturare Curcio e Franceschini) né di pentiti dimostrano una capacità di conoscenza e di comprensione decisamente superiore ai risultati ottenuti sul campo e alle idee correnti sulla qualità della nostra intelligence

Il merito precipuo del primo volume, che tratta gli anni dal 1970 al 1978, dalla nascita all’acme del sequestro Moro, è però un altro. Attraverso una puntuale ricostruzione dell’elaborazione teorica e della pratica militante delle prime Brigate rosse si restituisce al fenomeno la sua realtà effettuale: essere stata cioè non una banda criminale o una spectra agita da chissà quale potenza straniera od oscura ma un’organizzazione nata e cresciuta dentro il conflitto sociale dei primi anni Settanta, in cui la violenza operaia in fabbrica, dai pestaggi dei capi e dei crumiri al sabotaggio della produzione, era diffusa e quotidiana. A differenza degli altri gruppi rivoluzionari, che estendono le lotte dai quartieri alle carceri, dalle caserme ai manicomi, la Brigate rosse concentrano per i primi anni le loro attività nelle fabbriche del triangolo industriale. Poi, “fallite le esperienze dei gruppi politici extraparlamentari nati nel biennio 1968-69, la lotta armata divenne, a metà degli anni Settanta, un’opzione che conquistò larghi settori del movimento. Le Brigate rosse furono, semplicemente, parte di quel processo”.

PER APPROFONDIRE: una lunga (e bella) intervista di Massimo Bordin a Paolo Persichetti per Radio Radicale

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I due Renzi e le intercettazioni: l’autorete del Fatto

Era tutto un teatrino? O Matteo Renzi ha veramente fatto un’imbruttita al padre sullo scandalo Consip e i rapporti con Romeo? Comunque la diffusione dell’intercettazione si è rivelato un boomerang per la banda del Fatto Quotidiano. Visto infatti l’effetto spot per l’ex premier i “ragazzi del coro”, ben supportati dal fuoriclasse nazionale del gossip Roberto “Dagospia” D’Agostino, hanno rilanciato: Renzi sapeva che il padre era intercettato, ha messo in scena la sua innocenza, buttando a mare il vecchio con tutti i panni. Non ci piace il pregiudizio negativo ma il precedente è ottimo: perché a questo punto sarà sempre possibile porre il dubbio. Il sospettato sapeva di essere intercettato e quindi ha manipolato la realtà. Del resto, in tempi non sospetti, abbiamo segnalato come, ad esempio, Massimo Carminati, ben sapendo di essere controllato, abbia usato le intercettazioni per mandare segnali, costruirsi un nuovo personaggio o semplicemente divertirsi…

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Sono nato a Napoli nel 1956 e cresciuto a Posillipo. Vivo e lavoro a Potenza. Sposato da 35 anni, ho una figlia trentenne, un genero, un nipote. Militante dell’antagonismo sociale negli anni Settanta, ho proseguito il mio impegno sul fronte della solidarietà per i prigionieri degli anni di piombo, partecipando in prima persona alle campagne per la soluzione politica. Le mie posizioni da un marxismo critico di matrice operaista si sono evolute nella direzione di un radicale libertarismo. Col passare degli anni, ho spostato la mia attenzione dalla cronaca alla narrazione, dalla ricostruzione dei fatti ai dispositivi di costruzione delle storie...

L'alter-Ugo è la superfetazione del blog Fascinazione, chiuso alla fine di febbraio 2013, quando ha superato il milione di visitatori e poi riaperto e affidato alla cura del discepolo più devoto. Perché 25 anni di ricerca e osservazione sulla fascisteria bastano e avanzano anche a un maniaco compulsivo come me. Questo sito si occuperà ancora di politica e movimenti sociali ma offrirà pure una robusta documentazione d'archivio delle mie precedenti attività giornalistiche e costituirà lo snodo per accedere a tutti i miei canali del web 2.0 (blog, anobii, youtube, flickr)