20 febbraio 2015, muore in un incidente Teresa Scinica

Teresa Scinica

A Rocca di Botte, un paesello in provincia dell’Aquila, il 20 febbraio 2015, muore Teresa Scinica. E’ rimasta vittima di un incidente con l’auto sulla rampa del garage di casa. Travolta e schiacciata dalla vettura con cui aveva portato al lavoro il suo compagno. Il coordinamenta femminista e lesbica la ricorda così:

Teresa Scinica, ex operaia Fiat e sindacalista Cgil di origini calabresi. A vent’anni, è stata arrestata a Torino e condannata all’ergastolo per aver fatto parte delle Brigate Rosse-Partito Guerriglia. Non si è pentita né dissociata e ha terminato di scontare la sua pena usufruendo della libertà condizionale.

La sua storia dentro le Brigate rosse la ricostruisce il portale racconti di libri, nella sezione dedicata alla lotta armata in Italia. Lei è tra i protagonisti degli ultimi due dei 52 capitoli. Siamo infatti ai titoli di coda

Dall’Alasia al partito guerriglia

Nell’ottobre dell’81 la Walter Alasia aveva mandato a Torino alcuni militanti per cercare di ricostituire una colonna nella città della Fiat. Alfieri era stato subito arrestato, ma gli altri, Marocco, Ghiringhelli e Pagani Cesa, hanno continuato a lavorare e sono riusciti nell’impresa, seppur si tratti di una minicolonna.  (…) La nuova colonna è formata da una ventina di persone, tutti con scarsa esperienza politica e alieni a qualunque tentativo di analisi ed elaborazione politica, ma attratti da un mito morente. Tutto ciò si esprimerà attraverso azioni assurde e sanguinarie, salvo poi in larga parte “pentirsi” appena presi.

Una giovane immigrata operaia Fiat

Ne fanno parte una giovanissima Teresa Scinica, figlia di immigrati calabresi e operaia Fiat iscritta alla Cgil, che, innamoratasi dell’anziano, ha 41 anni, Marcello Ghiringhelli, l’ex rapinatore da poco convertitosi alla rivoluzione armata, lascia anche il marito.  Con lei due ex cassintegrati Fiat, di 22 e 23 anni. E poi Clotilde Zucca, 27enne di buona famiglia e Gloria Santone, impiegata; uno studente di medicina e un altro studente, libanese. Umberto Passigatti, uno che aveva già cercato contatti con la vecchia colonna, ma respinto perché considerato poco affidabile, parlava troppo. Infine Flavia Nicolotti, la giovanissima sorella di Luca, operaio Fiat e storico militante brigatista arrestato a Napoli.

L’elemento di maggior spicco è Antonio Marocco, ex ladruncolo politicizzatosi, plurievaso, che iniziò con quelli di Rosso nel 77, passato da un’organizzazione all’altra, fino ad approdare alle Br. Ma di nuovo, assieme a tutto il gruppo, pronto a un altro cambio. A causa infatti dei dissensi sul progettato assalto a San Vittore, lasciano la Alasia ed aderiscono al Partito Guerriglia. Le Br, seppur nella versione “guerrigliera”, nell’estate dell’82 ha di nuovo una colonna a Torino, ma avrà vita breve.

I piani di evasione

[Ndb: questo testo è una ampia sintesi della prima parte del capitolo 52 con marginali inserimenti di notizie]

Il progetto della Walter Alasia di assaltare San Vittore, per liberare Aurora Betti e qualche altro, è stato abbandonato, ma la liberazione dei compagni resta l’obiettivo primario, per tutti.

Il gruppetto di Sergio Segio, quattro militanti, reduce dal successo a metà di Rovigo, punta su Fossombrone, un obiettivo fattibile mettendo in campo molti uomini. Coinvolgono così sia il Partito guerriglia sia l’Alasia, che, stranamente, accettano. Sarebbe la prima azione comune, preparata da una pattuglia selezionata: Pugliese, Bonato e Zaccheo per l’Alasia; Bolognesi e Ligas per la colonna napoletana; Segio e Forastieri.

Un piano di guerra campale

Durante l’ora d’aria, sei nuclei armati, con 25 persone: con tanto di sparatoria sulle garitte dal tetto del palasport, di fronte al carcere, un nucleo che attacca la gazzella dei carabinieri di fronte all’ingresso, poi un’autobomba che esplode accanto al muro di cinta, come a Rovigo. Dentro il carcere i detenuti hanno da mesi l’esplosivo per far saltare un’inferriata e raggiungere il varco aperto nel muro di cinta. Per la fuga tre furgoni rozzamente blindati e tre auto staffetta. Con un ultimo gruppo di fuoco che attacca la campagnola dei carabinieri che fa il giro delle mura. E non è finita: perché a circa un chilometro e e mezzo ci sono due caserme dei carabinieri, dai lati opposti del carcere. Più la caserma in paese. E solo per neutralizzare i carabinieri sono previsti otto uomini

L’accordo tra le tre organizzazioni è per una “doppietta” ma alla fine l’imponente sforzo richiesto da Fossombrone lascia il solo Partito guerriglia a lavorare all’evasione di massa da Palmi.

L’assalto a Castel di Decima

A procurare le armi pesanti, soprattutto fucili e mitragliatrici ci pensano i “napoletani”, con un piccolo nucleo romano. L’obiettivo è il Centro radiotrasmissioni dell’Aeronautica a Castel di Decima, vicino a Roma. L’assalto fila abbastanza liscio con 11 mitra Mab e quattro mitragliatrici di aereo rubati. Buona parte delle armi è inutilizzabile, perché manca l’otturatore.

Per la nuova rapina, un piccolo convoglio di militari di leva a Salerno, il 26 agosto scendono i torinesi: Marocco, Ghiringhelli, Pagani Cesa, Scinica, più i sardi Fadda e Madau e due ragazze napoletane. Assunta Griso, 20 anni, studentessa sposata con un leader della colonna, Giovanni Planzio. I due si erano tirati indietro ad aprile per uccidere Delcogliano, ma ora lui è in galera e lei si sente pronta. L’altra è Maria Russo, una militante autonoma ventenne del centro storico. Né loro due né la Scinica hanno mai premuto un grilletto.

Una strage a Salerno per sei fucili

Durante l’assalto al miniconvoglio (una camionetta e un pulmino) il caporale Palumbo, 21 anni, prova a reagire. Marocco e Madau lo feriscono gravemente. Morirà un mese dopo. Accorre una volante della polizia. Nella breve e rabbiosa sparatoria resta ucciso un agente e feriti gli altri due poliziotti, due militari, due passanti. A sparare Ghiringhelli con la pistola e Russo col mitra. La ragazza dà il colpo di grazia alla testa al capopattuglia ferito. Si giustificherà: “Non so se ero io a usare il mitra o il mitra a usare me”. Alla fine saranno tre morti e cinque feriti per rubare sei fucili.

Decimata la colonna napoletana

Le due evasioni saltano. A Palmi rafforzano i controlli dopo l’arresto, a inizi settembre nei pressi di Rebibbia, di Marina Sarnelli, 22 anni, una dei capi della colonna napoletana che stava organizzando l’evasione. Fossombrone salta perché Stefano Ferrari, ucciso durante l’arresto in un bar di Milano, aveva appunti sul progetto. Segio e i suoi rientrando a Milano con l’esplosivo inutilizzato fanno saltare in aria il carcere di Pesaro in costruzione.

A fine mese è decimata la colonna napoletana del Partito Guerriglia. Cadono prima Emilio Manna e Stefano Scarabello e poi il capo, Vittorio Bolognesi, che va all’appuntamento con i due e la polizia lo aspetta. Ligas, una delle poche sfuggite alla cattura, se ne va a Torino da Chiocchi, l’altro capo del Partito Guerriglia. L’unico posto dove è ancora in piedi un minimo di organizzazione. E non sa che sta per infilarsi in un incubo.

La paranoia che dilaga

Nel clima di dilagante paranoia per i colpi subiti la 24enne sarda con un passato in Comunione e Liberazione e una ferita sul campo (che inguaierà il senatore Pittella e l’avvocato Sorrentino) diventa il capro espiatorio di Antonio Chiocchi. L’ultimo capo rimasto somma la base scoperta il giorno dopo il suo soggiorno, la cattura della Sarnelli, dopo averla incontrata, il suo non partecipare ad azioni omicidiarie e le ambizioni da capetta e la promuove a infiltrata. Preparano un sequestro alla Roberto Peci ma le incertezze di Madau – che della Ligas si fida – fanno perdere un giorno che le salva la vita. Perché proprio quel giorno l’arrestano. Una coincidenza che ovviamente convalida il delirio. In realtà la polizia era sulle sue tracce da giorni, dopo gli arresti di Napoli.

Il delirio di Chiocchi, un intellettuale irpino di buona famiglia, non si ferma e decide di trasformare una normale rapina in un evento eclatante, per dare eco alle accuse di tradimento alla Ligas.

L’ assalto a Torino

[Ndb: Riprendiamo la pubblicazione del testo integrale]

Il mattino del 21 ottobre, Chiocchi e Marocco restano fuori della banca con le solite armi lunghe. Due coppie, lo sono anche sentimentalmente, Teresa Scinica, operaia Fiat, e Marcello Ghiringhelli, l’ex legionario e rapinatore che a 40 anni ha scoperto la rivoluzione; Clotilde Zucca, famiglia della buona borghesia, e Pagani Cesa, entrano. Per poter studiare la situazione chiedono di parlare col direttore, vogliono aprire un conto. Dentro ci sono una quindicina di persone tra impiegati e clienti. Dopo qualche minuto ringraziano ed escono. Le due guardie sono subito fuori dell’ingresso.

Scambiano qualche parola con Chiocchi poi fanno dietrofront. Pistole spianate costringono le due guardie ad entrare e poi, sempre sotto la minaccia delle armi, urlano a tutti di stendersi a terra. Comprese i due agenti della Mondialpol che, già disarmati, eseguono senza resistenza. Ghiringhelli, che ha un mitra tiene sotto tiro i clienti, Cesa le due guardie. La Zucca ha il compito di prelevare i soldi, ci mette poco, circa sette milioni. La Scinica butta dei volantini, dovrebbe appendere un drappo rosso e soprattutto tocca a lei uccidere i due in divisa.

Gli altri fanno per uscire, ma lei è lì ferma, in una mano il drappo e in una la pistola. E’ bloccata, non ce la fa. Interviene allora Pagani Cesa che, senza esitazione, spara due colpi alla nuca delle due guardie ancora sdraiate a terra. Ovviamente due figli di immigrati di 26 e 27 anni. (…)

Un messaggio delirante

La Scinica ha fallito, ma meglio non suscitare sospetti, non si sa mai. Si riprende, solleva la testa di uno dei due e rassicura i compagni: Sono morti. Poi getta su di loro il drappo. Mentre Cesa, uscendo, grida: Questo è quello che capita ai servi del potere. (…) Sul drappo una scritta più delirante del solito:

“La campagna Peci continua. Individuare ed annientare gli agenti della controrivoluzione infiltrata nel movimento rivoluzionario. Liquidare il progetto della dissociazione, resa e infiltrazione. Consolidare ed espandere il sistema del potere rosso. Costruire 10-100-1000 O.M.R.”

Gli OMR sarebbero gli organismi metropolitani rivoluzionari, l’ennesima sigla, che copre il nulla, come il fantomatico “potere rosso”, partorita dall’allucinata fantasia brigatista.

La false accuse alla Ligas e la resa di Chiocci

Sei degli arrestati, da sinistra e dall’alto: Pagani Cesa, Ghiringhelli, Zucca, Chiocchi, Scinica, Nicolotti

Il volantino è in realtà un documento di ben 13 pagine, in buona parte dedicato alla Ligas, definita: “una belva, un’infame, un’agente della controrivoluzione”, responsabile dell’arresto di decine di militanti. Contiene anche l’autocritica per non averla scoperta in tempo. Dopo qualche settimana la Ligas sarà pienamente riabilitata dai capi storici in carcere: non ha mai tradito. Ed anzi a differenza di tanti altri lei rimarrà un’irriducibile.

Chiocchi invece, dopo neanche un anno, si dissocia dalla lotta armata. Il giorno dopo arriva un nuovo comunicato. L’esecuzione ha suscitato reazioni negative anche nell’ambiente estremista. E così Chiocchi spiega che le guardie sono oggettivamente degli agenti della controrivoluzione, perché nemiche del movimento extralegale, cioè di rapinatori e criminali vari. (…)

Nella notte del 12 novembre Chiocchi, Pagani Cesa, Marocco, più Fadda, Madau, Flavia Nicolotti e Barbara Graglia, vengono catturati in due appartamenti a Frabosa Soprana e a Torino. Stavano preparando l’uccisione di una dirigente della Fiat. Perché ora non si gambizza più, si uccide soltanto. Qualcuno ha fornito gli indirizzi. Qualche giorno dopo vengono arrestati anche Ghiringhelli, la Zucca e la Scinica.

La versione di Ghiringhelli

La rottura della coppia con il partito guerriglia è netta. Nel 1997 Teresa è una dei brigatisti che partecipano a un lungo video (56 minuti) ideato da Sante Notarnicola e dedicato a “Donne e uomini delle Brigate Rosse“:

Prospero Gallinari, Teresa Scinica, Pasquale Abatangelo, Francesco Piccioni, Renato Arreni, Geraldina Colotti, militanti delle Brigate Rosse, si raccontano. Le loro vite da militanti, la scelta della lotta armata e le clandestinità, il momento dell’arresto, la delicata gestione del sequestro Moro nel 1978, gli anni della detenzione ed infine la semilibertà, attraverso le parole dei protagonisti. Un racconto inedito e originale di quella fase storica, senza filtri, le voci che hanno trovato poco spazio nel racconto retorico dei vincitori, i quali hanno tentato, in ogni modo, di non far scrivere la storia agli sconfitti.

Nel marzo del 1998, in occasione del ventennale del sequestro Moro, firma con diversi componenti delle Br-Ucc un documento di riflessione che è leggibile nella versione google-books del libro di Prospero Gallinari, Un contadino nella metropoli

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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