11 giugno 1977: un commando di donne delle UCC distrugge il cervellone della Sapienza

uccUn commando di donne distrugge il computer all’università romana. Danni per 4 miliardi con il nuovo atto terroristico

Proprio mentre il rettore dell’università, Antonio Ruberti, presiedeva la seduta del Consiglio di amministrazione alla ricerca di uno sbocco della vertenza del personale non insegnante, un attentato vandalico ha distrutto questo pomeriggio il « computer » della Univac, il grande elaboratore elettronico del « centro interfacoltà » che raccoglie tutti i dati di calcolo e di ricerca scientifica degli istituti romani. I danni si aggirano sui 4 miliardi di lire. Per la prima volta nella lunga storia di violenze che caratterizzano l’attuale fase della vita italiana, autrici del grave episodio di teppismo sono tre donne, armate, mascherate, che hanno immobilizzato i tecnici al lavoro. Erano le 18,40.Ascoltiamo il racconto del tecnico Francesco Lilli, che insieme all’ingegner Franco De Santis e Domenico Alfonsi, si trovava negli uffici del centro. « Per prima è entrata una donna, bionda, giovane, 20-25 anni, indossava un impermeabile. Mi ha chiesto se ero solo. Le ho risposto: “Ma lei chi è?”. Allora ha tirato fuori un’arma. Un fucile, credo, e mi ha fatto cenno di andare verso uno stanzino. Nello stesso locale poi sono entrati con le mani in alto l’ingegner De Santis e Alfonsi. C’erano altre due donne, col viso coperto da una sciarpa. Impugnavano una pistola a tamburo e una col silenziatore ».
Dalla stanza, sdraiati a terra, i tre non sono in grado di vedere tutta la scena. Ma, dopo pochi secondi, sentono la voce di un uomo. La donna a viso scoperto, prima di allontanarsi dalla stanza, ha detto: « Non ce l’abbiamo con voi, state calmi. Non ci importa nulla della polizia perché tanto abbiamo trent’anni di galera da fare». Poi, improvvisamente, si sono levate le fiamme. I terroristi avevano appiccato il fuoco alla benzina che avevano versato sul cuore del «cervello». Un’azione di pochi minuti. Scatta l’allarme, ma i vigili del fuoco non riescono ad arrivare in tempo.
I tre specialisti del computer cercano di spegnere le fiamme da soli. Ma non c’è nulla da fare. Viene avvertito il rettore che si precipita al «Centro interfacoltà», situato tra «Lettere» e «Matematica», in una speciale costruzione che deve essere mantenuta a temperatura costante per non far «impazzire» l’elaboratore. Ruberti è tornato alla riunione del consiglio di amministrazione per riferire sulla gravità del fatto. Dice Franco De Santìs: «L’incendio ha ucciso il cervello. Le migliaia e migliaia di miniattrezzature contenute nel calcolatore si sono fuse fra loro. Purtroppo la macchina è da buttare. E’ un gesto bestiale, che non trova spiegazioni di sorta ».
Il «computer» della Univac, una società statunitense collegata alla multinazionale Sperry Rand, era in uso presso l’ateneo romano. L’Università non lo aveva comprato, ma pagava, cosa normale per i cervelli elettronici, un affitto mensile alla Univac. In un primo tempo si era sparsa la voce che l’attentato avesse paralizzato tutta l’attività universitaria, compromettendo definitivamente l’anno accademico in corso, già travagliato da difficili problemi irrisolti. Per fortuna i dati che memorizzano la vita dei 170 mila studenti romani sono contenuti in altra sede. Il rettorato assicura quindi che la vita dell’Università rimane normale. Il «cervello» era stato inaugurato sei anni fa. Si tratta di un mostro lungo decine di metri e capace di lavorare non solo per l’elaborazione dei dati tecnico-scientifici dell’ateneo, ma ha spazio per ricerche di altri enti e istituti. Fino a questa sera nessuna organizzazione ha rivendicato l’attentato. L’ufficio politico della questura e i carabinieri hanno iniziato le indagini. L’interesse degli investigatori è puntato sulla giovane a volto scoperto che ha parlato con i tecnici presenti nell’ufficio. Si è pensato che possa essere la stessa donna che, insieme ad un secondo terrorista, sparò contro il direttore del Tgl, Emilio Rossi (attentato rivendicato dalle Brigate rosse con un volantino). Poi sono stati fatti collegamenti con i Nap, con altre formazioni guerrigliere che recentemente hanno compiuto atti di vandalismo. Chi dirige le indagini si chiede anche se la frase detta dalla donna («Non ci importa niente della polizia perché tanto abbiamo trent’anni di galera da fare ») sia stata detta per sviare le indagini o sia un riferimento reale. In quest’ultimo caso le indagini andrebbero circoscritte a criminali comuni o politici, evasi dal carcere e già condannati a dure pene.
FONTE La Stampa 11 giugno 1977

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Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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