17 giugno 1974: i primi uccisi dalle Brigate Rosse sono due missini padovani

Il duplice omicidio dei missini a Padova, nel corso di un’incursione, la mattina del 17 giugno del 1974, rappresenta un punto di non ritorno per le Brigate rosse. Omicidi non voluti, “incidente sul lavoro”. Per la prima volta l’organizzazione combattente deve misurarsi con un esito insito nelle sue scelte strategiche. E dopo una discussione non scontata decide di non infilare la testa nella sabbia. Nel volantino si riconosce l’ “errore”. Si interrompe l’intervento politico in Veneto.

La fuga di Gallinari

Tra i danni collaterali la necessità per Prospero Gallinari di passare in clandestinità. So era trasferito a Marghera per rafforzare l’intervento in Veneto. Una colonna nascente formata da quadri provenienti da PotOp: Susanna Ronconi, Nadia Mantovani, Carlo Picchiura. “Gallo” trova lavoro nell’indotto della Montedison. Dopo il duplice omicidio vanno a perquisirgli casa. Si rende conto che stanno per trovargli il documento falso e scappa, mischiandosi tra gli operai che stavano andando a lavorare in fabbrica. Comincia così la sua clandestinità

La ricostruzione

Dalla “campagna Sossi” le BR escono con l’immagine dei banditi gentiluomini. Di coloro che mettono in scacco l’intero apparato dello Stato senza spargimento di sangue. Da Padova però giunge una notizia che sembra contraddire questa fama. Il 17 giugno, a meno di un mese quindi dalla conclusione positiva del giudice genovese, Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci, due militanti dell’MSI, vengono uccisi nella sede di Padova. Si scatena una ridda di ipotesi su piste nere e regolamenti di conti tra fascisti.

Fino a che le BR non diffondono un comunicato in cui si assumono la responsabilità di un duplice omicidio comunque non voluto e addebitando l’accaduto alla reazione inconsulta dei due missini. Nell’azione, Martino Serafini era il “palo”, Giorgio Semeria guidava l’auto, Susanna Ronconi attendeva sulle scale con una borsa per prelevare i documenti dalla sede missina, mentre Roberto Ognibene e Fabrizio Pelli erano i due brigatisti entrati negli uffici e, dei due, solo il Pelli avrebbe sparato a fronte di un tentativo di reazione di Mazzola e Giralucci. Per quanto funestata da “un incidente sul lavoro”, l’azione di Padova non modifica certamente la linea strategica né l’impostazione tattica delle BR. Essa infatti va ricollegata, per gli obbiettivi che si poneva, alle altre incursioni incruente compiute contro il cri e il Centro Sturzo a fini “di inchiesta”.

Pino Casamassima, Il libro nero delle Brigate rosse

La rivendicazione

«Nessun crimine fascista rimarrà impunito!»

Volantino di rivendicazione dell’assalto alla sede del MSI di Padova, 1974

Lunedì 17 giugno 1974, un nucleo armato delle Brigate Rosse ha occupato la sede provinciale dell’MSI di Padova in via Zabarella. I due fascisti presenti, avendo violentemente reagito, sono stati giustiziati.

L’MSI di Padova è la fucina da cui escono e sono usciti gruppi e personaggi protagonisti del terrorismo antiproletario di questi ultimi anni. Freda e Fachini hanno imparato lì il mestiere di assassini, e i dirigenti di questa federazione (Luci, Switch, Marinoni) hanno diretto le trame nere dalla strage di piazza Fontana in poi. Il loro più recente delitto è la strage di Brescia.

Il progetto neogollista

Questa strage è stata voluta dalla Democrazia Cristiana e da Taviani per tentare di ricomporre le laceranti contraddizioni aperte al suo interno dalla secca sconfitta del referendum e dal “caso Sossi”: più in generale per rilanciare anche attraverso le “leggi speciali” sull’ordine pubblico il progetto neogollista.

Gli otto compagni trucidati a Brescia non possono essere cancellati con un colpo di spugna dalla coscienza del proletariato. Essi segnano una tappa decisiva della guerra di classe, sia perché per la prima volta il potere democristiano attraverso i sicari fascisti scatena il suo terrorismo bestiale direttamente contro la classe operaia e le sue organizzazioni, sia perché le forze rivoluzionarie sono da Brescia in poi legittimate a rispondere alla barbarie fascista con la giustizia armata del proletariato.

Non colpisce nel segno chi continua a lottare contro il fascismo vedendolo come forza politica autonoma che si può battere isolatamente senza coinvolgere lo Stato che lo produce. Non colpisce affatto chi non si muove contro i fascisti con la scusa che sono “solo servi”.

Al progetto controrivoluzionario che mira ad accerchiare e battere la classe operaia, dobbiamo opporre un’iniziativa rivoluzionaria armata che si organizzi a partire dalle fabbriche contro lo Stato ed i suoi bracci armati. Le sedi dell’MSI non sono più inviolabili roccaforti nere! Nessun fascista può più considerarsi sicuro! Nessun crimine fascista rimarrà impunito! Portare l’attacco al cuore dello stato! Lotta armata per il comunismo!

Martedì 18 giugno 1974.

BRIGATE ROSSE

La testimonianza di Curcio

MARIO SCIALOJA: L’incontro delle Brigate rosse con la morte avviene comunque poco dopo il rilascio del giudice genovese: il 17 giugno ’74 a Padova, nella sede del Movimento sociale di via Zabarella, alcuni vostri militanti sparano e uccidono due missini.

Quelle di Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci non furono morti programmate: giunsero improvvise, inattese, imbarazzanti. Come cinicamente è stato detto, si è trattato di un «incidente sul lavoro». L’azione di via Zabarella non aveva niente a che vedere con ciò che le Br stavano facendo, non rientrava nei nostri piani. Noi ormai puntavamo al «cuore dello Stato», cioè alla Democrazia cristiana. Non vedevamo più nei fascisti un pericolo reale ed anzi contestavamo a quelle parti di movimento ancora impegnate nel cosiddetto «antifascismo militante» di essere fuorviate da una cultura post-bellica, tutto sommato di comodo, arretrata e mascheratrice.

L’incursione nella sede padovana del Msi per cercare qualche documento collegato alla strage di Brescia fu l’iniziativa autonoma di un gruppo di compagni veneti che ruotava attorno al Petrolchimico di Marghera e alla Breda siderurgica. Il clima di quei giorni può fornire una certa spiegazione dell’episodio pur senza giustificarlo.

I morti e i feriti della strage di piazza della Loggia, aggiungendosi a quelli di tutte le altre stragi precedenti, avevano suscitato una grande commozione e indignazione; immaginare una perquisizione in una sede missina, anche se non rientrava nei progetti delle Br, era in sintonia con le forti tensioni presenti in ampi settori del movimento. Comunque, si è trattato di un’azione organizzata malamente e sfortunata. Durante la perquisizione ci fu uno scontro imprevisto con i missini e uno dei nostri compagni, per evitare che gli altri venissero sopraffatti e catturati, sparò e uccise.

Quei morti invocati dalle piazze

Come hai reagito a quel duplice omicidio? Ti sei reso conto che poteva rappresentare una svolta drammatica per la vostra organizzazione?

Ero a Torino e lessi la notizia sul giornale. Pensai che si trattava di un’azione di antifascismo militante compiuta dall’area dura del movimento veneto in reazione alla strage di Brescia. Ma presto dovetti ricredermi perché la colonna milanese mi chiese un contatto urgentissimo. Incontrai Franceschini il quale mi informò che, purtroppo, quel pasticcio di via Zabarella era nostro. Leggevo la preoccupazione sul suo volto e certo non riuscivo a nascondere la mia. Rimasi sbalordito. Che fare? Dire o non dire che eravamo stati noi?

Ne discussi con Margherita, Moretti, Franceschini e altri. II clima in giro era bollente: una certa fetta del movimento applaudiva all’azione sostenendo che i fascisti colpevoli delle stragi andavano ammazzati. Nelle manifestazioni di piazza, dopotutto, anche molti di coloro che oggi, quando si parla di quei tempi, fanno i santarelli, gridavano a squarciagola: «Uccidere i fascisti non è reato; questa è la giustizia del proletariato». Mi preoccupai moltissimo. C’era il rischio di stravolgere l’immagine delle Br, pazientemente costruita per quattro anni, riducendola a quella di un gruppo di scalmanati che dava ordine di andare ad ammazzare la gente nelle sedi missine. 

La tentazione di non rivendicare

Non nascondo che la tentazione di non rivendicare l’episodio c’è stata. Tanto più che dal Veneto ricevemmo sollecitazioni in questo senso: il fattaccio, ci veniva suggerito, avrebbe potuto anche essere interpretato come una faida interna tra fascisti. Una simile scappatoia però non mi convinse, e anche gli altri furono d’accordo con me: non potevamo esporci al rischio di venire, domani, scoperti come autori di un gesto che non avevamo avuto il coraggio e l’onestà di rivendicare.

Decidemmo così di scrivere un documento. Il suo succo era questo: l’azione di Padova è delle Br, ma non è stata programmata dall’organizzazione. Perché la nostra linea politica è un’altra. Non poniamo al centro della nostra attenzione i fascisti e tanto meno sosteniamo che vanno ammazzati; i fascisti non sono il vero nemico e, se anche avessero qualcosa a che vedere con la strage di Brescia, il loro ruolo non può essere che secondario; la responsabilità di questo tipo di stragi va ricercata anzitutto all’interno dello Stato.

Un disastro politico, un errore molto grave

Ma tu in qualche modo pensavi che ammazzare potesse rientrare nei progetti delle Brigate rosse?

I morti di via Zabarella, come ho detto, li considerai subito un disastro politico, un errore molto grave. L’idea di uccidere consapevolmente in quel periodo la escludevo: ritenevo che per il nostro tipo di organizzazione sarebbe stato un passo controproducente e negativo.

Devo però ammettere in tutta sincerità che nell’ottica dello sviluppo della lotta armata il fatto che vi potessero essere dei morti, sia fatti da noi che fatti a noi, era un’eventualità che avevo senz’altro accettata. In piena coerenza con il pensiero e l’esperienza del marxismo rivoluzionario, anche io ero convinto che il prezzo della morte, per quanto tragico, fosse una necessità nel passaggio a una società senza oppressione.

La violenza come soluzione estrema

La guerra di classe come ultima guerra: era questa l’idea che stava a fondamento della nostra morale rivoluzionaria. Un’etica, quella brigatista di allora, che, forse ingenuamente, accettava il ricorso alla violenza politica come soluzione estrema per conquistare una società utopica dove la violenza sarebbe stata bandita definitivamente.

Qualcosa di meglio, a mio avviso, dell’etica oggi generalmente accettata – dai padri della Repubblica italiana e dal coro delle Nazioni Unite – la quale giustifica il ricorso alla violenza armata contro interi popoli in nome del cosiddetto «diritto internazionale» che, di fatto, altro non è che il diritto del «Principe», ossia del più forte. Se è vero che la concezione della violenza che stava alla base dell’operato delle Brigate rosse può essere messa in discussione, nondimeno può essere discussa quella concezione della violenza strumentale che ci portiamo appresso dall’epoca del Machiavelli.

Sarebbe disonesto da parte mia dire: io non volevo fare morti. La morte non rientrava negli obiettivi politici di allora, ma non escludevo che le nostre azioni o eventuali conflitti a fuoco avrebbero potuto farcela incontrare.

Le riflessioni di Moretti

CARLA MOSCA-ROSSANA ROSSANDA: Parlando del sequestro Sossi, insisti sull’importanza della mediazione, anche se simbolica. Però subito dopo, nel giugno, vi si accusa di aver ucciso due missini nella loro sede di Padova. C’è un comunicato in cui rivendicate alle “forze rivoluzionarie” il diritto di trarre vendetta sugli stragisti. Susanna Ronconi dice che non fu un’azione decisa dalle Br. Ma anche di recente siete stati condannati per essa. Come andarono realmente le cose?

Quando ci sono responsabilità penali è difficile districarsi tra verità storica, voglia di non finire in galera e preoccupazione di non mandarci qualcun altro. Quel che so è che la nostra linea prevedeva anche azioni contro i fascisti. Le avevamo fatte sin dall’inizio, soprattutto nei quartieri. Già nel 1972 a Milano, a Quarto Oggiaro, prelevammo l’auto di uno dei capi squadristi che passavano il tempo ad aggredire i compagni del centro sociale, la portammo in un immondezzaio e la facemmo saltare in aria.

Così quando i compagni del Veneto ci dissero che volevano perquisire con le armi la sede del Msi di Padova, demmo l’assenso. Non era una gran proposta, ma altre brigate facevano azioni del genere per qualificarsi in una fase iniziale. L’azione andò male. Nell’entrare, un compagno rimase isolato, venne assalito dai due missini presenti e sopraffatto. Quando sopraggiunse il secondo compagno, inesperto e agitato, sparò e li uccise entrambi.

Nella lotta armata si muore

Non era un agguato, insomma?

No di certo. Il punto è un altro. Non era mai morto nessuno nelle nostre azioni, ma chiunque non stesse nelle nuvole sapeva che poteva succedere, e avrebbe modificato la nostra collocazione. E malauguratamente con Padova là ci trovavamo. Ne discutemmo. Considerai un opportunismo intollerabile far finta di niente. E pericoloso: cullarsi nell’illusione che stessimo spensieratamente giocando una partita della quale non sapevamo valutare le conseguenze.

Cambiammo il volantino proposto dalla colonna del Veneto e rivendicammo l’azione spiegando quel che era avvenuto. Non è che la lotta armata ci stava prendendo la mano. Si manifestava per quello che è. Una lotta dove si muore. Negli anni successivi sospendemmo ogni attività nel Veneto e ci ritornammo soltanto nel ’78, quando ci andarono Vincenzo Guagliardo e Nadia Ponti. Nadia Mantovani era già in galera, se non ricordo male, o era andata altrove.

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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