28 aprile 1980: Renato Vallanzasca racconta la grande fuga da San Vittore

La grande fuga tentata e fallita da San Vittore è raccontata da Renato Vallanzasca e Carlo Bonini nell’autobiografia del bandito: “Il fiore del male

Il piano (dell’evasione n.d.c) non era particolarmente complesso. L’idea era quella di fare arrivare delle armi in carcere. Il resto sarebbe venuto da solo. Per avere il necessario trovai senza eccessiva difficoltà un cavallo. La guardia era disponibile. C’era solo un problema.
A San Vittore, in quel periodo, c’era anche Gigi, Pierluigi Concutelli, coimputato nel processo Trapani per quei milioni che gli erano stati trovati in casa e che provenivano dal riscatto. Non mancavano neppure un buon numero di brigatisti, con un nome per tutti: Corrado Alunni. Senza contare che San Vittore, come e più di tutti i grandi carceri, è un porto di mare. Quindi, in quei tre mesi, sempre per processo, arrivarono in sezione, per fermarsi più o meno a lungo, Turatello, Marco Medda, Mirabella….
Insomma, il gotha della mala milanese. Di fatto, in carcere, erano un po’ in sbattimento.

Arrivano le armi

Eravamo in troppi, pericolosi, tutti insieme. Il cavallo mi disse che quello sarebbe stato il periodo meno adatto per introdurre qualsiasi cosa. Li stavano sottoponendo a un sacco di perquise, soprattutto prima di montare nella nostra sezione. Quindi… meglio lasciar passare il momentaccio. Di lì a poco parecchi compagni sarebbero partiti, come pure i miei soci. Tornata la calmasi sarebbe potuto fare tutto bene. Non era il massimo, proprio perché volevo che riuscissero tutti ad approfittarne. Ma quella era la situazione, non si poteva che rimandare. Dissi dunque a quel paio di persone cui tenevo particolarmente di partire tranquilli. Sarebbero dovuti tornare entro un mesetto e promisi che avrei sistemato tutto per il loro ritorno.
Con lo svuotarsi dei raggi arrivarono le armi. Il primo pezzo lo imboscai murandolo dietro le piastrelle del cesso. Il secondo mi fu consegnato invece quando Pinella, rientrato, venne messo in cella con me.
Ricordo perfettamente. La guardia arrivò davanti alla cella e, mentre allungava il braccio attraverso lo spioncino, mi chiamò: «Vallanzasca, tenga ‘sta roba». Proprio da fuori di testa.  Neppure si era preoccupato di avvolgerlo in un giornale o in uno straccio. La mano della guardia roteava dentro la cella tenendo il cannone per la canna. Eravamo seduti per la cena e per poco a Pimpi non venne uno sbocco. La guardia ripetéil movimento una seconda volta. E mi ritrovai con due pezzi tra le mani.
Tonino non stava più nella pelle. Evidentemente, non era convinto che sarei riuscito a concludere positivamente la missione. Volle un’arma e se ne andò al cesso, per evitare di essere visto da qualcuno cui fosse venuta l’idea di affacciarsi all’improvviso allo spioncino. In preda all’euforia, all’interno del bagno, Pinella cominciò a mimare l’evasione che, nell’attesa dei rientri, arrivò all’ultimo giorno utile fissato per il piano: il 28 aprile. Alle 13.20, durante l’ora d’aria.

Il grande giorno

Quella mattina mi limitai a dire a tutti che avrebbero dovuto scendere al passeggio con le scarpe da tennis, perché si doveva discutere sulla forma di protesta per risolvere alcuni problemi che si erano verificati in carcere. Infatti, a parte il sottoscritto, Colia, Antonio Rossi, e Micio, c’era Corrado che avrebbe deciso a chi dirlo. Ci fu così la new entry. Quel culo rotto di Daniele Lattanzio. Era arrivato la sera precedente. Sembrava destino: se c’era in atto un preparativo di evasione, quello si materializzava in tempo senza saper nulla in anticipo. Gli altri detenuti ignoravano tutto.  E del resto avevo ritenuto inutile informarli. Già ne erano a conoscenza in troppi.  Tanto, a che sarebbe servito? L’unica cosa che contava era esser portati fuori e io quello stavo facendo. Il piano procedeva secondo il programma.
Pinella e io, con la scusa che ormai stava uscendo il caffè, ci facemmo aprire la cella per ultimi, anche se in realtà ci trovavamo in quella che avrebbe dovuto essere aperta per prima.
A mano a mano che gli altri scendevano venivano messi al corrente. Una volta rimasti soli in sezione, mi feci aprire e passata regolarmente la perquisa con il cannone piazzato tra le palle, me ne andai nel corpo di guardia con il mio bravo caffè bollente.
Si mise a parlare con il brigadiere che faceva da caporeparto. Una sceneggiata. Anche questa studiata nei dettagli: «Hai sempre un culo della Madonna. Ogni volta che c’è un problema da risolvere ci sei sempre tu in servizio. Dai, molla sta cazzo di Gazzetta e scendi con me al passeggio che dobbiamo parlare delle infamità che state facendo con la posta».
Con la proverbiale flemma di chi non ha voglia di fare un cazzo, e un po’ contrariato, il brigadiere si alzò e mi venne dietro.
Siccome era indispensabile che Pimpi ed io si scendesse assieme, sapendo come prenderlo dissi al brigadiere: «Dai, fai aprire anche Colia, almeno ne discutiamo per bene. Siete qui in metà di mille… o devo pensare che due duri così ti mettono la strizza al culo?».
Come mi aspettavo, ‘sto pampurio, affermando che lui non aveva paura di nessuno, disse di aprire anche Colia. E tutti insieme, il brigadiere e io davanti a un codazzo di guardie e Pimpi sul fondo della fila, scendemmo lungo le brevi rampe di scale che portavano al piano terra. Ora avevano pochi minuti.

Mano alle armi

Tirammo fuori i cannoni e ci ritrovammo con una decina di ostaggi. Lui in cima alle scale, io in fondo e loro in mezzo. Feci un breve e minaccioso discorsetto a tutti, al brigadiere in particolare.
Pinella rimase a controllare gli agenti di custodia. Vallanzaca, la pistola puntata alla schiena del brigadiere, sorretto come se stesse male, arrivò nel cortile dove gli altri detenuti erano al passeggio.
Il brigadiere fece quello che gli era stato ordinato.
Chiamò la guardia nella garitta protetta da un vetro antisfondamento: «Vieni qui a darmi una mano! Non vedi che si senta male?»…
Come quello uscì, lo puntai e, in meno di quindici secondi, avendo aperto il cancello dei passeggi liberando tutti gli altri ragazzi. Diedi la terza pistola che avevo a Luigi Lattanzio e i tre coltelli ad altrettanti scatenati. Gli altri si armarono con spranghe di ferro e attrezzi da muratore Dissi quindi a tutti di spogliare le guardie e di indossarne le divise.  Io e Pinella dovevamo uscire in fretta, mentre loro, dovendo aspettare che noi gli si aprisse la strada, avrebbero avuto tutto i tempo di travestirsi.
Erano in sedici e contavano sul vantaggio che gli avrebbe garantito la confusione. Tra loro anche Corrado Alunni,, riconosciuto leader di Prima Linea e il nappista Paolo Klun [in realtà Corrado Alunni era il leader delle Formazioni comuniste combattenti e invece Paolo Klun era un blognese di Prima Linea, ndb]. Ricorrendo alla tecnica, tanto cara agli sbirri, del bastone e della carota, mettemmo in mezzo il brigadiere. Io minacciavo stragi inenarrabili se fosse andato storto qualche cosa e non ce l’avessimo fatta ad uscire. Pimpi rassicurava il briga: «Dai, Renato, non c’è bisogno di strapazzarlo : ha capito che qui si muore tutti quanti. Vedrai che si comporta bene. Vero brigadiere?».
Il brigadiere assicurò che avrebbe eseguito le istruzioni alla lettera.  Primo della fila, avrebbe fatto aprire ai due detenuti tutti i cancelli che separavano il cortile del passeggio dall’ingresso principale del carcere in via Filangieri. Ci aprirono un cancello dopo l’altro.  Avanzavo con Tonino a ruota e a ogni cancello superato, dopo aver preso un altro ostaggio, mettevamo la mandata in modo che tutti gli altri potessero seguirci senza trovare ostacoli. Passammo nel corridoio degli avvocati, sapendo che a quell’ora lo avremmo trovato deserto. L’unica difficoltà rimaneva il doppio cancello prima dell’ingresso. Straripava sempre di guardie, soprattutto durante i turni di mensa. Ma come vidi che l’addetto lo stava aprendo per far entrare un collega, con un paio di spintoni fui dentro. Feci scattare la serratura automatica del secondo cancello e mi precipitai nella portineria senza curarmi dei presenti. Sapevo infatti che alle mie spalle c’era Tonino.
La pistola l’avevo nella tasca del giubbotto. Andavo a passo svelto, ma non di corsa. Incrociò un avvocato che lo conosceva. Era appena entrato in carcere con un magistrato per un interrogatorio.
Mi guardò stupito, ma dopo una mia occhiata, credo eloquente, si rimise a parlare con il giudice. Arrivai quindi alla tappa finale. E non ci fu nemmeno bisogno di tirare fuori l’arma. La guardia dell’ultimo cancello, intenta a discutere con uno dei suoi, mi degnò a malapena di uno sguardo e spalancò al volo. Con tutto quel via vai doveva essere un riflesso condizionato. Tra me e la libertà non c’erano più ostacoli.
Vallanzaca decise allora di neutralizzare l’ultimo piantone. Quello che stazionava alla porta principale.
Lo afferrai per la collottola e lo tirai all’interno del portone. L’avevo preso per le spalle feci per disarmarlo, ma la fondina era vuota. Era un altro napoletano, scansafatiche.  Mi riconobbe subito e mi disse : «Rena’, tengo famiglia . U’cannone non ce l’ho. Pesa assaie».  Ci sarebbe stato da ridere, se non per il particolare che su quel cannone fidavo molto. Un pezzo in più in certi momenti fa comodo.
Lo feci inginocchiare nell’androne con la faccia al muro:
«Se ti giri che sono ancora qui, tua moglie dovrà crescere da sola due orfani…».
E feci capolino sul portone.

Fuori dal portone

Mentre Vallanzasca aveva raggiunto l’esterno del carcere, i quattordici detenuti del passeggio avevano cominciato a risalire la teoria dei cancelli forzati dal passaggio di Vallanzasca e Colia. Affacciatomi vidi subito due auto dei grippa, che poi risultarono la scorta del magistrato che avevo incrociato uscendo.
Erano ferme all’angolo del piccolo bar di via Filangeri, in cui i familiari dei detenuti confezionano il pacco da consegnare al colloquio. Solo uno era rimasto al volante, mentre tre erano scesi e parlavano tra loro. Attraversai la strada e mi fermai sul marciapiede di fronte all’ingresso del carcere, a una ventina di metri di distanza dalle due auto.
Doveva aspettare che gli altri lo raggiungessero, almeno Colia e Lattanzio.
Affrontare i grippa da solo , con quel pistolino che quasi spariva nella mano, non sarebbe stato igienico.
Era pur sempre una calibro 9, ma avendo avuto l’esigenza di farla entrare per nasconderla, avevo chiesto che fosse di piccole dimensioni. Certo, sparava e faceva molto male anche quella.
Ma l’impatto psicologico del vedersi minacciato da quel ninnolo poteva non essere terrorizzante.
Con due pezzi in mano e mettendoli in mezzo, avrebbero certo avuto meno voglia di fare qualche colpo di testa. Ma i due tardavano.
Dal mio punto di osservazione, vidi che tutti avevano raggiunto la portineria. Ma invece di cominciare a uscire, si attardavano a prendere in ostaggio tutti quelli che arrivavano. Per ben due volte attraversai la strada per chiamare fuori almeno uno di quelli con il cannone. Finché, mentre per la seconda volta si trovava al centro della strada, percepì un colpo di pistola.  Arrivava dall’interno del carcere. Guardai subito le reazioni in strada e vidi che un solo carabiniere aveva alzato la testa. Probabilmente lo scoppio si era confuso con i rumori dell’intenso traffico. Poco dopo però si sentirono altri tre colpi di pistola. In rapida secessione. Lo scarafone ormai era fatto.

La reazione dei carabinieri

I carabinieri misero mano alle armi. E a capire cosa stava accadendoli aiutarono le prime sagome che affacciavano al portone d’ingresso.  Cominciò il finimondo. Vallanzasca era l’unico ad essere già in strada, sufficientemente distante dall’entrata del carcere. E con quel giubbottino elegante, camicia e foulard al collo lo avevano confuso per un passante.
Un caramba cominciò a urlare di mettermi al riparo. Avrei potuto allontanarmi tranquillamente, ma significava mollare gli altri che erano rimasti inchiodati, farli arrestare tutti senza neanche che avessero messo il naso fuori. Decisi la sola cosa giusta da fare. Attraversai la strada di corsa e cominciai a urlare anch’io: «Prendete gli ostaggi, bisogna uscire alla svelta!»
Era di nuovo all’interno del corpo di guardia.
Recuperai quel simpatico napoletano simile ad un ippopotamo che avevo lasciato in ginocchio.
Era ancora là come l’avevo messo. Lo presi per il bavero e me lo tirai appresso mentre bestemmiava: Azzz, che sfaccimme e’jurnata. Quindi tornai in strada, questa volta coperto dalla voluminossissima sagoma del mio ostaggio. «Se volete uccidere un innocente, sparate pure» urlai.
Gli spari cessarono di colpo de dissi subito agli altri di cominciare a correre sfruttando la nostra copertura Uno dopo l’altro uscirono undici ragazzi, ma siccome dovevamo essere in diciassette, che è veramente un numero sfigato, mi attardai ad attendere gli altri che non si vedevano.
Non passarono più di venti secondi, che però ci sarebbero costati cari. Non potevo correre liberamente come facevano gli altri.  Per coprirmi la fuga, camminavo a ritroso, obbligando il mio ostaggio a fare altrettanto. Funzionò per un centinaio di metri, ma come il ciccione inciampò e cadde, sembrò il segnale che aspettavano, fu la festa di Piedigrotta.

La caccia grossa

Vallanzacca ora correva. Antonio Rossi era già stato colpito. Impugnava uno dei tre coltelli a serramanico distribuiti al passeggio.  Era riuscito a fare solo un a decina di metri. Lo avevano abbattuto nei giardinetti del vicino Beccaria Vallanzasca proseguì senza voltarsi, finché non svoltò l’angolo di via degli Olivetani, mentre il rumore assordante delle sirene anticipava la rapidità con cui il carcere stava per essere circondato.  Fu allora che si accorse che sull’altro marciapiede stava correndo Corrado Alunni, armato del secondo serramanico. Gli gridai di attraversare la strada Dal mio lato avrebbero avuto la copertura anche della mia pistola Ma soprattutto non sarebbe stato sotto il tiro dei mitra che facevamo fuoco dal muro di cinta. Alunni attraversò via Giambattista Vico. Ma invece di proseguire la corsa fino a trovare uno spazio sufficiente per superare le auto in sosta, si attardò a tentare di passare tra due auto posteggiate troppo vicine. Errore fatale quello del capo di Prima Linea. Un colpo lo raggiunse allo stomaco.  Stramazzò in terra in un lago di sangue, accanto a una 125 blu coperta da un telone.
Arrivai che era appena caduto. Mi piegai su di lui e lo afferrai per un braccio: «Alzati, Corrado, dai che ce la facciamo». Lui si comprimeva il ventre con le mani, dimenandosi, perché poche ferite sono dolorose come quelle nello stomaco. Aveva la voce straziata: «Vai, non ce la faccio. Scappa e buona fortuna».
Mi rialzai: «Okay, buona fortuna anche a te, ci vediamo».
Ma forse la frase non la finii neppure.

Un colpo di fortuna

Non so quale delle tre cose percepii per prima, se il carabiniere che a non più di sei metri puntava contro di me la pistola impugnandola con tutt’e due le mani, il colpo secco dell’arma, o la terrificante mazzata.
Il colpo lo aveva raggiunto alla testa, nella parte alta della fronte, all’attaccatura dei capelli.
Andai a sbattere contro il muro, ma rimasi in piedi. Avevo la testa che era una giostra. Tutto mi girava intorno vorticosamente. Ma barcollando ebbi ancora la forza di fare qualche metro. Avevo la sensazione che le montagne russe in cui mi sembrava si fosse trasformata la strada andavano spianandosi. Riuscivo anche a correre. Ripetevo a me stesso: «Dai Renato, che ce la fai…ce la devi fare».  A fermarlo fu un secondo, decisivo colpo, esploso dal muro di cinta. Renato si afflosciò come un sacco vuoto.  La perizia stabilirà che era stato sparato dalla guardia sulla cinta. Il colmo della sfiga. Un colpo partito da un centinaio di metri era rimbalzato sul muro e mi si era conficcato nella parte alta della nuca.

Salvato da un carabiniere

Ora Vallanzasca se ne stava immobile sull’asfalto. Perdeva molto sangue, che gli rendeva quasi irriconoscibile il volto.
Non credo da aver mai perso conoscenza, anche se sembravo morto. Il colpo alla testa mi aveva paralizzato. Non riuscivo a muovere nulla se non le palle degli occhi. Ricordo interminabili minuti di caos in un concerto insopportabile di sirene. Finchè non sentii una fitta all’osso sacro.
Una tremenda scarpata di uno che non poteva che essere uno sbirro, indipendentemente dalla divisa.
«E’ quel bastardo di Vallanzasca. Ora finirai per sempre di rompere i coglioni».
Udii distintamente il rumore del carrello dalla pistola quando si mette il colpo in canna. Era alle mie spalle. Merda, mi stava ammazzando e, per quanti sforzi facessi, non riuscivo a muovermi Non avevo paura, ma ero furioso. Morire ci stava pure, ma non riuscire a portarmene appresso qualcuno, era proprio da pirla. Poi sentii un ‘altra voce: «Fermi! Non vedete che è morto?»
Lo poteva scorgere da terra. Era un carabiniere. Lo sentii discutere con gli altri sbirri.
« Ha ammazzato più di un tuo collega e dei nostri. Perché non vuoi eliminarlo?»
Un carabiniere gli stava salvando la vita. Sì, devo la pelle ad un ragazzo in divisa.
Ancora mi ricordo il tono con cui risposa a quelli che mi volevano far fuori. « Non mi frega un cazzo di chi è e che cosa ha fatto, so solo che è mezzo morto, e che nessuno gli farà niente. Indietro, mettetevi contro il muro…»
Aveva armato il mitra e l’aveva alzato ad altezza d’uomo. Tanto che per un attimo pensai, o meglio sognai che… potesse essere un socio travestito.
Arrivarono i barellieri
Mentre mi caricavano sull’ambulanza mi cade di mano la pistola. Per tutto quel tempo evidentemente non se n’erano accorti. Un barelliere le diede subito un calcio e disse al compagno: «Se gli dico che ce l’aveva in mano lo ammazzano».
Poi si rivolse a qualche sbirro: «Guardate, lì c’è una pistola ». Anche un uomo di poca fede come me fu costretto a pensare che di brava gente in giro ce n’era più di quanto si pensasse.
La fuga di Vallanzasca era finita. Ma non era andata meglio a molti altri.  Il nappista Pailo Klun e Vittorio Barindelli non erano riusciti a fare un passo oltre il cancello del carcere.  Emanuele Attimonelli sarà arrestato la sera stessa. Antonio Colia, dopo essersi asserragliato in un vecchio stabile di fronte al carcere e aver preso in ostaggio una donna, si consegnerà alla fine di quaranta minuti di assedio all’allora commissario e futuro vicecapo della polizia Achille Serra. Solo Merlo, Rossi, Lattanzio, Bonato, Marocco e due brigatisti pentitisi il giorno dopo, ce la fecero.  L’ambulanza con a bordo Vallanzasca raggiunse il Policlinico in via Francesco Sforza. Erano le due, e mentre i giornali del pomeriggio preparavano lenzuoli a nove colonne per descrivere il terrore di quella mattina, nella sala del Pronto Soccorso venivano scaricate tre lettighe. Su una Vallanzasca, sulle altre due agenti di custodia feriti.

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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