Quei signori della guerra

urlo[Reportage a Londra e a Parigi con interviste ad alcuni latitanti italiani del terrorismo rosso e nero. Qui nasce il mio definitivo ingarrellamento per la fascisteria. E proprio perché il paginone uscì il 28 febbraio 1988 ho deciso di chiudere il blog lo stesso giorno. Un quarto di secolo è assai anche per una grande ossessione]

Le polemiche sulla soluzione politica per gli anni di piombo non accennano a calare. La trasmissione "Linea rovente" che ha visto l'imputato Flaminio Piccoli, capofila del partito della conciliazione prevalere di strettissima misura ha riproposto all'opinione pubblica una questione bruciante. Sono alcuni protagonisti degli anni di piombo, tutti rifugiati all'estero, per lo più imputati di reati associativi, che da diverse sponde e da distinti punti di vista politici ripropongono la questione dell'amnistia.
I cinque personaggi intervistati sono rappresentativi di un significativo spaccato delle vicende e delle traiettorie politiche della sovversione degli anni '70. A Londra abbiamo incontrato Gabriele Adinolfi e Marcello De Angelis, militanti del gruppo eversivo di destra Terza posizione, condannati per costituzione di banda armata. A Parigi abbiamo incontrato l'ex brigatista napoletano, Vincenzo Olivieri, dissociato, scarcerato per decorrenza dei termini e rifugiato in Francia, riarrestato e da poco rimesso in libertà; Enrico Porsia, ex brigatista genovese, che gli inquirenti vorrebbero ancora aggregato alla colonna romana del pcc mentre vive e lavora da cinque anni in Francia; Gianfranco Pancino ricercatore medico, dirigente di Autonomia organizzata, condannato in primo grado per l'omicidio Saronio e poi prosciolto in appello al processo "7 aprile".

PARIGI C'è fermento nella comunità di esuli italiani a Parigi. Spira vento di ritorno a casa. La "battaglia di libertà" lanciata da Oreste Scalzone qualche anno fa "amnistia per tutti gli imputati degli anni di piombo" vede ora mobilitato il variegato schieramento dei rifugiati. C'è chi pensa al ritorno - per nulla scoraggiato dallo scarso successo di immagine che lo stesso gesto di Franco Piperno ha prodotto - e chi - pur chiedendo l'amnistia - si affretta a puntare su tutti i tavoli possibili benefici dalla dissociazione, sconti di pena per chi si consegna o revisione dei processi, il ventaglio di offerte alternative all'amnistia che diverse forze politiche hanno avanzato.
è questa la posizione del dottor Gianfranco Pancino, fino al mese scorso meglio noto come il braccio destro di Toni Negri. C'è voluto il suo arresto a Parigi e un appello di 350 scienziati francesi, tra cui due Premi Nobel, per la sua scarcerazione per scoprire che Pancino è considerato una delle punte di diamante della ricerca sul cancro al seno, impegnato quindi a indossare il camice bianco e la mascherina asettica piuttosto che a calarsi il passamontagna. "La mobilitazione della comunità scientifica francese al momento dell'arresto - ci racconta - è stata per me l'esperienza più straordinaria che ho vissuto in Francia". "Ho rivisto uno slancio di umanità e di solidarietà come non vedevo dai primi anni dei movimenti di massa in Italia. Questo slancio è stato motivato da un lato dalle mie ricerche ma anche dalla mia capacità - riconosciuta da tutti - di costruire rapporti umani nel lavoro".
Per uno che si è visto accusare per sei anni, e condannato in primo grado, per il sequestro e l'omicidio del suo amico e compagno Saronio è una bella soddisfazione. Pancino, dopo l'assoluzione in appello al processo '7 aprile', resta in esilio per una condanna a 18 anni al processo 'Rosso bis'. "è quello il processo simbolo dell'emergenza. E chiediamo che sia rifatto. Il mio accusatore, l'assassino Barbone libero e io e i miei compagni condannati per reati associativi a pene severissime". -precisa Pancino - "Quando ci è stata data la possibilità di un contraddittorio alla pari, come in appello a Roma con Fioroni, che siamo stati noi a scovare, il castello di accuse è crollato miseramente".
"La ricostruzione del partito armato - conclude- sta ancora nei pretesti che il partito della fermezza assume per mantenere in vita il quadro giuridico e la logica della fermezza. Gruppi terroristici sono presenti più o meno in tutti i paesi dell'Occidente. Non credo che il Cobra rappresenti un pericolo. E credo che sia singolare la coincidenza tra le dichiarazioni di Spataro e il suo arresto".
Dello stesso parere è Enrico Porsia, ex militante della colonna genovese delle Br, rifugiato a Parigi:"Sono parecchi anni che non lavoro per la 'ditta' - afferma con qualche reticenza - ma non credo che abbiano la forza organizzativa di cui parlano i giornali. Altrimenti non avrebbero impegnato un latitante armato in un pedinamento". Il parere non avrebbe gran rilievo se a fornirlo non fosse uno dei latitanti genovesi accusati in questi giorni di aver innervato la colonna romana del pcc al seguito di Gregorio Scarfò.
Porsia è molto giovane, è fuggito dall'Italia a vent'anni o poco più, ma della generazione degli anni di piombo conserva ancora la sicurezza. "Non ho mai smentito tutte le voci di una mia attività militare in Italia perché la magistratura sa benissimo dove sono, ed infatti ha depositato due domande di estradizione. Se mi decido a farlo adesso, anche se non mi è mai piaciuto alzare il braccio per dire io non c'ero, è perché è evidente la montatura politica".
Porsia ha infatti inviato nei giorni successivi all'arresto di Antonino Fosso una dichiarazione congiunta con altri due rifugiati genovesi di totale adesione alla quarta posizione di Curcio e Moretti - fallimento storico della lotta armata, battaglia di libertà per l'amnistia.
"Questa montatura politica - sottolinea Porsia - è voluta dal nuovo partito della vendetta, di Spadolini e di De Mita, che vuole soffocare il dibattito sulla soluzione politica con questi rumori. La mia posizione sulla questione dell'amnistia è chiarissima. Sono favorevole. Ero già d' accordo con la battaglia solitaria di Oreste Scalzone negli anni scorsi, ma è evidente che con il dibattito sviluppato in carcere e le prese di posizione di Curcio, Moretti, Jannelli e Bertolazzi, la questione ha avuto un salto di qualità".
Porsia rivendica tutto il patrimonio della sua militanza: "Se le Brigate rosse si sono disgregate dopo il 1980 non è stata per gli infami o le sconfitte militari. Noi avevamo posto in maniera originale il problema dell'organizzazione, dello scontro tra classe e stato piuttosto che tra capitale e lavoro. La nostra iniziativa puntava a creare rapporti di forza favorevoli per lo schieramento rivoluzionario. Ma mentre abbiamo agito bene nella fase della propaganda armata, abbiamo fallito il passaggio politico successivo. Perché anche noi non siamo stati capaci di costruire il partito, elemento che per me resta centrale in ogni movimento rivoluzionario".
"La questione oggi resta politica - conclude - Non si può ridurre tutto in termini evangelici. Perdono? Non è problema di perdono. Non siamo pentiti, e chi di noi lo è non intende farne mercato".
La condanna di pentiti e dissociati è fermissima: "Se gli infami esistono dai tempi di Giuda è sul fenomeno dei dissociati che va spesa qualche parola. è un'invenzione della cultura cattolica e della giustizia italiana. Essendo impresentabili i pentiti, si inventa la figura etica del figliol prodigo che ricostruisce la storia degli anni '70 ad usum delphini e ne riscuote il premio. Ma se è ancora tollerabile che qualche poveraccio sprofondato in galera da anni ceda, e si dissoci trovo estremamente più grave la situazione di quelli che in una situazione di libertà si recano al consolato a firmare le lettere di dissociazione, spaccando così la comunità e additando alle autorità francesi i buoni e i cattivi.
La banda di Toni Negri non ha esitato in una situazione di rifugio a sparare alle spalle gli ex compagni di lotta per avvalersi dei vantaggi della legge italiana".

SEGUENDO IL CUORE AMBIGUO DEL BRIGATISTA - Vincenzo Olivieri, condannato per il sequestro Cirillo, racconta dall'esilio francese la sua esperienza di emigrante e di rifugiato.
Parigi - Trattativa tra br, camorra e stato? No, grazie. Vincenzo Olivieri, ex brigatista condannato a 17 anni di carcere per il sequestro e l'uccisione della scorta di Ciro Cirillo e ora rifugiato in Francia è categorico.
"Per quel che ne so io, non c'è stata nessuna trattativa. Se ci fosse stata io e molti altri compagni non saremmo stati d'accordo. C'è comunque una dichiarazione di Antonio Chiocchi, che allora era alla testa della colonna napoletana e ora è dissociato: la trattativa è stata tra camorra e servizi segreti e i tentativi di tirare in mezzo le br sono falliti".
Vincenzo Olivieri ha chiuso con la sua esperienza di combattente comunista già da anni e infatti ogni volta parla dell'organizzazione  in cui ha militato in terza persona. "Andare a trattare con i detenuti non è servito a niente: la compartimentazione allora era molto rigida e i prigionieri non avevano peso decisionale". La questione è tornata d'attualità in questi giorni, con le richieste del pm di proscioglimento degli imputati eccellenti per l'affaire Cirillo. Olivieri è riparato in Francia dopo la scarcerazione per decorrenza dei termini  nel 1985 ed è stato detenuto per nove mesi alla Santè in attesa di estradizione. La giustizia francese l'ha rimesso in libertà il 4 febbraio per un supplemento di istruttoria.
Lo incontro la sera del 14 febbraio, domenica, nella casa di un amico che lo ospita a Montreuil, un comune rosso della banlieue parigina. L'intervista viene interrotta quando la domenica sportiva francese trasmette il servizio sui trionfi calcistici del Napoli (tre gol in cinque minuti all'Avellino). I napoletani all'estero hanno comunque un cuore azzurro. E tutta la vicenda dell'esilio di Vincenzo Olivieri sarà segnata paradossalmente da una contraddizione radicale tra soggettività rivoluzionaria e condizione materiale da emigrante.
Il 14 febbraio è una data che non dimentica. "Quando sono stato arrestato in Francia, la prima cosa che mi ha detto mia moglie al colloquio era che una furiosa campagna di stampa mi accusava della strage di San Valentino (la rapina delle Br a Prati dei Papa a Roma) e dell'omicidio Giorgieri, sulla base di un identikit. Io il giorno di San Valentino avevo cenato con lei da amici. Ho ricostruito poi dal carcere che l'identikit era stato montato sulla foto del 1982 che hanno trovato sui miei documenti al momento dell'arresto in Italia. Oggi sono completamente diverso. Le ragioni della montatura? Probabilmente era in corso in Italia una polemica sulla nuova legge di decorrenza dei termini di custodia e si voleva additare all'opinione pubblica le pericolosità di certe scarcerazioni".
Io stesso ho stentato a riconoscerlo avendo in mente la vecchia foto tante volte pubblicata. "Ho vissuto da esiliato una condizione molto dura. Ho cominciato a lavorare come asfaltista e non essendo specializzato caricavo e scaricavo i materiali dai tetti. Poi 12 ore al giorno in pizzeria come cameriere. Infine nove mesi di carcere. Isolamento e poi cella singola, cancello chiuso e nessun contatto, pacco viveri una volta all'anno. A un certo punto mi era quasi venuta voglia di mollare tutto e accettare l'estradizione. Poi ho pensato ai compagni detenuti con me, Paolo Azzaroni e Robero Gemignani. Se cedevo io, i giudici avrebbero estradato anche loro".
I suoi compagni di lavoro - pur non sapendo nulla della sua condizione di rifugiato - avevano cominciato a sospettare qualcosa di questa strana figura di emigrante che era fuggito a Parigi per una donna - era questa la versione che aveva dato ma a cui la moglie telefonava spesso e ogni tanto veniva anche a trovarlo. "Così - racconta - quando una volta venne a mangiare in pizzeria Toni Negri, un cameriere mi fece: 'Vedi, è arrivato o'compagne tuie, vai a prendere l'ordinazione'. Io feci finta di niente".
Parla una strana neolingua Vincenzo Olivieri. è il prodotto di una esperienza complessa fatta di napoletanità ("io non riesco a immaginare la fine di questa mia vicenda se non in Italia, anzi a Napoli") di sinistrese ("il mio vissuto diverso", "la contraddizione della marginalità") fino alla sua variante più estrema brigatista (gli extralegali, gli irregolari, la clandestinità).
La traiettoria che l'ha portato alla lotta armata è stata lunga. "Ho militato sempre nella sinistra. Prima nel psiup; poi nel pci per un breve periodo e nel Manifesto. Ma ho soprattutto militato nel luogo di lavoro, nel sindacato, nel comitato autonomo postelegrafonici. Ho sempre sognato la rivoluzione e a un certo punto ho pensato che certe cose andassero fatte in prima persona".
Vive l'adesione al partito armato con contraddizione: "Vedevo la rivoluzione dietro l'angolo anche se mal sopportavo la clandestinità. Per me che avevo sempre militato nei luoghi di lavoro era assurdo l'indicazione dell'organizzazione di abbandonare l'attività pubblica. Così mi lacerava la contraddizione del rapporto con la famiglia". Racconta, infatti, compiaciuto di quella volta che aveva un appuntamento con alcuni brigatisti e al tempo stesso l'impegno con la moglie di stare a casa per tenere la bambina: "Lasciai la bambina da una vicina di casa dopo aver stretto con lei un patto di omertà e andai all'appuntamento con i compagni. Tornai a casa in tempo e la bambina mantenne il segreto con la madre".
La contraddizione, per lui irregolare, esplode al momento della stretta repressiva. Cade un villino da lui affittato e l'organizzazione gli propone il passaggio alla clandestinità. Vincenzo Olivieri ammette ora che non era ancora pronto a lasciare casa e famiglia per questa scelta radicale. L'arresto fa precipitare la crisi. Lunghi mesi di silenzi con i giudici, poi una dichiarazione di condanna dell'uccisione dei due agenti della Mondialpol in una rapina a Torino ("se questa aberrazione è lotta armata io mi chiamo fuori") e infine, dopo il lungo confronto con altri detenuti ad Ariano Irpino, nell'ultimo interrogatorio l'ammissione di responsabilità. Ancor oggi, che non è animato da interessi immediati - la sua condanna è definitiva - conferma il suo dissenso nella scelta di annientare la scorta di Cirillo.
"è stata questa - racconta - la ragione della rottura con il centro dell'organizzazione e la direzione strategica. Ma il partito-guerriglia era per la guerra totale e non c'era mediazione con lo Stato. Lo stesso ricatto imposto per Cirillo è stato vissuto dai compagni come una tassazione proletaria sulla dc che era il simbolo dello stato. Avevamo già ottenuto i nostri obiettivi e abbiamo voluto chiedere di più".
E alla fine non riesci a renderti conto se quando ti riferisce le analisi del partito guerriglia "c'erano il proletariato metropolitano e la borghesia imperialista e l'epicentro di questa guerra planetaria era Napoli dove esplodevano tutte le contraddizioni" ti racconta un grande delirio o se invece innerva di autoironia il resoconto di una tragedia, che ancora segna la sua vita "dimezzata".
[Qualche tempo dopo Olivieri è rientrato in Italia per scontare la pena e chiudere i conti con il passato]

LONDRA
Ritengono il fascismo un fenomeno del passato, ma si proclamano eredi della sua tendenza rivoluzionaria. Non hanno fatto la lotta armata ma chiedono l'amnistia per tutti i prigionieri degli anni di piombo. Contestano la tradizionale topografia politica destra/sinistra in nome di un bipolarismo reazione/rivoluzione che spacca trasversalmente i due campi. Provano più simpatia per Renato Curcio che per Paolo Signorelli, l'ideologo nero.
Sono i militanti di Terza posizione, il gruppo della destra radicale (ma ovviamente rifiutano anche questa definizione) fondato nel '77 per raccogliere i fermenti sovversivi della piazza e della ribellione giovanile negli anni del compromesso storico e sciolto nell'82 "non per la repressione - puntualizza Gabriele Adinolfi - ma per precisa scelta politica".
E' uno dei leader della colonia dei rifugiati politici a Londra [in realtà Adinolfi viveva principalmente in Francia] e anche se vive in una condizione di latitanza incontrarlo e intervistarlo non è stato difficile. è stato condannato a cinque anni per costituzione di banda armata nel processo "23 settembre" che per la destra sovversiva ha rappresentato il contraltare del "7 aprile" per Autonomia operaia.
"Contesto che Terza posizione sia un movimento di destra, contesto che sia un movimento eversivo - incalza Adinolfi, con toni tribunizi - Siamo accusati della strage di Bologna ma è poi stato ampiamente dimostrato che ad accusarci era la P2 e il Supersismi. Abbiamo vinto anche un processo con Musumeci e Belmonte che inventarono contro di noi la pista dell'esplosivo sul treno Taranto-Milano".
L'impianto culturale, le categorie concettuali e la mitologia che innervano i loro discorsi hanno evidenti debiti con la destra tradizionalista e sovversiva (vivere faccia al sole, lo spirito legionario, il rapporto con il sacro, il capitalismo mondialista) eppure ti rendi conto che esprimono un genuino spirito di rivolta generazionale e un sofferto antagonismo a un sistema sociale che ritengono oppressivo e spersonalizzante.
Questa urgenza emerge con maggiore chiarezza nel discorso di Marcello De Angelis, anch'egli rifugiato a Londra, ma già passato per la camera d'accusa e scarcerato - le testimonianze dei pentiti fanno rabbrividire i giudici anglosassoni.
Il fratello Nanni è morto in carcere il giorno dopo l'arresto - per la polizia suicida, per i familiari a causa delle ferite riportate nel pestaggio in questura. Era ritenuto colpevole dell'uccisione di un poliziotto, in realtà l'autore dell'attentato era Luigi Ciavardini, che fu catturato con lui. Sette anni dopo, nell'ottobre scorso i suoi camerati ne hanno sequestrato le spoglie, le hanno cremate e hanno restituito le ceneri alla famiglia.
"La nostra scelta umana di appartenere alle frange cosiddette fasciste - attacca Marcello De Angelis - è stata una provocazione nei confronti nel senso comune delle cose. Il fascista era l'eretico per eccellenza e noi che ci sentivamo eretici in assoluto ci prendevamo la definizione di peste nera per dimostrare la nostra estraneità totale alla base ideologica del sistema. Era allora un programma sufficiente. Oggi non ho più questa necessità di definirmi per opposizione".
"Non intendo in nessun modo - precisa De Angelis - determinare una dissociazione dal passato. A quel tempo quella era la maniera adatta di agire, almeno per le mie attitudini. Non ho nulla da cui dissociarmi, al contrario di tante persone che al momento cercano di condividere responsabilità con il potere per quello che è successo nei cosiddetti anni di piombo. Io rifiuto assolutamente questo atteggiamento: la nostra reazione e anche quella di chi ha fatto la lotta armata è stata quantomeno avviata da un'ingiustizia fondamentale, da una corruzione sostanziale, da una mancanza totale di legittimazione politica e umana delle strutture del potere. Queste mancanze le riscontro tuttora e quindi non nego la mia identità sovversiva anzi la riconfermo con maggiore solidità. La elasticità ideologica a cui sono pervenuto  mi permette di poter riconoscere la stessa mentalità sovversiva in molte altre persone che hanno avuto un passato ideologico diverso dal mio". [Un anno dopo De Angelis rompeva con il gruppo, rientrava in Italia, si faceva tre anni di carcere per poi avviare una brillante carriera politica nella corrente di Alemanno che lo doveva portare per 7 anni in Parlamento, dal 2006 al 2013]
In questa apertura mentale nei confronti dell'estrema sinistra non c'è però un ambiguo disegno eversivo - sulla falsariga delle teorizzazioni di Freda alla fine degli anni Sessanta - quanto piuttosto l'atteggiamento disincantato del soldato borbonico nei confronti di un garibaldino per il comune torto patito dai piemontesi. 
L'identità politica non è in corso di mutazione genetica, infatti. Il quadro di riferimento resta quello della rivoluzione conservatrice. "La mia attività politica - precisa De Angelis - vuole essere un'attività di restaurazione del significato vero delle cose, della legittimità dell'autorità, del significato vero e giusto della vita, non solo la mia, non solo quella del mio clan o della mia comunità immediata ma quella dell'uomo in se stesso, nel suo contatto quotidiano con il mondo e la propria vita".
Negli stessi orizzonti visionari si muove Gabriele Adinolfi: "Tutti quelli che cercano Dio dentro di sé e nell'universo, tutti quelli che mettono come questione primaria la battaglia esistenziale e una conquista di se stessi, tutti quelli che pretendono di attuare un cambiamento interiore che è determinato dal sacrificio, dall'offerta e dalla milizia, combattono la mia stessa battaglia. Quali siano le forme, le culture, i riferimenti è un discorso puramente esteriore ma nell'intimo l'identità è totale. La mia battaglia è oggi la stessa di diecimila anni fa e sarà ancora la mia tra diecimila anni: trasformare l'individuo in persona, la persona in uomo, l'uomo in ponte tra la natura e il sacro senza rinunciare né all'uno né all'altro. La nostra sacralità da sempre è fatta di vino e di donne, è fatta di sangue, di rinuncia e di affermazione. La nostra politica è comunità, è partecipazione al destino comune laddove oggi questo è deciso da macchine computer e cifre che sono nemici dell'uomo, dell'affermazione, dell'espressione, della civiltà, del cosmo, di Dio".
Questi scenari infiniti non impediscono comunque ai militanti di Terza posizione di muoversi nel contingente e nel quotidiano. Gli slanci superomistici non mancano: "Sono grato alla latitanza - afferma Adnolfi - perché questa condizione di continua precarietà mi ha costretto ad inventarmi la vita giorno per giorno impedendomi di ingrigirmi e di liquefarmi in una vita quotidiana eccessivamente conformista". Ma è sempre presente la battaglia politica: i conti sono aperti con i settori reazionari della destra, con i pentiti e con i militanti che si sono offerti come braccio armato per le operazioni sporche di servizi segreti e di altre centrali di potere occulto - e qui ti rendi conto che sanno molto di più di quello che sono disposti a dire ma si sentono comunque vincolati a meccanismi di omertà per non perdere credibilità tra i duri e puri dell'estrema destra.
Il massimo che sono disposti ad ammettere è che ci sono militanti dell'estrema destra che si sono fatti manovrare dai servizi - "Ma sia ben chiaro - puntualizza De Angelis - non mi riferisco alle stragi, ma a episodi di molto minore entità, ma comunque gravi. Oggi, invece, i membri del nostro ambiente sono molto più sofisticati e non sono più disponibili per carenze psicologiche e di educazione politica ad essere manovrati e hanno una coscienza sovversiva non ideologizzata ma spregiudicata nei rapporti politici. Sanno finalmente tutti dove è il nemico e sanno riconoscere i propri alleati anche se sono tinti dei colori dell'arcobaleno".
Diverso, per Adinolfi, il discorso sulle stragi: "Tutti i personaggi, fascisti o no - problema loro - che sono stati accusati delle stragi sono stati assolti. Perché erano chiaramente, dal punto di vista giuridico, non colpevoli. L'unico dentro è Bertoli, colto sul fatto per la bomba alla questura di Milano, proveniente da un kibbutz israeliano. Le stragi dal punto di vista storico appartengono a culture ben diverse da quelle fasciste. Vengono storicamente e culturalmente parlando da un'ideologia di popolo eletto, legata ad una mistica e sono quasi sempre collegate a centrali massoniche".
Il disincanto delle nuove generazioni non preoccupa più di tanto Adinolfi: "Certo - ammette - questa è una generazione cresciuta nel segno della masturbazione, davanti al televisore, davanti al piccolo computer, nel salotto, ma noi che lottiamo per l'affermazione di determinati valori sappiamo che la storia umana è fatta anche di fenomeni irrazionali e imprevedibili che in un anno o due si possono rovesciare gli scompensi di questo folle illogico razionalistico sistema ultracapitalistico". E conclude, offrendo alla mia riflessione un'inquietante immagine: "Se si guarda in faccia Freda o Curcio o Degrelle li vediamo giovani e sorridenti, come vediamo giovani e sorridenti i bambini. Molto più difficile vedere giovane e sorridente un ragazzo di vent'anni e soprattutto vedere la gioventù nel suo sorriso. Ma questo non significa che questo ragazzo, avendo perduto i suoi vent'anni, che gli sono stati espropriati, non li possa trovare quando ne ha trenta".
Intervista a Marcello de Angelis
D Tu rivendichi quindi una continuità con la tua prassi politica - con la tua esperienza di militante sovversivo. In questi ultimissimi giorni in Italia ci sono state una serie di prese di posizione di militanti dell'estrema destra eversiva - dai fratelli Fioravanti e Roberto Nistri che hanno parlato di una fuoriuscita ideologica dalle loro vecchie posizioni. Voi già come Terza posizione vi eravate caratterizzati per un tentativo di superare certi steccati e certe barriere ideologiche avevate cercato di definirvi come una realtà diversa rispetto alla tradizione dei movimenti dell'estrema destra già alla fine degli anni '70. Oggi come definiresti la tua identità politica e la tua prospettiva di militante politico - questa posizione  particolare di fuoriuscito - di esule politico.
de-angelis-Cantante2R Io personalmente per quanto riguarda le definizioni diciamo ideologiche o politiche sono sempre andato con i piedi di piombo in quanto che - io devo sottolineare e non mi stancherò mai di ripetere che la nostra scelta di posizione - non politica di Terza posizione - ma a livello umano - di appartenere alle frange cosiddette fasciste - è stata una scelta ben precisa di provocazione se vogliamo nei confronti del senso comune delle cose.
Dal momento che il fascista era ritenuto l'eretico per eccellenza - noi che ci sentivamo eretici in assoluto - ci  
prendevamo praticamente la definizione di peste nera come presa di posizione per dimostrare la nostra estraneità totale alle basi ideologiche del sistema e tra l'altro per scioccare la gente per bene - questo era proprio un programma sufficiente originariamente.
Al momento e tra l'altro anche al tempo della mia militanza in Terza posizione. non sarei andato in giro, non andavo e non andrei a definirmi un fascista perché non ho in questo momento la necessità di provocare reazioni in nessuno - non ho più la necessità di scioccare. Questo anche perché la situazione politica - all'interno in particolare delle frange,  dei gruppi di opposizione radicale, è cambiata. Io so di non appartenere più ad una razza reietta, ad una razza ideologica alla quale non ho mai scelto di appartenere in ogni caso e di conseguenza questo bisogno di differenziazione può essere stato superato.
Con questo non intendo in nessuna maniera determinare una dissociazione dal passato né a livello verbale né di posizioni politiche. a quel tempo io ritengo che quella era la maniera adatta di agire, o quanto meno adatta alla mia attitudine, al mio carattere, alla mia equazione personale come si suol dire. Non mi dissocio dalla mia militanza passata semplicemente perché non ho nulla da cui dissociarmi al contrario di tante persone che al momento cercano di condividere delle responsabilità con il potere per quello che é successo anche negli anni '70 e inizio anni '80 - i cosiddetti anni di piombo - io rifiuto assolutamente qualsiasi corresponsabilità nostra e del potere. Io ritengo la nostra reazione e anche la reazione, che io non ho condiviso, di altre persone che si sono buttate nella lotta armata etc etc  è stata quantomeno avviata da una corruzione sostanziale del potere e della struttura del potere, da una mancanza totale di legittimazione sia politica che umana delle strutture del potere.
Questa mancanza io la riscontro tuttora e di conseguenza non nego la mia identità sovversiva nella maniera più assoluta anzi la riconfermo. La confermo con maggiore maturità al momento, con maggiore solidità concessami dalla maggiore elasticità ideologica alla quale sono pervenuto.
Sono sovversivo e so di poter riconoscere la stessa mentalità sovversiva in molte altre persone che hanno avuto un passato ideologico differente dal mio e questo non fa che rafforzarmi nella mia convinzione della giustizia della mia strada passata presente e futura.
Le mie aspirazioni per il futuro sono una volta che il tempo - che come si suol dire è galantuomo - mi avrà reso giustizia contro coloro che mi hanno perseguitato - per la loro innata ingiustizia - poter ritornare a fare politica come facevo prima, che non significa la lotta armata perché ho avuto occasioni buonissime e ragionevolissime di darmi alla lotta armata e di sparare alla gente,  quando ho visto mio fratello essere ucciso in quella maniera, in seguito all'aver visto nascere mio figlio in carcere piantonato dalla polizia,  la mia intera famiglia smembrata dalla repressione e me stesso forzatamente allontanato - non solo dalle persone care - ma dal senso vero della mia vita che era effettivamente quello di fare politica per la mia comunità e all'interno della mia comunità. Ritornare - dicevo - continuare nella mia attività che definire sovversiva è limitativo, perché la sovversione non è che il primo passo. La mia attività politica vuol essere un'attività di restaurazione: restaurazione del significato vero delle cose, del senso vero della vita e della legittimità dell'autorità se ce ne dovesse essere alcuna, e del significato vero e giusto della vita. Non solo la mia, non solo quella del mio clan o della mia comunità immediata ma quella dell'uomo in se stesso, nel suo contatto quotidiano con il mondo e con la propria vita.
D Nell'ultimo rapporto dei servizi segreti sullo stato dei movimenti eversivi si sottolinea ancora una volta la pericolosità dei movimenti di estrema destra. Nelle statistiche che sono state rievocate nelle ultime settimane a proposito del dibattito del perdonismo - affianco ad una pattuglia di militanti di estrema destra detenuti emerge anche un manipolo di latitanti all'estero e poi un nascente fermento organizzativo in Patria.
R I servizi segreti dal punto di vista strettamente proprio alla loro esistenza hanno ragione a considerare questo genere di gruppi come un pericolo, non nel senso come loro lo vogliono far trasparire al pubblico e anche semplicemente al pubblico parlamentare. Questi gruppi rappresentano politicamente un pericolo per il loro - i servizi segreti - tipo di istituzione. Proprio per il fatto che attraverso la loro esperienza questi gruppi che potremmo definire in maniera limitativa di estrema destra hanno assunto una coscienza che è più ampia che io voglio pensare sia piuttosto vicina a quella coscienza politico sovversiva alla quale accennavo a proposito di me stesso. Questi gruppi, voglio sperare,  per quello che io posso dedurre, abbiano fatto tesoro delle istruzioni che il potere ci ha dato a suon di bastonate in questo ultimo decennio. Abbiamo abbandonato le chiusure mentali che c'erano state,  che alla nostra generazione erano state imposte da una militanza forzata all'interno dei partiti e gruppi istituzionali pseudo-fascisti.
Vedo che all'interno del nostro ambiente - prima di tutto che il nostro ambiente si è salvato dalla dissoluzione e che è già estremamente importante - i membri del nostro ambiente sono molto più sofisticati nel senso che non potrebbero, non sono più disponibili diciamo per carenze psicologiche, per carenze di educazione politica, ad essere manovrati da individui legati ai servizi segreti come sfortunatamente dobbiamo ammettere è successo in passato e non intendo con ciò accettare il discorso della manovalanza fascista delle stragi. Parlo di cose di molto minore entità - ma altrettanto gravi da un punto di vista politico - e hanno una coscienza sovversiva non ideologizzata e sono spregiudicati nei propri rapporti politici. Sanno finalmente tutti dove è il nemico - e sanno riconoscere i propri alleati anche se sono tinti dai colori dell'arcobaleno. Questa per quanto riguarda me è una grande speranza nel futuro anche qualora io non dovessi tornare. So che ci sono persone che hanno imparato dalla nostra esperienza e dalla nostra sofferenza e quanto meno sanno - sapranno d'ora in poi chi sono gli amici e chi sono i nemici.
D: Le tue prospettive personali anche alla luce del dibattito sull'amnistia per i reati associativi
R: Per quanto riguarda il discorso dei reati associativi c'è un discorso da fare a monte, di realtà politica non di visione politica. Nel 1992 si realizzerà l'unità economica giuridica e possibilmente amministrativa di tutti quanti i paesi europei. Come il Prof. Piperno ha giustamente detto i reati associativi sono come la mozzarella, restano solamente in Italia. Nel momento in cui si raggiungerà un'uniformità giuridica e amministrativa nei paesi europei, il governo italiano dovrà necessariamente alleggerirsi di questo fardello. E' ovvio che molte forze politiche preferiscono, preferiranno travestire questo abbandono - che è puramente amministrativo - di umanità, di comprensione o di rilassamento. A me ovviamente non dispiace perché apre nuovi spazi alle opposizioni - senza dubbio - in particolare apre nuovi spazi alla mia vita privata perché vivere in esilio è vivere a metà per cui io personalmente gradirei vivere appieno continuando la mia attività politica che è la cosa che ha dato senso ai miei 15 anni passati e necessariamente dovrà contraddistinguere il resto della mia vita. 
E' ovvio che anche da parte del potere c'è la volontà di fare il discorso di dimentichiamoci il passato, per ragioni anche queste puramente politiche, come dicevo prima. Le responsabilità maggiori degli anni di piombo, se non le responsabilità totali, poggiano sulle spalle di settori del potere se non della forma del potere stesso. Di conseguenza è ovvio che se effettivamente fosse introdotta un'amnistia la vorrebbero far vedere come un piacere fatto a noi - che siamo stati ragazzacci in passato - ma in realtà ha un valore di vantaggio politico anche nei confronti delle istituzioni.
So che ci sono persone che sono contrarie per discorsi di principio all'amnistia - io personalmente non lo sono - per il semplice fatto che io non ho paura assolutamente - non ritengo di avere nessun timore o di poter aver nessun timore - di perdere attraverso questa amnistia o attraverso concessioni per altro non richieste del potere la mia identità o la mia riconoscibilità di oppositore totale e appunto di sovversivo come si diceva prima.
D: Progetti per il rientro in Italia. La prima cosa che farai
R Io avevo sempre pensato che la prima cosa che avrei fatto una volta tornato in Italia - non a Roma - sarebbe stato di andare a vedere la tomba di mio fratello - però a questo punto la tomba di mio fratello sta  in qualsiasi particella di aria che io possa respirare - in Italia poiché dovunque vado, qualsiasi cosa faccio, fintanto che resterò in sintonia con lui e con me stesso passato o quantomeno con lui che adesso fa parte di me stesso, di tutte quante le persone a me affini, sarò felice. Se scendo dal treno e posso mettermi a fare un volantinaggio o abbracciare un fratello e con questo non intendo dire camerati perché ce ne sono tanti che sono compagni o che erano definibili compagni, penso che potrò morire  5 minuti dopo e sarò un uomo felice.
28 febbraio 1988
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