11 dicembre 1980: i carabinieri uccidono due brigatisti milanesi

Due compagni appartenenti alla nostra organizzazione, militanti nella colonna Walter Alasia “Luca” sono caduti sotto il piombo dei carabinieri. La storia e la militanza di Roberto Serafini e Walter Pezzoli sono simili a quelle dei molti comunisti che hanno dato la vita per combattere questa società basata sul massimo profitto, che costringe milioni di proletari al supersfruttamento e a condizioni di vita sempre più miserabili, per costruire la società comunista. I compagni provenivano da esperienze diverse da quelle che hanno formato una grossa parte della nostra Organizzazione e proprio per questo, per onorare la loro memoria, riteniamo ancora più importante il loro contributo al movimento rivoluzionario perché sono riusciti a passare – attraverso una profonda autocritica pratica e teorica – da esperienze di gruppo, soggettiviste e militariste, al lavoro con noi in un progetto e un programma rivoluzionario che ha la sua sola base di verifica nel lavoro di massa. Sono stati preziosi perché hanno messo a disposizione la loro grossa esperienza al lavoro politico-militare portato avanti dalle avanguardie di fabbrica.

Così il 12 dicembre 1980 un volantino della Brigate rosse – Colonna Walter Alasia, la colonna milanese che era uscita dall’organizzazione ed aveva cominciato ad operare da novembre 1980 con due omicidi di dirigenti di fabbrica . La dinamica della morte è ricostruita da Cecco Bellosi, un altro dirigente della colonna proveniente dall’esperienza dell’Autonomia armata:

Rocco Ricciardi [l’infiltrato dei carabinieri nelle Formazioni comuniste combattenti che permise – a detta del generale Dalla Chiesa – di smantellare la Brigata 28 marzo responsabile dell’omicidio Tobagi], lasciato libero, ha dato le indicazioni per fare arrestare Roberto Serafini. I carabinieri lo crivellarono di colpi in strada, assieme a un suo compagno, Walter Pezzoli. Si legge nel libro-verità “Clandestina”, a proposito di Roberto: «Eppure neanche quell’avvisaglia lo salvò anni dopo da una morte atroce, ancor più dilaniante perché avvenuta proprio per responsabilità di quella stessa persona  che tanto tempo prima, in una sera di brume, di laghi e di mal di pancia, a costo di forzare mille posti di blocco lo avrebbe portato sano e salvo fino all’altra parte del mondo». Sostiene invece Spataro che i carabinieri non erano appostati in via Varesina a Milano per uccidere Roberto Serafini e Walter Pezzoli, che si trovava con lui, ma per arrestare un dirigente della colonna Walter Alasia, operaio dell’Alfa Romeo, entrato in clandestinità. Roberto Serafini e Walter Pezzoli sono stati ammazzati come cani da decine di colpi: non un solo colpo, invece, risulta sparato dall’altra parte. Quel che si dice, in gergo, un agguato in piena regola. E il termine “ammazzati come cani” non è gergale: quella sera dell’11 dicembre 1980, sotto la gragnuola di colpi, fu ucciso anche un cane. Ridotto in un tale stato che i giornali del giorno dopo non riuscirono a stabilire se si trattasse di un dobermann o di un pastore tedesco. Forse è inutile aggiungere che il dirigente operaio della colonna Walter Alasia fu arrestato un anno dopo su un pullman dell’Autostradale tra Torino e Milano, senza colpo ferire. Il problema era che quel Rocco Ricciardi aveva detto ai suoi padroni che Roberto era un buon tiratore, e tanto era bastato per quella mattanza.

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l’autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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