I verbali di Battisti: non volevamo uccidere Torregiani e Sabadin

La decisione di Cesare Battisti di assumersi la responsabilità degli omicidi da lui commessi 40 anni fa come militante dei Proletari armati per il comunismo e di chiedere scusa ai familiari delle sue vittime ha scatenato una bagarre sui media e sui social. L’ex terrorista, ieri scrittore di fama, oggi ergastolano al carcere duro, è personaggio divisivo. Ho perciò deciso di provare a restituire le sue ragioni facendomele raccontare dall’avvocato di Battisti, Davide Steccanella, l’ultimo difensore di Renato Vallanzasca. Il testo integrale dell’intervista, pubblicata da Tiscali.it, la potete leggere qui. Nello stesso spirito va la decisione di diffondere il testo integrale degli interrogatori resi nel weekend da Cesare Battisti. Ecco la parte che riguarda la sua militanza fino ai Pac

Se non fossi evaso mi sarei dissociato

Confermo di avere concordato con l’avvocato Steccanella l’intenzione di rendere dichiarazíoni relative alle mie esperienze passate e riguardanti tutta la fase della mia esperienza nel mondo della illegalità fino alla data della mia espulsione. Ci tengo a precisare che se non fossi evaso nel 1981 probabilmente anche io avrei fatto parte del gruppo di coloro che sí sono dissociati dalla lotta armata e avrei reso in quegli anni dichiarazioni relative alle mie responsabilità, esclusivamente riguardanti la mia persona senza chiamare in causa altri soggetti.
In buona sostanza voglio dire che a me non è mai capitata prima di oggi l’occasione, né ho avvertito la necessità, di ripercorrere le mie esperienze, quella che mi si offre oggí è una opportunítà di cui intendo avvalermi non perché io possa sperare di ottenere benefici che mi rendo conto nella mia posizione non sono prevedibili almeno nel breve periodo, ma tengo ad evídenziare una mia scelta che avevo già maturato quando sono evaso nel 1981 e che avevo dovuto dissimulare con i miei ex compagni di lotta armata in quanto mai avrei potuto riferire di un mio intento di dissociarmi a rischio della mia stessa vita.
In definitiva sono stato fatto evadere dal carcere di Frosinone grazie all’aiuto di appartenenti a gruppi armati di differente collocazione nel mondo della lotta armata in quanto ritenevano che io avrei potuto incontrare alcuni elementi e portare un messaggio che poi sarebbe stato finalizzato a cessare l’attacco armato nei confronti dello Stato ma mantenere la disponibilità delle armi per scopi difensivi ed aiutare altri compagni ad evadere.
In realtà io già dentro di me covavo l’idea della dissociazione e non a caso pochi mesi dopo, circa due, decisi di abbandonare tutto e tutti e di rifugiarmi in Francia, Da quel momento sono stato, come noto, per 37 anni circa, latitante senza aver reso alcuna dichiarazione sui fatti che hanno portato alla mia condanna defìnitiva all’ergastolo.

Dai furti alle rapine: io, bandito rosso

Credo di aver cominciato a delinquere a 17/18 anni commettendo rapine e furti nella zona del Lazio; devo precisare che la mia famiglia è sempre stata vícína al PCI per cui essendo rímasto ínfluenzato da questa ideologia ed essendo stato iscritto alla FGCI e poi a Lotta Continua ho dato diverse volte somme di denaro provento di furti e rapine per la causa comunista. Ho commesso i reati di cui sopra almeno fino al 1974 allorchè fui arrestato per una rapína e rinchiuso nel carcere di Latina. Erano gli anni delle rivolte carceraríe alle quali io partecipai attivamente anche quando fui trasferito príma a Regina Coeli e poi a L’Aquila.

Fui detenuto fino al 1976 e faccio presente che durante la mia carcerazione ebbi modo di individuare concretamente un gruppo già consolidato nell’ambito della lotta armata; fui molto influenzato dalla personalità di Nicola Pellecchia che conobbi, non ricordo se a Spoleto o Regina Coeli, e che faceva parte dei NAP ed il cui padre divenne in seguito mio avvocato. Uscito dal carcere nel 1976 ero fortemente intenzionato a militare stabilmente in un gruppo armato.
Una volta scarcerato feci il servizio milìtare a Castelfidardo nell’Artiglieria e poi a Udine; mentre espletavo il servizio militare a Udine è intervenuto un ordine di carcerazione per una precedente rapina a seguito del quale sono stato condotto al carcere di Udine dove ho conosciuto Arrigo Cavallina che faceva parte dell’organízzazíone ROSSO, la sede della cui rivista omonima era ubicata a Milano in via Disciplini.

Il mio rapporto con Cavallina e Rosso

Con Cavallina parlavamo spesso di politica e di lotta armata e concordammo nell’idea che quando fossi uscíto mi sarei aggregato al suo gruppo che era già da un po’ di tempo operativo, gruppo che poi diventerà PROLETARI ARMATI PER IL COMUNISMO (PAC). Una volta scarcerato tornai a Latina e ripresi blandi contatti con Lotta Continua, poi dovetti finire il servizio militare a Torìno. Era circa il 1977. A Torino conobbi alcuni appartenenti al gruppo Militari Autonomi Organizzati (MAO). Nel 1977 CAVALLINA fu scarcerato, avevo mantenuto con lui i contatti attraverso la madre e alcuni compagni, andai quindi a trovarlo a Verona; a quell’epoca ero già ricercato per una rapina commessa a Latina in un Ufficio Postale. Questa è stata la ragione per cui decisi di entrare in clandestinità e di passare nella lotta armata con il gruppo deì PAC. All’inizio con i PAC ho commesso varie rapine a scopo di finanziamento, all’epoca ho vìssuto un po’ a Verona, un po’ a Milano ed in altri posti in Lombardia.
Faccio presente che ho avuto la possibilità di leggere le sentenze emesse nei miei confronti da quando sono detenuto qui a Massama ed in via di sintesi posso dire che i fatti che mi riguardano ricostruiti nelle sentenze stesse ed i nominativi dei responsabili corrispondono al vero, dico questo anche per non dover ogni volta ripetere i nomi di chi faceva parte deì PAC o di chi partecipò alle più eclatanti azioni.
I PAC erano costituiti da fuoriusciti da altre formazioni armate, erano usciti perché critici dell’organizzazione di BR, NAP e altri di cui rifiutavano la logíca verticistica del partito armato, mentre la strategia deì PAC prevedeva una struttura orizzontale priva di soggetti con il rango di vertici.

L’organizzazione dei Pac e i primi attacchi

I PAC erano composti da circa 40 persone; alcune rivendicazìoni dei PAC furono effettuate non da soggetti inseriti stabilmente nell’organizzazione ma operanti in adesione all’ideologia dei PAC, alcuni commettevano singoli reati per poi non prendere più parte dell’organìzzazione.
La prima azione contro persone fisiche cui ho partecipato fu commessa a Milano nei confronti del dr FAVA su segnalazione di compagni operanti all’interno del collettivo dell’Alfa Romeo per ragioni che in questo momento non ricordo con precisione. Contro il dr FAVA sparammo io e l’altra persona indicata in sentenza. Preciso, affinché íl mio discorso sia più chiaro, che io preferisco non fare nomi, sia per un fatto personale sia perché sarebbe inutile in quanto relativo a soggetti già identificati nelle sentenze e condannati.
Da adesso parlerò solo delle più eclatantì azioni da me poste in essere, tralasciando le varie rapine di autofinanziamento che continuavamo a commettere. Oltre a questo episodio ho partecipato al ferimento di un agente di custodia a Verona, credo si chiamasse NIGRO ed era in servizio al carcere di Verona, era stato segnalato da un collettivo di territorio perché molto duro nel carcere. Era indicato come facente parte di una squadra di agenti di custodia picchiatori. Partecìpai all’azione a titolo di copertura ma non spari.

I quattro omicidi dei Pac

Per quanto riguarda i quattro omicidi che mi sono stati addebitati, ammetto le mie responsabilità. Il primo omicidio è quello del Maresciallo Santoro, capo delle guardie carcerarie di Udine. L’indicazione di commettere l’azione venne dai compagni del Veneto per le torture commesse nel carcere a carico dei detenuti politici. Partecipai all’azione esplodendo soltanto io i colpi di arma da fuoco che causarono la morte del Santoro. Non so indicare per quale motivo esatto venne deciso di uccidere il maresciallo Santoro, a differenza di quanto fu fatto per l’agente di custodia Nigro, in quanto ero appena giunto nel gruppo armato e l’azione era già stata decisa. Per quello che posso dire, ho appreso che íl Santoro si era comportato in modo molto più violento del Nigro. Per quanto riguarda l’omicidio Santoro confermo che la ricostruzione della sentenza è esatta. Per quanto riguarda gli omicidi Sabadín e Torregíani, avvenuti lo stesso gìorno, uno a Mílano (Torregìanì) e l’altro nel Veneto (Sabadin), ammetto di aver partecipato al secondo episodio con ruolo di copertura dell’azione. Preciso che sia il Torregiani che il Sabadin erano due commercianti che ai nostri occhi si erano resi responsabili di aver ucciso due rapinatori, noi chiamavamo costoro miliziani in quanto si erano armati ed avevano ucciso un rapinatore e rivendicavano questo atteggiamento per noi inaccettabile, meritavano dal nostro punto di vísta una punizione.

Torregiani e Sabadin erano due miliziani

Nella nostra ottica i rapinatori uccisi erano proletari che cercavano di rìappropriarsi di quanto tolto loro dal capitalismo. Sicuramente non cambia nulla per quanto riguarda la mia posizione, ma tengo per la verità storica che mi riguarda a dire che nei confronti di Torregiani e di Sabadin la maggioranza del gruppo dei PAC, me compreso, aveva deciso di procedere, per ragioni politiche, al solo ferimento di queste due persone, in quanto ritenevamo che la morte andasse oltre la nostra polìtìca poichè nei due casi specifici i PAC si sarebbero messi sullo stesso piano dei due miliziani, per cui la maggioranza di noi voleva punirli ma non ucciderli perché così sarebbe stato più evidente il motivo dell’azione di chi ritenevamo cittadino che si fa stato, proprio per non metterci al loro stesso livello, cioè quello di giustizíeri. Loro avevano ucciso, noi volevamo mostrare un intento punitivo senza equiparaci a loro. Tuttavia accadde che il Torregiani, come appresi dai miei compagni, reagì sparando e pertanto íl volume di fuoco nei suoi confronti fu tale da determinarne la morte. Per quanto riguarda il Sabadin, azione cuí partecipai come copertura, voglio precísare che anche per lui la maggioranza del nostro gruppo aveva deciso di procedere al solo ferimento. C’erano state discussioni anche accese sulla sorte del Sabadin così come del Torregiani, ma alla fìne era prevalsa la linea che io, insieme ad altri avevo sostenuto, ovvero ferire e non uccidere.
Accadde però che la persona incaricata dell’azione lo uccise. Voglio ancora precisare che quando qualcuno del nostro gruppo decìse di collaborare con la giustizia, essendo io latitante all’estero, per questi due omicidi accusò me di essere stato il più deciso sostenítore della morte di questi soggetti ín modo da alleviare in qualche modo la responsabilità di chi era già detenuto. Ci tenevo in modo particolare a questa precisazione, che non cambia nulla circa la mìa posizìone, perché per anni sono stato massacrato dalla stampa e dall’opinione pubblica quale principale responsabile della morte del Torregianí e del Sabadin.

L’agente Campagna l’ho ucciso io

Per quanto riguarda l’omicidio di Andrea Campagna, cui io ho partecipato sparando, l’indicazione è stata data dal collettivo di Zona Sud, in quanto íl Campagna era stato ritenuto uno dei principali responsabili di una retata di compagni del collettivo Barona che erano stati poi torturati in caserma. Lui conosceva bene i soggetti del collettivo Barona in quanto il suocero abitava in quella zona. Per lui fu decisa la morte nel corso di una riunione dei PAC e io mi sono reso disponibile all’azione.
Io non ho mai ricevuto personalmente alcuna richiesta di eliminazione soggetti come il Campagna ed il Santoro che furono uccisi e del Torregiani e Sabadin per i quali io avevo optato per il solo ferimento. Come mi avete chiesto, non sono in grado di riferire i nomi di coloro dei collettivi del terrítorio che nei vari casi chiesero il nostro intervento, non per una volontà omertosa, bensì perché essendo io in quel periodo clandestino non era opportuno che avessi contatti con militanti che vivevano pubblicamente il territorio. Non voglio coprire nessuno, voglio solo dire come erano le cose. Voglio precisare che Lei mi ha parlato di freddezza che sembrerebbe io abbia manifestato nei casi in cui ho sparato. In merito intendo evidenziare che io non sono un killer ma sono stato una persona che ha creduto in quell’epoca nelle cose che abbiamo fatto e quindi la mia determinazíone era data da un movente ideologico e non da un temperamento feroce, quando credi in una cosa sei deciso e determínato. A ripensarci oggi provo una sensazíone di disagio ma all’epoca era così.

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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5 comments on “I verbali di Battisti: non volevamo uccidere Torregiani e Sabadin
  1. Chiara ha detto:

    Qualche settimana fa lei aveva difeso Battisti come perseguitato politico e affermato che non era responsabile degli omicidi a lui attribuiti.
    Io avevo commentato (commento -mi pare- non pubblicato) che Battisti era un delinquente comune che si era politicizzato in carcere, che era sicuramente colpevole degli omicidi… Adesso lui stesso ammette tutto.
    Un piccolo mea culpa lo vuole fare anche lei?

    • Ugo Maria Tassinari ha detto:

      Non ho nessun mea culpa da fare. Mai scritto che non era responsabile dei delitti. La mia posizione è sempre stata netta: difendo il principio che occorre una soluzione politica per il conflitto degli anni Settanta e ho difeso Battisti, che ha preso l’ergastolo per delitti politici, anche se è “impresentabile sul piano etico ed estetico”. Il problema ce l’hanno invece i suoi amici scrittori innocentisti, a partire dalla Vargas, che hanno accettato una ricostruzione storica degli anni 70 del tutto delirante.
      Questa era stata la mia risposta alle sue obiezioni:
      A riconoscere la natura politica dei delitti di Cesare Battisti è la corte che lo processa per il covo dei Pac di via Castelfidardo in cui viene arrestato nel giugno 1979. Lo condanna per armi e per banda armata. ovvero per l’art. 306 del cp che rientra nella sezione (270-312?) che riguarda i delitti contro la personalità dello stato (associazione sovversiva, banda armata, insurrezione…). I delitti politici per eccellenza. Le sentenze si rispettano…

      • chiara ha detto:

        Una soluzione politica per i delitti degli anni ’70 “perché tante cose sono cambiate” non può prescindere -nel singolo caso- da una dissociazione del colpevole dalle sue azioni, dall’ammissione di colpa e dal risarcimento (almeno morale, con le scuse. Ma -visto che è diventato uno scrittore di successo- avrebbe potuto anche risarcire economicamente vittime -incluso chi è rimasto paraplegico- e parenti) nei confronti delle vittime. Cosa che Battisti non ha MAI fatto in questi anni, continuando invece in più occasioni a difendere la giustezza elle sue azioni.
        Altrimenti siamo alla filosofia del “Chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto, scurdammece ‘o passato…”
        Con la stessa filosofia Gianni Guido, uno degli assassini del Circeo, doveva essere lasciato vivere in pace a Panama, visto che era riuscito a evadere dal carcere e a rifarsi una vita dorata altrove.
        Nel 2004 (15 anni fa) lei firmò un appello contro l’estradizione. All’epoca, Battisti era latitante, ed era stato condannato all’ergastolo per degli omicidi di cui era l’organizzatore o l’autore materiale. Ergastolo signiofica ergastolo, cioè “Fine pena mai”. Se non fosse evaso, e se avesse iniziato un VERO percorso di pentimento, probabilmente avrebbe potuto avere una riduzione o un alleggerimento della pena, come è stato per altri terroristi; lui il suo periodo di libertà se lo è preso da solo, da subito. Adesso dice che “sono fatti di quasi 40 anni fa”; 15 anni fa erano fatti di meno di 20 anni prima; non sarebbe stato giusto che finalmente COMINCIASSE a essere punito? Quanto tempo basta per dire “E’ roba vecchia” dopo degli omicidi a sangue freddo?
        Tra l’altro, candidamente confessa che non sapeva chi fosse il maresciallo Santoro, ma che “gli avevano detto” di sparargli. E’ un’azione politica questa? O semplice criminalità?
        E -lei e tutti quelli che lo hanno difeso- vi siete mai chiesti se il suo avvicinamento alla politica sia stato davvero sncero o non piuttosto un escamotage per giustificare i suoi crimini?

        • Ugo Maria Tassinari ha detto:

          Il fatto che abbia ammazzato uno che neanche conosceva è la prova più evidente che il suo è un delitto politico.
          C’è una sostanziale differenza con Gianni Guido: il delitto del Circeo è un brutale delitto a sfondo sessuale.
          La questione di fondo della soluzione politica da me invocata non è la distanza. E’ proprio la circostanza che le guerre civili si concludono con la pace: l’amnistia è la formula giuridica più diffusa per chiudere il contenzioso, a prescindere dai singoli casi.

  2. chiara ha detto:

    Alcune affermazioni recenti (2017) di Cesare Battisti: «Se il Brasile confermerà la mia estradizione in Italia mi consegneranno alla morte». Lo ha detto Cesare Battisti intervistato da O Estado de Sao Paulo. «Non so su cosa si voglia basare il gabinetto giuridico della presidenza», ha detto l’ex terrorista dei Pac, «non so se il Brasile voglia macchiarsi sapendo che il governo e i media hanno creato questo mostro in Italia». «Quello che mi preoccupa maggiormente è che non potrò più vedere mio figlio», ha aggiunto l’ex terrorista, «un’altra cosa terribile è che non si può dare a una persona la possibilità di farsi una famiglia e vivere legalmente in un paese per poi all’improvviso togliergli tutto. È qualcosa di mostruoso. Non sono un clandestino, non sto compiendo nessun illecito».
    Cesare Battisti continua a rilasciare interviste e accusa l’Italia di essere «un Paese arrogante», convinto che sia «un compito facile» portarlo via dal Brasile. Per l’ex terrorista dei Pac, condannato all’ergastolo per quattro omicidi, l’atteggiamento di Roma nei suoi confronti non sarebbe altro che un’espressione di «orgoglio e vanità». E alla domanda se intenda mandare un messaggio ai familiari delle vittime che la giustizia italiana gli imputa, risponde così: «Tutte le morti sono deplorevoli. Ma non c’è motivo che io chieda scusa per qualcosa che hanno commesso altri»
    https://www.lettera43.it/it/articoli/mondo/2017/10/13/cesare-battisti-attacca-litalia-e-un-paese-arrogante/214603/
    Negava ancora la responsabilità per TUTTI gli omicidi. Adesso che è in carcere, ammette e si scusa, sperando in un trattamento addolcito.
    Non so se mi fa più schifo adesso o prima. Certo è la dimostrazione che si tratta solo di un furbastro che dice quel che gli fa più comodo.

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