Terrorismo nero: un giorno in Tribunale

[La cronaca della prima udienza del processo Quex. Il mio primo impatto, in un'aula di giustizia, con il terrorismo nero]
ROMA- Rinvio immediato al processo d' appello per Quex ma l'udienza è stata vivacizzata dalla protesta ferma e pacata di Mario Tuti che ha denunciato le condizioni di segregazione cellulare cui è stato costretto per un discutibile provvedimento ministeriale.
un manifesto di propaganda tedesca: il militante della gioventù hitleriana Quex, ispirerà la rivista dei detenuti politici neri degli anni '70

un manifesto di propaganda tedesca: il militante della gioventù hitleriana Quex, ispirerà la rivista dei detenuti politici neri degli anni ’70

E' subito tensione quando i due imputati detenuti, Mario Tuti e Fabrizio Zani, entrambi con condanna definitiva all'ergastolo per reati eversivi, sono tradotti nell'aula della seconda corte d'assise d' appello di Roma. "Un processetto" -commenterà poi discutendo con Tuti il pg di udienza, ma lo schieramento dei carabinieri è quello delle grandi occasioni. Quando Tuti viene chiuso in gabbia da solo c'è il primo battibecco. Zani chiede di essere messo insieme al coimputato poi di fronte al netto rifiuto del caposcorta che sventola l'ordine di isolamento per Tuti impone che gli siano tolti gli schiavettoni. I carabinieri circondano Zani che viene sistemato nello spazio riservato agli imputati a piede libero, a fianco alla moglie, Giovanna Cogolli.
Il maresciallo  si accorge che sono più i carabinieri destinati alla custodia di Tuti che pur è chiuso in gabbia di quelli che controllano Zani, che anche se è piccolo e nero è pur sempre un ergastolano, e riorganizza la distribuzione della truppa. 
Entra il presidente e zittisce subito Tuti che chiedeva la parola per denunciare le sue condizioni di carcerazione: "Devo prima espletare le formalità di rito", poi l'invita "Si accomodi". Pronto Tuti riattacca la concione sull'isolamento. E subito il presidente lo zittisce ancora. L'equivoco è chiarito immediatamente: l'invito era a sedersi non a parlare. Tuti si scusa e chiede il permesso di restare in piedi.
C'è un' istanza di rinvio per la malattia del suo avvocato, Cerquetti, che soffre per un' emorragia interna. Il presidente ne prende atto con rammarico. Tutto lo sforzo logistico andrà sprecato: il gran spiegamento di forze del' ordine è stato inutilmente mobilitato. Per il nuovo codice, infatti, l'impedimento fisico di un difensore è motivo sufficiente per il rinvio. Il ritiro della corte in camera di consiglio darà quindi un esito scontato. Tuti ci riprova e il presidente, un po' stizzito, gli fa notare che il rinvio è dovuto al suo avvocato. La replica dalla gabbia "Non è il rinvio, è l'isolamento", si perde mentre la corte si ritira.
La pausa di udienza permette a Tuti, finalmente, di rendere pubblica la sua protesta. Chiama alla gabbia il pg per denunciare le condizioni di segregazione cui è sottoposto a Rebibbia. Il pg garbatamente si schermisce: "Non è nostra competenza, noi possiamo solo sottolineare che non siete sottoposti a isolamento giudiziario per questo procedimento". Ma Tuti insiste: "Sto parlando a un magistrato titolare dell'azione penale" -sottolinea- "per denunciare un illecito. Sono condannato definitivamente (ergastolo per l'uccisione di due agenti, ergastolo per l'uccisione del confidente dei carabinieri Buzzi, ucciso in cella a Novara, 14 anni per la rivolta di Porto Azzurro più un mazzetto di anni sparsi per diverse condanne minori, n.d.r.) e non ho nessun procedimento in corso. Eppure mi si mette in isolamento nello stesso braccetto di Cavallini, in una cella minuscola, con due telecamere". L'ex leader dei Nar ha annunciato una netta presa di distanze dalle pratiche della violenza che ha maturato sulla base di riscoperte convinzioni religiose. Non si è però deciso ancora a fare il tratto di strada che porta da Paolo di Tarso a Giuda Iscariota. Che qualcuno voglia rendergli più facile la definitiva conversione fino al rinnegamento dei suoi camerati sottoponendolo a un'indebita pressione psicologica, mettendolo vicino di cella a Tuti che già si è reso responsabile materiale dell'omicidio di un delatore? 
Del resto il processo Quex verte proprio sul fatto che la rivista dei detenuti nazionalrivoluzionari, nel numero della primavera 81, aveva indicato al pubblico ludibrio dei militanti dell'estrema destra, nella rubrica "Esacrez l' infame", proprio quell'Ermanno Buzzi che pochi giorni dopo sarebbe stato strangolato nel carcere di Novara da Tuti e Concutelli. Questo delitto è diventato poi, in alcune analisi storiche e giuridiche, esemplare della leggerezza e della faciloneria con cui veniva gestita l'antiterrorismo negli anni di piombo (secondo altri più maliziosi, invece, Buzzi fu in qualche modo volutamente buttato in pasto ai lupi: si è saputo poi infatti che aveva disperatamente tentato di evitare il trasferimento a Novara).
La Corte tarda. Dalla transenna si stacca un anziano sacerdote. E' don Germano Greganti, l'infaticabile animatore di "Carcere e comunità". Consegna a Tuti le fotocopie della recensione della opera prima dell'ergastolano, messa in scena con un buon successo di pubblico e di critica proprio nel carcere di Voghera, qualche mese fa, pigmalione il presidente Amato, direttore generale degli istituti di prevenzione e pena e all'epoca della rivolta di Porto Azzurro protagonista del negoziato con Tuti. 
C'è un intenso, affettuoso scambio di battute tra il sacerdote e il detenuto (probabilmente anche a don Greganti spiega i soprusi che sta subendo) poi, quasi pensando ad alta voce e sventolando le critiche teatrali Tuti si rivolge a Zani, con voce pacata: "Vedi Fabrizio cosa si ottiene ad essere troppo buoni. Quella volta a Voghera ho stretto la mano ad Amato. Se gli avessi dato due schiaffi...". Rientra la corte per il rinvio di rito e i detenuti hanno a stento il tempo di chiedere di essere trasferiti al carcere di provenienza, Zani, a Spoleto, per sostenere un esame universitario, Tuti per sottrarsi a una condizione degna di Stammheim.
Giornale di Napoli, 27 gennaio 1990
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