3 aprile 1978: la grande retata contro gli ex di Potere Operaio

Sulle inefficienze e sulle contraddizioni dell’operato delle forze dell’ordine nel corso del sequestro Moro si era soffermata, alla fine del secolo scorso, la Commissione Stragi ‘presieduta dal senatore Pellegrino che, nella sua proposta di relazione finale, esamina alcuni episodi, a partire dalla retata contro gli ex di Potere Operaio accusati di essere la principale fonte di reclutamento delle Brigate rosse. Decine di arrestati saranno scarcerati dopo pochi giorni.

Nel quadro delle attività di Polizia, svolte nei cinquantacinque giorni del sequestro dell’onorevole Moro, furono prese in esame le posizioni di numerose persone, per lo più già note all’Ufficio Politico della Questura di Roma per la loro militanza in gruppi eversivi o in formazioni contigue. In modo particolare venne fermata l’attenzione su coloro che avevano costituito il quadro direttivo di “Potere Operaio”, da cui, a giudizio della Questura stessa, proveniva il maggior numero di appartenenti alle BR.
La mattina del 3 aprile 1978, a cura della DIGOS, dei Distretti e dei Commissariati di PS di Roma vennero eseguite numerose perquisizioni domiciliari, al termine delle quali trenta persone vennero arrestate e denunziate all’autorità giudiziaria per partecipazione ad associazione sovversiva. Altre sette persone vennero denunziate per lo stesso reato, in stato di libertà, in quanto non rintracciate. Con lo stesso rapporto furono messe in luce le figure di altre persone, per lo più già militanti di “Potere Operaio”, molte delle quali all’epoca avevano fatto perdere le loro tracce.
Analoga operazione venne compiuta il 6 maggio 1978, allorché furono tratte in arresto, pure per partecipazione ad associazione sovversiva, altre ventitré persone. Gli arrestati, sia della prima che della seconda operazione, vennero tutti scarcerati dopo qualche giorno.
La Commissione ha chiesto al Questore del tempo dottor De Francesco di chiarire perché l’operazione di polizia, che peraltro suscitò all’epoca vivaci rilievi e proteste, non abbia avuto un seguito di indagini accurate da parte delle forze dell’ordine, visto che erano stati fermati o individuati brigatisti rossi e appartenenti ad altri gruppi eversivi con gli stessi collegati, che furono successivamente arrestati o ricercati per attività terroristica.
Tra questi possono essere ricordati Valerio Morucci, Adriana Faranda, Stefano Ceriani Sebregondi, Renata Bruschi, Lanfranco Pace, Daniele Pifano, Franco Piperno, Maria Fiora Pirri Ardizzone, Bruno Seghetti.
Il mancato seguito d’indagine sorprende per diversi motivi.
Innanzitutto era noto alla Questura di Roma, almeno dalla data del 30 marzo 1978, che Morucci e Faranda erano esponenti della colonna romana delle BR, per avere il dirigente della DIGOS inviato apposito rapporto all’autorità giudiziaria, su segnalazione di persona che non ritenne di potersi manifestare per ragioni di sicurezza.
Era altresì noto fin dal 17 marzo alla Questura di Roma che Adriana Faranda era stata riconosciuta come la persona che aveva provveduto all’acquisto del berretto da aviatore indossato da uno degli attentatori in via Fani.
Risulta dal rapporto della stessa Questura di Roma inviato all’autorità giudiziaria il 3 aprile 1978 che nel corso di una perquisizione effettuata il 23 marzo 1978 nella casa di Lanfranco Pace, era stato rinvenuto e sequestrato un opuscolo delle BR edito nel 1972, costituente uno dei testi basilari dell’organizzazione terroristica.
Erano infine noti i legami esistenti tra ex esponenti di Autonomia Operaia, ed in specie quelli tra Pace e Piperno, con Morucci e Faranda.
Un’accurata e accorta indagine avrebbe dato con ogni probabilità risultati importanti.
La Commissione non ha ricevuto al riguardo risposte convincenti.
E tuttavia può ritenersi che le due occasioni mancate, via Gradoli e “retata” degli autonomi, lungi dal dimostrare l’inutilità delle misure di controllo del territorio decise, provano anzi esattamente il contrario. Le ispezioni e le perquisizioni non erano inutili; semmai è da criticare il modo come l’operazione Gradoli o la “retata” degli autonomi sono state compiute. Sotto tale profilo dubbi e interrogativi sul comportamento degli operatori di pubblica sicurezza possono ritenersi fondati. Ma non può non rilevarsi che la mancanza o la scarsità delle attività investigative mirate è dipesa soprattutto dal fatto che gli apparati preposti alla pubblica sicurezza sapevano poco delle BR come organizzazione al di fuori di qualche nome, peraltro ricavato dai mandati di cattura emessi da autorità giudiziarie diverse dalla magistratura romana.
Significativo a questo riguardo è l’episodio delle fotografie di appartenenti alle BR diffuse il pomeriggio dello stesso giorno dell’agguato. Alle 11 del 16 marzo l’ANSA aveva ricevuto il comunicato di rivendicazione della strage di via Fani e del sequestro dell’onorevole Moro, emesso dall’organizzazione terroristica. Qualche ora dopo la Direzione generale di Pubblica Sicurezza Criminalpol diffondeva un bollettino delle ricerche contenente il seguente “Avviso importante”: “Pregasi intensificare le ricerche per l’arresto dei sottoscritti latitanti, ricercati per gravi reati e sospettati di appartenere all’organizzazione terroristica delle Brigate Rosse”. Seguivano le foto di: Marco Pisetta, Enrico Bianco, Prospero Gallinari, Rocco Micaletto, Mario Moretti, Francesco Bonisoli, Brunilde Pertramer, Susanna Ronconi, Antonio Savino, Pietro Del Giudice, Paolo Sicca (sedicente), Innocente Salvoni, Lauro Azzolini, Giustino De Vuono, Antonio Maria Bellavita, Domenico Lombardo, Corrado Alunni, Patrizio Peci, e l’invito ad informare tempestivamente in caso positivo il Centro nazionale della Criminalpol.
La diffusione delle foto avvenne anche a mezzo della stampa e della televisione. Al fine di sollecitare la collaborazione dei cittadini fu installato presso la Questura di Roma un apposito apparecchio telefonico, il cui numero era stato comunicato attraverso le reti televisive e radiofoniche nonché attraverso la stampa (tel. 4756989).
Dal testo del Bollettino appariva evidente che esso conteneva le foto di latitanti ricercati per gravi reati e sospettati di appartenere all’organizzazione terroristica BR solo perché colpiti da precedenti mandati di cattura. Lo prova il fatto che nel Bollettino comparivano nomi e foto di persone che non appartenevano alle BR, ed anche nomi e foto di delinquenti comuni. Vi erano nomi e foto di alcuni che furono poi imputati e condannati come responsabili effettivi della strage di via Fani e del sequestro e dell’uccisione dell’onorevole Moro. Sennonché la circostanza non può indurre nessuno a ritenere che la polizia conoscesse fin dal pomeriggio del 16 marzo i nomi dei partecipanti ai fatti di via Fani. Per persuadersene basta considerare che le foto comprendevano anche quelle di due persone già in carcere, e che due di esse si riferivano alla stessa persona, sia pure indicata con due nomi diversi.
In buona sostanza si è trattato di un Bollettino compilato utilizzando gli schedari della Criminalpol nei quali i nomi dei latitanti erano stati inseriti a seguito dei loro precedenti. Sarebbe stato ben strano che la Criminalpol non conoscesse il nome di Gallinari, appena evaso dal carcere di Treviso.
Dalla pubblicazione di tali nomi non si può perciò ricavare un giudizio di conoscenza dell’organizzazione BR da parte delle forze di polizia, tale da consentire ad esse di muoversi sapendo dove indirizzare le indagini. Una felice intuizione, dunque, non fu adeguatamente approfondita e coordinata con altri dati di fatto di cui gli organi responsabili erano a conoscenza. Si può dire che l’attività degli apparati si affidò al caso.
Eppure i brigatisti giravano tranquillamente per Roma, tenevano le loro riunioni in luoghi pubblici (università, bar, trattorie, ecc.), diffondevano con disinvoltura i loro volantini, frequentavano regolarmente i loro “covi”, si spostavano da una città all’altra d’Italia, senza incontrare ostacoli o controlli di alcun genere; compivano attentati, uccidendo e ferendo impunemente. Alla disinvoltura delle BR corrispondevano l’affanno e l’inconcludenza degli apparati delle forze di polizia. Basti considerare che nella rete gettata non è rimasto impigliato alcun terrorista, e tuttavia essa interessò nomi importanti: Morucci e Faranda, Pace e Piperno.
Morucci e Faranda, tra i protagonisti della strage di via Fani, esponenti di spicco della colonna romana, erano da tempo latitanti e clandestini. Ma Pace e Piperno, esponenti di punta di Autonomia Operaia romana, erano invece facilmente controllabili e, come poi è risultato, avrebbero potuto portare a Faranda e Morucci: invero essi procurarono ospitalità ai due presso la professoressa Giuliana Conforto, in viale Giulio Cesare n. 47, dal 24 marzo al 29 maggio 1979, giorno del loro arresto; ma ciò significa che i rapporti dei due con Piperno e Pace erano stati continui ed ininterrotti.
La retata degli autonomi suscitò, è vero, lo si è già ricordato, proteste e reazioni da parte della stampa e dell’opinione pubblica; ma è da augurarsi che non per questo non vi sia stato un seguito di indagini sulle persone sospettate.
La scarcerazione delle persone denunciate in stato di arresto e il mancato esercizio dell’azione penale nei confronti dei denunciati a piede libero non avrebbero dovuto impedire di proseguire le indagini e ricercare le prove delle relazioni esistenti tra i sospettati. Un accorto pedinamento, o quant’altro la tecnica delle investigazioni riservate suggerisce avrebbero probabilmente portato in tempi brevi a risultati positivi.

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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