Un gran disordine sotto il cielo: il Movimento del 77 contro il sindacato

[Nel decennale della cacciata di Lama e del servizio d’ordine del Pci dall’Università di Roma occupata scrissi un paginone di testimonianza sul Sessantasette, movimento di cui sono stato entusiasta partecipante. Un tema che viene riesumato a sproposito oggi, rievocando la ‘mitica’ cacciata di Lama e paragonandola ai tafferugli di Bagnoli]

lama_1977_2Ho vissuto il ’77 con tutta la rabbia e tutta la gioia che avevo in corpo: avevo vent’anni e non permetterò a nessuno di dire che è stata una cattiva annata. Oggi che la cappa degli anni di piombo -che ha soffocato le voci e i corpi di una generazione- si comincia a diradare, è giusto fare i conti con le occasioni perdute di una straordinaria stagione di libertà.
invisibiliCi prova Nanni Balestrini, nel suo ultimo romanzo -“Gli invisibili”- ripetendo l’operazione che aveva già tentato -con maggior successo- “Vogliamo tutto”, l’epopea del ’68. Allora il protagonista era un operaio massa della Fiat, immigrato da Salerno e passato attraverso i gironi infernali della mancata assimilazione nella megalopoli dell’auto. Oggi è il turno di Sergio, giovane proletario milanese, uscito dal tunnel del carcere speciale e rifugiato politico a Parigi dove ha incontrato lo scrittore esule perché imputato nell’inchiesta contro Autonomia operaia. Ed è proprio il carcere il luogo centrale dell’esperienza e della vicenda degli ‘Invisibili’, perché dalla complessità di linguaggi e di tensioni che hanno attraversato il ’77 emerge la tendenza dominante dall’innalzamento del livello di scontro con lo Stato e al conseguente avvitamento nella spirale terroristica. Ma non si può dar conto di una vicenda dai suoi esiti.

LA VERITA’ STORICA
La difficoltà, qui e ora, mentre inquietanti segnali ripropongono la sopravvivenza di un partito armato che ha deliberatamente troncato ogni rapporto con l’antagonismo sociale per limitarsi a riprodurre la propria esistenza come apparato terroristico, consiste proprio nello spazzare via un consolidato senso comune, una diffusa chiave di lettura che appiattisce la ricchezza del ’77 nell’unilateralità dell’esito terroristico. La verità storica invece è che all’inizio del ’77 il partito armato conta in Italia poche decine di militanti e che l’Autonomia organizzata è una forza assolutamente minoritaria all’interno del movimento. Esistono invece tutte le condizioni per uno straordinario sommovimento sociale: un sistema politico bloccato nell’unanismo della solidarietà nazionale; un processo di riconversione del sistema industriale che -sulla spinta della crisi petrolifera e dell’innovazione tecnologica- attacca frontalmente la composizione sociale della classe operaia, espellendo centinaia di operai massa dalle fabbriche per decentrare la produzione e generalizzando il ricorso al lavoro nero; una crisi radicale dei gruppi della sinistra extraparlamentare, logorati dalla sconfitta del progetto delle “sinistre al governo” e squassati dalla critica femminista della riproduzione dei ruoli nel movimento e della separatezza tra militanza politica e vita quotidiana; la formazione di un nuovo soggetto sociale, scolarizzato e con modelli di consumo da società del benessere, costretto a una condizione di parcheggio illimitato ai margini del mercato del lavoro della crisi e della ristrutturazione. Questo intreccio di tensione, frustrazioni e nuove consapevolezze sarà il cocktail Molotov del ’77.
I circoli del proletariato giovanile sono la fucina dove si forgiano i ragazzi del ’77: critica della politica, dei suoi riti e dei suoi linguaggi; urgenza dei bisogni e dell’azione; rifiuto del lavoro e volontà di partecipare comunque alla società del benessere sono spinte convergenti.
repubblica77Nell’occupazione dell’Università di Roma -che sarà il primo santuario del ’77- si verifica una straordinaria fusione delle diverse anime del Movimento. Anche dopo l’assalto fascista del 1 febbraio e l’arresto di Paolo e Daddo,due militanti dei Comitati comunisti feriti in una sparatoria con una squadra speciale della polizia che aveva fatto irruzione sulla coda del corteo di protesta il giorno dopo, il clima dominante è quello della festa. I “processi di massa” ai giornalisti -in particolare a Duccio Trombadori, dell’Unità- per le “cazzate scritte sul Movimento”, nulla hanno della plumbea spietatezza dei “processi proletari” delle Br, impastati come sono di lazzi e di sfottò.
Quando il Pci decide di riprendersi l’agibilità politica all’interno della Sapienza pensando di dover fare i conti con qualche banda di autonomi si troverà spiazzato. Il comizio di Lama che arriva scortato dal massiccio servizio d’ordine della Federazione comunista è invece un cazzotto nei denti per la stragrande maggioranza degli occupanti. I tranvieri, gli ospedalieri, gli edili, i kulaki delle cantine sociali dei Castelli sono dei marziani per i giovani proletari delle borgate, sottoccupati, costretti al lavoro nero e al piccolo “traffico” di strada. I militanti di Autonomia organizzata non avrebbero mai avuto la forza di cacciare dall’Università centinaia di militanti che si erano fatti le ossa negli scontri di piazza con la celere di Scelba e di Tambroni. Ma la proposta comunista dei sacrifici non ha mercato perché nulla ha da contrattare sul tavolo della solidarietà nazionale e la risposta del Movimento è l’uso sovversivo dell’ironia.
Gli indiani metropolitani non si stancano di gridare che il re è nudo e la reazione furiosa del servizio d’ordine del Pci fa degenerare la situazione, in uno scontro rabbioso che segna la rottura radicale del movimento col sindacato.

I SIGNORI DELLE MOLOTOV
Le notizie degli incidenti di Roma arrivano a Napoli con il tam-tam: i giornali sono in sciopero e il black-out ingigantisce la tensione. Il movimento ha vivacchiato fino a quel momento, tra le iniziative dei fuorisede e le autoriduzioni dei circoli giovanili. La risposta allo sgombero militare dell’Università è l’occupazione simbolica della Centrale. E scatta subito la provocazione. Una squadraccia, volti coperti dai passamontagna e pistole in mano, aggredisce il picchetto all’ingresso laterale di Mezzocannone, entra nell’Università seminando il terrore e si ritira all’incrocio di Sedile di Porto. La polizia si schiera in forze ma -senza il permesso del rettore- non può entrare all’Università.
L’impressione è che aspetti una reazione per intervenire: gli occupanti si convincono che gli squadristi non sono fascisti ma poliziotti in borghese e abbozzano sul momento, per trasformare poi l’iniziativa simbolica in una occupazione vera e propria. L’Università diventa cosi` il centro di aggregazione di tutte le bande di quartiere. Tutta la vicenda successiva del movimento sarà poi segnata da questa spirale lotta-repressione-lotta più dura che taglierà fuori numerose componenti del movimento e che contribuirà alla radicalizzazione di altri segmenti.
Sarà proprio questa spirale ad essere letale per i ragazzi del ’77: tra i punti qualificanti del programma di lotta del movimento c’è infatti il rifiuto della formazione separata degli apparati militari e la critica sistematica della riproduzione dei ruoli e delle specializzazioni, tipica dei servizi d’ordine dei “gruppi”, i signori delle molotov e delle chiavi inglesi (“Hazet 36, fascio dove sei”). I collettivi e le bande di quartiere non rifiutano l’uso della forza: vogliono solo controllarlo e gestirlo in prima persona. Interminabili discussioni sono dedicate alle caratteristiche organizzative delle manifestazioni, “pacifiche, di massa e autodifese”, le assemblee sono happening festosi tra i cori di ‘scemo, scemo’ e gli spinelli che girano in abbondanza, i piccoli comportamenti illegali (“espropri” ai grandi magazzini e ai ristoranti, viaggio in treno senza biglietto o con biglietti falsi, ecc.) si diffondono.
è con l’assemblea nazionale del 26 febbraio di Roma che si innesta un meccanismo perverso che corroderà il movimento dall’interno come un cancro. Gli autonomi organizzati e i settori più radicali del movimento universitario, i fuorisede, spingono per una manifestazione nazionale il 12 marzo a Roma. Le resistenze distinte ma convergenti di femministe, indiani metropolitani e militanti dei “gruppi” (i primi due spingono per una fase più lunga di crescita nella realtà locale prima di arrivare ad una scadenza nazionale, gli ultimi temono una radicalizzazione del movimento) sono fagocitate con una tecnica che poi si generalizzerà, l’occupazione della presidenza. La mozione votata a maggioranza conferma la scadenza del 12 marzo.
La manifestazione nazionale è ancora vissuta dalla stragrande maggioranza del movimento come una decadenza propria. Il 12 marzo ci sono tutti in piazza ma il clima precipitosamente è cambiato: il giorno prima una studente di Lotta Continua è stato ucciso a Bologna dalla polizia durante gli scontri contro un’assemblea di Comunione e Liberazione all’Università, la mattina del 12 un poliziotto “democratico” di Torino viene ucciso da un “gruppo di fuoco”. Lo straordinario spiegamento delle forze dell’ordine e la pioggia scrosciante non impediscono lo scatenarsi di scontri violentissimi: assalti alla sede della DC a piazza del Gesù e al ministero di Grazia e Giustizia, saccheggi di negozi e di armerie, sparatorie contro poliziotti e commissariati.
Dall’armeria di Lungotevere Paliotti escono le pistole per i commando ma anche i giubbini sportivi per chi fradicio d’acqua coglie l’occasione per cambiare abbigliamento e le canne da pesca e le papere imbalsamate, per chi ha ancora voglia di divertirsi.
La risposta della polizia, impotente difronte all’esplosione della guerriglia urbana, viene con i rastrellamenti di massa sugli autobus dell’Atac che riportano i manifestanti a Roma Termini e nelle stazioni del metrò.
Il 12 marzo rappresenta, col senno di poi, il punto di non ritorno: non ci sarà più spazio per chi non capisce ma si adegua. La fiammata insurrezionale continua per tre giorni a Bologna: ci vorranno carri armati per riportare l’ordine nella capitale rossa. Gli scontri violentissimi sono scanditi da una colonna sonora originalissima, un pianoforte a coda sulle barricate. Il popolo comunista inorridisce di fronte alla violenza dei fuorisede che distruggono l’immagine del diverso modello di sviluppo della società emiliana e di una consolidata pace sociale garantita dall’efficienza riformista della giunta rossa.

GLI SCONTRI DI BOLOGNA
Sarà proprio Bologna -una realtà in cui la presenza organizzativa dell’Autonomia è irrisoria- a caratterizzare la seconda fase del movimento. è nel clima creativo del Dams che si sviluppano le teorie più radicali sulla critica del linguaggio e dell’organizzazione e nella realtà di una minoranza isolata dall’ostilità di una società ospite, che si sente tradita, che matura la radicalizzazione di massa.
Il movimento è ormai spaccato: alla seconda assemblea nazionale di Bologna di fine aprile l’Autonomia oppone il corteo armato del 1 maggio a Milano.
Quando il movimento -dopo il divieto di manifestare a Roma decretato in risposta all’uccisione dell’agente Passamonti durante scontri all’Università- decide di scendere pacificamente in piazza il 12 maggio, anniversario della vittoria del referendum nel divorzio, con i radicali, la risposta della polizia è brutale. Una studentessa, Giorgiana Masi, viene uccisa a ponte Garibaldi mentre dai dimostranti non era partita che qualche sassata.
è l’occasione per l’innescarsi di una nuova spirale militarista: a Napoli la manifestazione di protesta per l’uccisione di Giorgiana Masi viene caricata a freddo dalla polizia, a Milano un gruppo di autonomi si stacca dal corteo e punta su S.Vittore. Nello scontro a fuoco -immortalato in celebri fotografie dall’Espresso- l’agente Custrà resta ucciso.
I tre autonomi sbattuti in prima pagina dall’Espresso verranno arrestati: sono studenti di un istituto tecnico di Milano, il Cattaneo. Uno dei tre, Sandrini, si accorge anche di essere fotografato, e sorride: impugna una molotov, sarà condannato per concorso morale in omicidio.
Le spinte libertarie del movimento sono ormai fagocitate nella spirale lotta-repressione-lotta: per molti il gioco non vale più la candela e si chiamano fuori.
L’estate si consuma tra le campagne di reclutamento delle organizzazioni combattenti e il grande battage pubblicitario sulla kermesse di Bologna, il megaconvegno internazionale contro la repressione. Società dello spettacolo e signori della guerra daranno definitiva sepoltura al movimento.
L’originalità del ’77 era consistita soprattutto in alcune intuizioni: l’esaurimento della spinta propulsiva dell’operaio massa; il superamento -nella società postindustriale- degli schemi leninisti dell’agire rivoluzionario e quindi dell’orizzonte della politica come sfera totalizzante, l’importanza della comunicazione e dell’informazione per le società avanzate e quindi la centralità di una teoria critica dei linguaggi; la fine -insomma- della possibilità della rivoluzione come assalto al Palazzo d’Inverno, o lunga marcia o assalto al cielo. “Il cielo è caduto sulla terra” titolava un foglio di movimento il 12 marzo: “la rivoluzione è ora”.
In questo quadro teorico trovavano dignità persino le spacconate di chi definiva le Brigate rosse “moderate”(“credendo nella centralità dell’operaio massa e della Dc nel sistema politico”) ma non ci poteva essere spazio né per le scorciatoie militariste né per il circo Barnum.
A Bologna ci vanno tutti: polizia e carabinieri, in primo luogo, e, più decentemente mimetizzati, i militanti del Pci; gli indiani e le femministe; i tozzi e gli intellettuali cialtroni.
Ognuno trova spazio per i propri riti, le sceneggiate di piazza e i cori “Curcio libero” (dieci anni dopo è ancora prigioniero), i girotondi per le strade e Scalzone che intona l’Internazionale dopo la rissa con Lotta Continua, poi ognuno torna a casa soddisfatto. In realtà sarà la tendenza più avanzata -quella che teorizza la centralità dello scontro con la socialdemocrazia repressiva, il Pci -a castrare definitivamente il movimento proprio nel momento in cui si sforza di liberare le energie più radicali, costringendolo ancora nella gabbia della politica.
Dopo è solo coazione a ripetere: i “giorni della rabbia” per l’uccisione da parte dei fascisti di Walter Rossi a Roma, i “giorni della rabbia” per l’uccisione nel carcere di Stammheim di tre militanti della Frazione dell’Armata Rossa (si capirà più tardi che quasi sicuramente i tre si erano suicidati come avevano dal primo momento dichiarato le autorità tedesche, ma questa verità era incomprensibile nella paranoia dilagante di quel periodo) fino all’omicidio “preventivo” di due fascisti a Roma, “giustiziati” a freddo mentre uscivano da una sezione missina.
Sono ormai già anni di piombo. La mattina del sequestro Moro, a Napoli, c’è ancora qualcuno che -col sarcasmo disperato di chi sa già di essere stato sconfitto- grida, dagli scaloni dell’università verso il corteo anti-br, “Moro è vivo e lotta insieme a noi”, rovesciando, con tragico cinismo, uno degli slogan più lanciati nei cortei del ’77 per i tanti morti del movimento. Quella provocazione è purtroppo una drammatica prefigurazione: che intorno alla volontà di salvare Moro dalla condanna delle Br e dalla determinazione intransigente della maggioranza di solidarietà nazionale si coagulerà, in maniera informale, un partito della libertà che attraverserà gli anni di piombo mantenendo viva la speranza di una fuoriuscita non totalitaria dalla crisi.
Una lettura del ’77 scandita tutta sulle date “storiche” non rende però conto delle profonde trasformazioni che comunque quella stagione marcherà nell’identità di una generazione.
Dietro le quinte dello spettacolo messo in scena con un copione che sempre meno appartiene agli attori, prosegue infatti un lavorio radicale sui corpi, sulle coscienze, sui comportamenti, si diffonde un senso di estraneità ai riti e ai miti del potere, in tutte le sue articolazioni, anche quelle del contropotere, che lascerà un segno profondo.

18 febbraio 1987 IL GIORNALE DI NAPOLI

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