Ripensare oggi la sinistra

[Interviste a Nando Iannetti, docente di filosofia arrestato per le Br-Partito guerriglia, e Oreste Scalzone, leader di Potere operaio e dell'Autonomia, all'epoca latitante, in occasione del decimo anniversario del 7 aprile 1979, la data celebre per il blitz della magistratura patavina contro Autonomia, considerata a torto il vertice strategico delle Brigate rosse]

Iannetti: ripensare il conflitto degli anni 70
CASERTA - "Quelli che a sinistra hanno a cuore una alternativa, una ricerca di orizzonti nuovi, un generale ripensamento dell'idea di sinistra e non solo un progetto di potere per questa o quella lobby non possono non ripensare anche a quello che il conflitto degli anni '70 ha rappresentato e devono quindi fare anche i conti con quelle centinaia di prigionieri e di esuli che quel conflitto hanno agito e oggi rappresentano un elemento interno di questo ripensamento".
Una netta presa di posizione in favore della soluzione politica è la logica conclusione del discorso di Nando Iannetti, docente di filosofia dell'Università di Salerno, imputato, assolto, al processo alle Br napoletane, imputato al maxiprocesso per insurrezione in corso in questi giorni a Roma. L'occasione dell'intervista è il decennale del 7 aprile, la data simbolo del blitz Calogero contro i vertici di Autonomia operaia, accusati di costituire il cervello delle Br. Ma la discussione traborda immediatamente sull'attualità, sul maxi processo di Roma.
"L'insensatezza di questo processo non sta solo nel fatto che si rivolge a me in quanto imputato nel processo contro le Br a Napoli o altri 400 che come me sono stati imputati in altri processi contro le Br ma nel fatto che toglie una parte di un movimento ampio che è durato anni e accusa solo questi 400 di aver organizzato un'insurrezione. C'è un errore fondamentale di ordine concettuale, si confonde l'insurrezione o la semplice intenzione dell'insurrezione e/o della guerra civile con il desiderio e la volontà della rivoluzione. e ben più di 400 persone pensavano e pensano alla necessità di cambiare le forme della vita in cui siamo stretti. Io ero tra questi pensavo alla rivoluzione, certo, non all'insurrezione, che è una cosa stupida".
Altro è il discorso, ovviamente, per il blitz contro Autonomia. "Da un punto di vista mediatico, precisa Ianetti, per la rilevanza delle persone, per il ruolo culturale che sembrava potessero avere al momento del loro arresto, per la conoscenza che ne era diffusa il 7 aprile ha significato per l'opinione pubblica, costruita dai media assolutamente sottomessi al volere dei politici e dei servizi segreti, che protagonisti di tutto fossero quei mostri. Toni Negri ha occupato per mesi molte pagine di Repubblica e cosi i nomi e le facce di molti militanti dell'Autonomia. Questo peso enorme che hanno avuto non coincide ovviamente con il loro ruolo reale e la loro posizione attuale, per la banale ragione che l'emergenza non coincide con il 7 aprile, cosi i suoi fondamenti logici e giuridici e il ragionamento politico che l'informa vanno ben oltre i militanti dell'Autonomia.
Andava allora sanata la crisi di legittimità nella costituzione politica reale del paese. Avevano bisogno di un nemico interno contro cui ricomporre una legittimazione possibile del potere e del dominio".
Il 7 aprile per Jannetti rappresenta solo il primo episodio di un percorso di soluzione politico-giudiziaria del conflitto: La cosa è più evidente nei passaggi successivi, con la dissociazione e il pentimento, per giungere oggi alla proposta della grazia. Ci sono due logiche possibili o una soluzione politica che rispetti gli individui e il tentativo politico che li animava di fornire sbocchi alternativi alla crisi che pareva senza formule scritte o una soluzione di grazia, che punti alla totale sottomissione degli antagonisti. L'amnistia oggi non significa legittimare le ragioni della lotta armata ma semplicemente che i protagonisti di quella stagione riconoscono che quel ciclo è irrimediabilmente concluso. Il maxi processo di Roma ha soltanto lo scopo di ristabilire la sottomissione alle regole del gioco, di riaffermare la rimozione e l'occultamento del conflitto.
I giochi però sono fatti chi pensava in nome del vecchio diritto di avere il diritto di dissociarsi, lo ha fatto, chi aderendo alla vecchia morale del tradimento e dell'infamia si è voluto pentire, lo ha fatto. Gli altri non lo hanno fatto e non lo faranno. Eppure questi corpi reclusi, queste esistenze tombate hanno il diritto di tornare a vivere, a esistere. e l'unica strada è una soluzione politica di questo problema".
"Il problema oggi non è di ristabilire le garanzie del diritto dopo lo scempio dell'emergenza - afferma Iannetti - La crisi fondamentale è di legittimità del moderno stato borghese, è una crisi che ha a che fare con i processi di delegittimazione e di secolarizzazione che investono la politica nel mondo moderno. La gente vive da un'altra parte ma la politica ha bisogno - in una certa misura - della partecipazione della gente. Se c'è chi si oppone troppo scatta il bisogno di ricomposizione. e allora ci vuole un nemico esterno.
Qui sono le radici possibili e terribili di un razzismo che può nascere e su cui bisogna porre attenzione. Se non c'è il nemico esterno bisogna allora inventarsi un nemico interno credibilmente orribile, contro il quale dirigere il rifiuto della gente. Non è che si inventino queste cose secondo una linea preordinata Craxi non è De Mita, De Mita è diverso da Moro e Andreotti, Gava è un'altra cosa, sono individui diversi e ragionano in modo diverso. C'è però una logica che accomuna quelli che devono gestire il potere. Craxi qualche anno fa non avrebbe neanche sognato di preparare una legge come quella che sta proponendo sulla droga. Ma su questo terreno ha percepito che può prendere voti. La logica è semplicemente questa ogni partito si definisce in relazione a un altro per rubargli voti e ogni partito si definisce insieme agli altri sopra i cittadini. La domanda vera è possibile invertire questa logica? Io penso di si".
"Il 7 aprile - conclude Iannetti - ha rappresentato un duro attacco a tutte le forme di opposizione nel paese, che si realizzavano nella vita quotidiana e non nelle istanze tradizionali del politico. Si cercava allora di organizzare forme alternative di potere da parte dei lavoratori. Tutto questo è stato sconfitto. Il 7 aprile ha rappresentato - paradossalmente - un punto straordinario di avanzata perché ha fatto crescere in molti la consapevolezza di non essere cosi avanti come si pensava. e allora c'è stata la fuga, c'è stato l'arretramento e la sconfitta. è stato un attacco straordinario da parte degli apparati dello Stato nel colpire il punto organizzativamente più debole delle opposizioni presenti nella vita sociale del paese, e allora tutto il resto ha fatto marcia indietro, molti si sono arroccati su una posizione che pensava di poter spingere ancora di più l'acceleratore, alzare - come si diceva da parte di qualcuno - il livello dello scontro trovandosi ancor più isolati, e significando con ciò un sintomo straordinario di una sconfitta storica già realizzata da parte del vecchio proletariato e dei nuovi ceti sottomessi. Successivamente si è poi realizzata una sconfitta di massa delle stesse idee di sinistra. Se noi oggi guardiamo alle stesse oscillazioni in settori del Pci e del Psi che si interrogano in cerca di un'identità di sinistra noi ci rendiamo conto che realmente la crisi della sinistra è senza fine.
E che questa crisi non può essere rimossa ma va oltrepassata, insieme a tutti i soggetti che di questa storia hanno fatto parte".

Scalzone: La soluzione è l'amnistia
scalzone3PARIGI - "Provo fastidio e allergia, a livello epidermico, per la drammatizzazione e l'enfatizzazione dell'anniversario del ·7 aprile". Oreste Scalzone, il leader di Autonomia riparato, dopo la scarcerazione per motivi di salute in Francia, dove anima con la sua ossessionante battaglia per l'amnistia politica generale la colonna dei rifugiati italiani, sembra restio a scendere in campo dopo le recenti polemiche sul rifiuto della grazia ma poi ogni occasione è buona per agitare i temi a lui tanto cari della soluzione politica degli anni di piombo. e il tono dell'indignazione torna a prevalere. 
"Si è compiuta prima in Italia, da subito dopo il 7 aprile, e poi in Francia - afferma Scalzone - una estrapolazione, come se il problema dei prigionieri  e delle carceri speciali fosse tutto li, come se - attraverso un meccanismo di selezione discriminatoria - si giungesse a considerare un ceto politico e intellettuale, quello di Autonomia operaia, più uguale degli altri. Questo atteggiamento continua a produrre guasti ancor oggi, quando da un lato si organizzano feste del decennale e dall'altra si contribuisce al blackout sul processo per insurrezione contro 25³ militanti di diverse organizzazioni della lotta armata e della sovversione sociale degli anni settanta".
Scalzone riconosce però che il teorema Calogero che pure si è dimostrato del tutto infondato dal punto di vista storico-giudiziario ha rappresentato un punto di svolta epocale nella repressione del conflitto sociale (anche se nega che sia stata la repressione giudiziaria a risolvere l'esito del conflitto. "Abbiamo scambiato il canto del cigno di una composizione di classe per l'alba di una nuova era” ammette autocriticamente).
Il 7 aprile ha rappresentato cioè l'adozione sul terreno giudiziario dell'intuizione tattica di Della Chiesa, della necessità di prosciugare l'acquario della sovversione sociale per prendere il pesce del terrorismo. Scalzone ricorda le brutali sospensioni delle tradizionali garanzie degli imputati in quello che è stato uno dei momenti più bui della nostra civiltà giuridica, estinzione della presunzione di innocenza e del principio di responsabilità individuale, estensione abnorme del concetto di concorso» inversione dell'onere di prova, sospensione di fatto dei termini di custodia cautelare con la tecnica dei mandati di cattura successivi per lo stesso reato.
L'ex leader di Autonomia osserva che "in questo dispositivo preventivo di dissuasione nei confronti di tutte le aree della sovversione sociale ha giocato in qualche modo una sottile preferenza da parte degli apparati dello Stato per una semplificazione del conflitto, una decisione chissà quanto consapevole di spingere una generazione militante al bivio tra ritorno al privato e opzione armata clandestina".
Ma l'attenzione di Scalzone si concentra piuttosto sui meccanismi innescati proprio nel corpo del movimento il 7 aprile.
"Quel giorno nascono gli scivolamenti successivi che hanno dato vita alla dissociazione, ai trattamenti differenziati sul piano giudiziario e penitenziario, quando la rinuncia ad una battaglia garantista in nome di un presunto innocentismo politico apre la strada alla valorizzazione delle differenze tra autonomi e combattenti e poi tra irriducibili e dissociati in chiave premiale".
Ancora oggi Scalzone non perdona ad alcuni degli intellettuali protagonisti della battaglia per la dissociazione e ora impegnati per l'amnistia politica generale l'essersi allora schierati nel fronte antiterrorista statale "La loro era una critica statale della lotta armata perché ha accettato il monopolio statale della violenza e l'equazione legalità-legittimità".
E passa a snocciolare quelli che per lui sono stati i guasti prodotti dalla dissociazione differenziazione tipologica del trattamento con la rottura del legame tra pena e reato, sulla base dei meccanismi inquisitoriali della confessione e dell'abiura» svendita del potenziale "sindacale¢ di trattativa per l'amnistia generale» ritardo nell'oltrepassamento dell'ideologia della lotta armata» diffusione di una cultura del moderno cinismo tutta fondata sull'irresponsabilità intellettuale.
Una stoccata polemica è per Franceschini. "Dice che sono legato al passato e invece ognuno che abbia letto anche solo qualche mio articolo recente può vedere la totale rottura che ho operato con la tradizione del Movimento operaio e con l'immaginario leninista, nella direzione di un'apertura all'ecologia, alla cultura delle differenze, al comunismo libertario".
L'ultima freccia scocca per i rifugiati legati a Toni Negri, che sotto le insegne dell'Associazione XXI secolo, organizzano a Parigi la festa per il decennale. "Come si fa a riproporsi come soggetto politico delle nuove lotte all'operaio sociale e a mantenere, con un atto formale, la propria adesione alla dissociazione?". Non gli risponderanno, hanno già interrotto i rapporti dopo la polemica sul caso Feltrinelli e la comunità parigina - rispettando le tradizioni dell'emigrazione politica - è ormai verticalmente spaccata.
Il GIORNALE Di NAPOLI · APRILE 89
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