16 aprile 1988: commando israeliano uccide a Tunisi Abu Jihad, la mente dell’Intifada

abu jihadLa notte del 16 aprile 1988 un commando del Mossad uccide in Tunisia il braccio destro di Arafat, Abu Jihad, considerato la mente dell’Intifada. Le teste di cuoio sbarcano da  quattro gommoni neri con i motori silenziati sulla spiaggia deserta di Gammarth. La missione è compiuta in ventisei minuti.

Khalil Al Wazir, più noto con il suo nome di battaglia di Abu Jihad, fondatore insieme a Yasser Arafat di Al Fatah, è stato crivellato da 50 proiettili nel suo letto in un lago di sangue. Ha avuto il tempo di impugnare  la Browning 7,65 che teneva sul comodino ma non è riuscito a sparare nemmeno un colpo. Ci vorranno dodici anni e una lunga battaglia legale di un quotidiano contro la censura militare che blocca un’intervista a un responsabile del commando perché Israele ammetta che furono i suoi uomini a uccidere Abu Jihad nella capitale tunisina nell’ambito di un’operazione destinata a decapitare la dirigenza della prima Intifada, scoppiata nei Territori occupati nel dicembre del 1987, e di cui Jihad era uno dei dirigenti all’estero. Leggi altro ›

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16 aprile 1975: Milano, il fascista Braggion uccide Claudio Varalli

Il 16 aprile 1975 fu indetta a Milano una manifestazione per il diritto alla casa alla quale partecipano anche i sindacati degli inquilini e i gruppi “extraparlamentari” di sinistra. Al termine del corteo alcuni militanti del Movimento Studentesco si diressero verso l’Università Statale di Milano, presso piazza Cavour incrociarono tre militanti del Fronte Universitario d’Azione Nazionale intenti a svolgere un volantinaggio, che furono riconosciuti ed aggrediti dai militanti di sinistra. Due riuscirono ad allontanarsi mentre Antonio Braggion, a causa di un impedimento fisico alla gamba, fu costretto a rifugiarsi nella propria macchina. I militanti del MS circondarono la vettura e cominciarono a colpirla con oggetti contundenti mandandone in frantumi i vetri. Braggion dall’interno della vettura esplose tre colpi di revolver di cui uno ferì a morte Claudio Varalli. Fu perciò condannato per porto abusivo di arma ed eccesso colposo di legittima difesa a un totale di sei anni, per cui scattò la prescrizione.
L’omicidio innesca quelle che passeranno alla storia come “le giornate di aprile”, un’ondata insurrezionale che monta perché nel giro di 3 giorni sono 4 i compagni ammazzati da fascisti (Varalli e Miccichè a Torino) e forze dell’ordine (Zibecchi a Milano e Boschi a Firenze). Gli scontri di piazza si accompagnano agli assalti di sedi politiche non solo del Msi ma anche dei partiti di governo. Per la mia generazione militante le giornate d’aprile finiranno per rappresentare la Piazza Statuto dell’operaio sociale…

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16 aprile 1988: le Br-Pcc uccidono il consigliere di De Mita Roberto Ruffilli

roberto ruffilliRoberto Ruffilli – docente universitario, braccio destro del premier Ciriaco De Mita per le riforme istituzionali e senatore democristiano – era appena rientrato nella sua casa forlivese da un convegno, quando due individui suonarono alla sua porta con la scusa di recapitargli un pacco postale. Entrati nell’abitazione, lo fecero inginocchiare e lo uccisero brutalmente con alcuni colpi alla testa sparati utilizzando la mitraglietta Skorpion utilizzata ad Acca Larentia e per gli ultimi attentati, dal 1985 in poi. L’attentato è rivendicato dalle Brigate rosse per la costruzione del Partito comunista combattente (Br-Pcc), la stessa sigla già comparsa negli assassini di Ezio Tarantelli e di Lando Conti, a Firenze, e che – nel 1999 e nel 2002 – rivendicherà gli omicidi dei professori D’Antona e Biagi. Stando alla rivendicazione, Roberto Ruffilli era stato colpito perché “ideatore” del progetto politico di «ridefinizione/riadeguamento complessivo di tutte le funzioni ed istituzioni dello Stato ai nuovi termini di sviluppo dell’imperialismo», ovvero come “uomo chiave” che negli ultimi anni aveva saputo «concretamente ricucire, attraverso forzature e mediazioni, tutto l’arco delle forze politiche … comprese le opposizioni istituzionali». I processi accerteranno che l’omicidio era stato organizzato e compiuto da esponenti del gruppo terroristico che lo aveva rivendicato e si concluderanno con l’ergastolo per nove militanti. Il blitz che in autunno porta agli arresti è considerato il colpo di grazia per quel che era sopravvissuto dell’antica organizzazione rivoluzionaria.

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16 aprile 1971: pubblicato il rapporto Mazza, il prefetto che voleva sciogliere l’estrema sinistra

rapporto mazza“Il Messaggero” di Roma pubblica con rilievo il rapporto, inviato nel dicembre 1970 al Viminale, del prefetto Libero Mazza secondo cui, a Milano, “20.000 maoisti” sarebbero pronti, armi in pugno, a distruggere le istituzioni democratiche e contenente l’invito alle autorità a sciogliere i movimenti di estrema sinistra o quantomeno scegliere una linea dura di sistematica repressione della presenza dei servizi d’ordine nei cortei. Il rapporto scatenò dure polemiche soprattutto dalla stampa e dagli uomini politici di sinistra. L’Unità lo bollò come «uno pseudo rapporto nel quale si farneticava di fantomatiche organizzazioni paramilitari di sinistra»; Eugenio Scalfari, all’epoca deputato socialista, dichiarò che il prefetto era «uno sciocco, che non capisce quanto accade, o un fazioso che non vuole capire», mentre il sindaco Aldo Aniasi (che amava porsi in testa a cortei per il disarmo della polizia) deplorò le tesi di Mazza, considerandole inutilmente allarmistiche e politicamente pericolose, oltre a lamentarsi del fatto che del rapporto Mazza non gli fosse stata data visione prima dell’invio al Ministro dell’Interno Franco Restivo. Solo il vicedirettore de La Stampa, Carlo Casalegno (ucciso nel 1977 dalle BR) prese le difese del rapporto Mazza. Questa la parte centrale del testo (qui il rapporto integrale):

In uno Stato di libertà, quale quello previsto dalla nostra Costituzione, è consentita l’attività di associazioni che si propongono il mutamento degli ordinamenti politici esistenti, purché questi propositi siano perseguiti mediante il libero dibattito e senza il ricorso, diretto od indiretto, alla violenza (Corte Costituzionale Sent. n. 114 del 1967). Ma l’illiceità di questi movimenti risulta anche della loro particolare struttura organizzativa di carattere paramilitare, nonché dalle modalità di impiego e dell’equipaggiamento dei gruppi d’azione che contrastano col divieto dell’art. 18 della Costituzione (v. anche DL 14.2.1948, n. 43).
Se, per mancanza di una legge ordinaria che determini la procedura e gli organi competenti a reprimerne l’attività, non è possibile procedere allo scioglimento di tali gruppi in via amministrativa (come invece è ormai possibile in Francia), occorrerebbe quanto meno vietare che i reparti organizzati intervengano alle dimostrazioni in assetto da guerriglia cittadina, non esitando ad assicurare il rispetto del divieto con la coazione diretta.
L’attuazione di siffatto indirizzo, per le implicazioni che ne possono derivare, attiene ovviamente ad una scelta di politica generale, per cui si ritiene di sottoporre la questione a codesto On.le Ministero per le conseguenti determinazioni da adottare in sede governativa, non senza far rilevare che il nostro ordinamento offre una base sufficiente per condurre sino in fondo con fermezza e decisione una azione di tal genere.

 

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14 aprile 1988: la strage dimenticata al circolo Uso di Napoli

circolo usoE’ una delle tante strage internazionali quella di 30 anni fa al circolo americano di Napoli: un attentato dinamitardo, che provocò la morte di ben cinque persone ed il ferimento di altre quindici, nel 1988 al circolo ”Uso”, alle spalle della piazza che collega il Municipio e la stazione marittima del porto di Napoli.

Il potente ordigno esplose alle otto di sera del 14 aprile, anniversario del bombardamento di Tripoli da parte dell’aeronautica americana del 1986: era stato piazzato a bordo di una Ford Fiesta parcheggiata in calata S. Marco, sede del circolo. L’auto usata per l’attentato era stata noleggiata alcuni giorni prima da una persona in possesso di un passaporto taiwanese, identificata attraverso alcune fotografie come un militante dell’Armata Rossa Giapponese. L’uomo era stato visto a Napoli in compagnia di altre due persone, una delle quali, una donna, militante della stessa Armata.

L’attentato venne rivendicato con due distinte telefonate, a Roma e a Beirut, a nome dell”’Organizzazione delle Brigate della Jihad”, considerata una delle sigle usate dall’organizzazione che solitamente firmava le proprie operazioni con la sigla ”Brigate Anti-Imperialiste Internazionali”. L’organizzazione aveva gia’ rivendicato diversi attentati e avrebbe firmato in seguito quello compiuto ai danni dell’ambasciata americana a Madrid il 4 luglio dello stesso anno.

Junzo Okudaira, 39enne giapponese, fu condannato all’ergastolo il 20 marzo del 1992 dal Tribunale di Napoli, con l’accusa di strage e banda armata: alcuni testimoni l’avevano visto parcheggiare l’auto, mentre altri sostenevano di averlo scorto in Piazza Garibaldi in compagnia di una donna, la cognata Fusako Shighenobu. La donna, fondatrice dell’Armata Rossa Giapponese, sarà condannata nel 1993 negli Stati Uniti. I due fecero perdere le tracce dopo la strage. Fusako fu trovata solo nel 2000 ad Osaka ed attualmente sta scontando una pena di 20 anni in carcere. L’uomo, che attualmente dovrebbe avere 68 anni, è ancora latitante e appare nelle liste dei ricercati più pericolosi al mondo.

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14 aprile 1975: l’infame sequestro di Carlo Saronio e quei “pentiti di niente”

Il 14 Aprile 1975 il bandito evaso Carlo Casirati e soci, travestiti da carabinieri rapiscono Carlo Saronio,  sbagliano la dose di toluolo usata per stordirlo e lo uccidono. Fingono che sia vivo, ottengono dalla famiglia un riscatto di 470 milioni.”  Carlo Fioroni, dirigente della componente militare di Autonomia Operaia Organizzata, e basista del sequestro verrà arrestato in Svizzera nel tentativo di riciclare soldi del sequestro. Egli confesserà facendo arrestare Casirati. Costui poi rivelerà il luogo dell’occultamento del cadavere, che verrà ritrovato nel 1979, beneficiando dei relativi sconti di pena. Morto per overdose di toluolo, Carlo Saronio era ricercatore presso l’Istituto Mario Negri e proveniva dalla famiglia proprietaria della Carlo Erba. Era stato simpatizzante di Potere Operaio e frequentava gli ambienti stessi dei suoi rapitori.
I giudici del processo 7 aprile tenteranno di accollare la responsabilità di questo infame delitto alla rete militante di Toni Negri di cui Fioroni era dirigente. Alla vicenda è dedicato un bel libro, “Pentiti di niente”, che Valerio Evangelisti presenta così: 

…Antonella Beccaria ricostruisce la storia di Fioroni-Saronio con stile che Jean-Patrick Manchette ha definito ‘behaviorista’: logico, basato esclusivamente sui fatti, privo di digressioni ideologiche o psicologiche. Ne esce un saggio di una suspense tremenda e uno dei migliori libri, tra i tanti che stanno uscendo, sulle pagine più oscure degli anni Settanta. Discostandomi dallo stile scelto dall’autrice, azzarderò una ‘morale della favola’ che le sue pagine mi hanno suggerito. I Demoni possono operare in ogni epoca, ma la loro distruttività è massima solo quando collima con gli interessi – questi sì satanici – di poteri superiori

Qui puoi scaricare il pdf del libro  Leggi altro ›

11 aprile 1979: tre autonomi muoiono a Thiene mentre fabbricano una bomba

11 aprile

Verso le 17.30 dell’11 aprile 1979, a Thiene, in provincia di Vicenza, esplode un ordigno in un appartamento in via Vittorio Veneto 48. Muoiono dilaniati dall’esplosione tre militanti del Gruppo sociale di Thiene, una delle strutture dei Collettivi Politici Veneti, Maria Antonietta Berna (22 anni), il metalmeccanico Angelo Del Santo (24 anni) e lo studente di medicina Alberto Graziani (25 anni). L’esplosione è provocata dallo scoppio accidentale della pentola a pressione piena di polvere di mina, con cui i due uomini stanno preparando un ordigno mentre la ragazza, compagna dell’affittuario, è alla macchina da cucire in un’altra stanza in un’altra stanza. In quei giorni ci furono decine di azioni e incendi in risposta all’arresto di decine di compagni del movimento comunista veneto e non solo avvenuto il 7 aprile dello stesso anno.  Le “notti dei fuochi” (decine di attacchi in contemporanea a bassa e diffusa intensità) erano la modalità specifica dell’Autonomia organizzata veneta.  Leggi altro ›

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Venerdì 11 aprile (1975): 12 morti nello scoppio della Flobert

Venerdì 11 aprile 1975, alle 13,25, una terribile esplosione distrugge la Flobert, una fabbrica che produce proiettili d’arma giocattolo e fuochi d’artificio, situata alla contrada Romani a Sant’Anastasia, alle pendici del Monte Somma, nel Vesuviano. La canzone contro le morti bianche è degli Zesi, il gruppo operaio di Pomigliano d’Arco, che innesta sulla tradizione musicale folclorista i temi e i ritmi delle lotte operaie e sociali degli anni Settanta.

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11 aprile 1969: rivolta alle Nuove. I detenuti devastano il carcere

rivoltaIl ciclo di lotte dei detenuti contro le disumane condizioni di vita nei penitenziari comincia nel giugno del 1968, portando avanti parole d’ordine piuttosto avanzate sulla riforma delle carceri e contro la carcerazione preventiva. Ha una certa importanza il lavoro di inseminazione politica portato avanti dagli studenti arrestati per le lotte universitarie, d’altra parte si rileva un carattere episodico dovuto sia alla mancanza di organizzazione interna, sia all’importanza eccessiva dei motivi di contenuto immediato.
La rivolta parte dalle Nuove di Torino e si estende a San Vittore e a Poggioreale.
A metà gennaio 1969 nuova rivolta, di minor rilievo, a Torino in occasione della “controinaugurazione” dell’anno giudiziario. Leggi altro ›

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11 aprile 1978: le Br uccidono il secondino Cotugno. Ferito e catturato Cristoforo Piancone

PIANCONELorenzo Cutugno è un agente di custodia in servizio alle carceri di Torino, ucciso l’11 aprile 1978 in un agguato da militanti delle Brigate Rosse in zona LungoDora Napoli a Torino all’ingresso del palazzo dove risiedeva. Cristoforo Piancone e Nadia Ponti, lo colpiscono ripetutamente alle gambe con l’obiettivo di ferirlo. Egli tenta di reagire con la sua pistola e, pur già ferito, esci in strada e sparò sui due fuggitivi: la Ponti è colpita leggermente, Piancone in modo serio. Il terzo brigatista di copertura, Vincenzo Acella, interviene colpendo alle spalle il secondino e poi gli spara un colpo mortale alla testa, dopo che era già ferito e riverso a terra. Cristoforo Piancone, abbandonato dai compagni in un vicino ospedale cittadino, si dichiara prigioniero politico. E’ il primo brigatista catturato in azione. E’ uno dei 12 detenuti che le Br indicano come contropartita per la liberazione di Moro. Leggi altro ›

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