16 dicembre 1976, seconda strage di Brescia. Pista nera o delitto di malavita?

Il 16 dicembre 1976, alle 18.59, esplose un rudimentale ma potente ordigno  a miccia lenta piazzato da militanti di estrema destra in una zona centrale di Brescia, Piazzale Arnaldo. Si trattava di una pentola a pressione imbottita con 800 grammi di esplosivo da mina al nitrato di ammonio. Riuscì a proiettare schegge a 50 metri di distanza, ferendo 11 persone. La bomba uccise sul colpo Bianca Gritti Daller, sessantunenne insegnante di tedesco.

Tra i feriti rischiò di perdere la vita anche Giovanni Lai, all’epoca trentenne brigadiere dei carabinieri. Intervenne prontamente limitando i danni della deflagrazione. Quando venne avvertito di una borsa fumante abbandonata nel piazzale si incaricò personalmente, insieme a un collega, di tenere a distanza i curiosi. Impugnata un’asta di metallo, cercò di spostare la borsa. Lo scoppio lo sorprese quando l’involucro era ormai parzialmente nascosto dietro una colonna. A quel punto una tragedia ben più grave era stata sicuramente evitata.

L’esito del processo

Nel giugno del 1983 la Corte d’Assise d’Appello emise una sentenza di condanna verso gli esecutori materiali dell’attentato riconoscendo il movente terroristico-politico dell’atto. Giuseppe Piccini, uno dei quattro condannati aveva dichiarato di aver ricevuto disposizioni affinché la bomba fosse collocata in una zona trafficata. L’obiettivo era di terrorizzare la città. Successivamente aveva ritrattato le proprie affermazioni negando anche la matrice politica del gesto.

Giuseppe Piccini e l’omicidio Forleo

Per l’anonimo estensore di Wikipedia, il cui testo abbiamo “copiaincollato” non ci sono dubbi. La strage di piazza Arnaldo ha una precisa matrice fascista. E’ una scheda decisamente lacunosa. Manca infatti un particolare essenziale: Giuseppe Piccini era un latitante evaso, condannato a 30 anni per un delitto che aveva fatto scalpore a Brescia. Il suo complice era un conte. Un vitellone di provincia, noto come “il playboy di Nave”. Ma alla scuola del carcere Piccini diventerà un malavitoso duro.
Poche settimane dopo la seconda strage di Brescia, l’8 febbraio 1977, a Carpenedolo, ammazzerà l’appuntato Lorenzo Forleo. Lo aveva sorpreso mentre tentava di rubare un auto con un complice, Italo Dorini. Anche questo delitto, per la Rete degli archivi per non dimenticare, un network istituzionale sulla memoria degli anni di piombo, è opera di neofascisti.

A smentire la pista politica arriva il mio amico Pino Casamassima, grande esperto di storie di terrorismo e di violenza criminale del Nord Est. Ne scrive così sul Corriere della Sera per il quarantennale della strage.

La pista malavitosa

Non atto terroristico ma malavitoso, come malavitosi erano i due bresciani che con quell’esplosione volevano richiamare sul posto la polizia distogliendola da una rapina programmata in un’altra parte della città. Tuttavia, il clima di tensione che si respirava in quel periodo favorì subito la pista politica, corroborata fra l’altro da ben due rivendicazioni. La caccia alla strega terroristica provocò prima l’arresto di due neofascisti, poi di un militante dei Nuclei Armati Proletari. Mancavano all’appello solo le Brigate rosse, ma si corse ai ripari fermando cinque «sospetti» con un’azione spettacolare nella zona del Carmine nella notte fra il 20 e il 21 dicembre.

Nel clima natalizio, la questura si regalò una conferenza stampa in cui la bomba fu definita «rosso-nera». Non di fede milanista, ma di duplice matrice «fasciocomunista», come il romanzo di Pennacchi di là da venire. Affermazione sostenuta sulla base dal materiale propagandistico rinvenuto, riconducibile sia alle Brigate rosse che alla Nuova Fenice. Qualcuno rinverdì la bufala che le BR fossero «fascisti travestiti».

L’arresto dei due delinquenti

La fantasiosa pista politica della questura venne però abbattuta dalla Procura quando furono arrestati Italo Dorini e Giuseppe Piccini: delinquenti comuni dediti a furti, rapine e azioni violente alla bisogna quando chiamava l’eversione nera. 
Il Piccini, fra l’altro, era un latitante. Condannato a 30 anni per il cosiddetto «Delitto dei due laghi» compiuto con il conte Tebaldo Martinengo ai danni del filatelico Battista Zani era riuscito ad evadere. Sulla base delle sue dichiarazioni, nel 1983 la corte d’assise d’appello di Brescia assegnò una matrice terroristica alla bomba di piazzale Arnaldo, ma successivamente il Piccini ritratterà. 

Fin qui Pino Casamassima. Dello stesso avviso il Giornale di Brescia, sempre in occasione del quarantennale:

A lungo la vicenda di piazzale Arnaldo fu dimenticata, in anni in cui era la matrice terroristica di molti atti criminali a suscitare maggior eco. E quella bomba, anche per le sentenze, tentò di cavalcare quell’onda, ma aveva scopo ben diverso: consentire quella rapina ad un laboratorio di oreficieria che poi non fu mai compiuta, in virtù di una rinuncia da parte dei due imputati cui la Corte d’assise di Brescia, in ogni caso credette nel 1980. Non senza condannare però gli stessi alla pena dell’ergastolo.

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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