24.9.54 nasce Roberto Fittirillo. Da soldato della Magliana a re dei narcos

roberto fittirillo da giovane e oggi

La vicenda criminale di Roberto Fittirillo, che compie oggi 69 anni, è più unica che rara. Quadro di medio rango della Banda della Magliana. Arrestato nella grande operazione Colosseo nel 1993. Scarcerato dopo appena un anno nonostante i pentiti lo accusino di cinque omicidi. Si immerge e scompare per 25 anni per poi tornare alla ribalta nel 2020. Quando lo arrestano come capo di una organizzazione dedita alla grande distribuzione di cocaina. Base al Tufello, clienti in tutta Roma. 120 chili venduti in pochi mesi.

Una assoluzione clamorosa

In mezzo un’assoluzione clamorosa. Nell’ultimo processo alla Banda della Magliana, iniziato il 13 giugno 2007, deve rispondere di cinque omicidi avvenuti fra l’81 e l’83. La sentenza della Corte di Assise di Roma del 12 ottobre 2007 lo assolve per prescrizione in ragione del “tempo trascorso dalla loro commissione” e per il “comportamento irreprensibile” tenuto. In realtà c’è qualche dubbio sulla data della sua personale “messa a riposo”. Secondo Maurizio Abbatino, infatti, Fittirillo avrebbe collaborato all’evasione del boss dalla clinica in cui era ricoverato nel 1986. Sarebbe stato lui ad acquistare la macchina per l’impianto di un peacemaker fornito alla casa di cura.

I cinque omicidi prescritti

Giuseppe Magliolo

E’ ucciso la sera del 24 novembre 1981, un amico di Nicolino Selis diventato supporter delle Brigate Rosse in carcere. Erano evasi insieme, nel 1975, da Regina Coeli. Una fuga di massa a cui avevano partecipato anche lo stesso Laudovino de Santis e Edoardo Toscano, l’operaietto, che poi lo ammazzerà. La banda della Magliana aveva scoperto che l’antico sodale, appena scarcerato, si era messo sulle tracce dei killer del suo amico e aveva giocato d’anticipo. Negli anni di carcere Magliolo aveva stretto i rapporti con le Brigate rosse, entrando nel circuito dei cosiddetti proletari prigionieri ma la sua cultura gli imponeva di punire l’omicidio del suo compagno.

Claudio Vannicola

Detto la Scimmia, lo eliminano il 23 febbraio 1982. Già da giovane emerge nell’ambiente malavitoso della Garbatella. E’ uomo di fiducia a Roma per Francis Turatello. Si lega poi a Fausto Pellegrinetti, che poi diventerà un grande narcotrafficante. Entrano in rapporto con il gruppo di Abbatino ma si riforniscono in proprio di merce migliore che vendono a prezzi “popolari” prima nella zona di Val Melania-Tufello-Montesacro e poi anche in una piazza affollata come Ostia.

Il rifiuto di non fare concorrenza sui prezzi gli costerà la vita. Mentre giocava a poker in una sala scommesse, si avvicinarono a lui tre uomini, uno travestito da Paperino e due da diavoletti (era giovedì grasso). I diavoletti impugnano una pistola a testa, Paperino un fucile a canne mozze; Paperino gli sparò un colpo e i due diavoletti gliene spararono tre, provocandone così la morte.Uno dei tre killer fu Vittorio Carnovale.

Fernando Proietti

detto il Pugile, giustiziato il 30 giugno del 1982 per vendicare la morte del Negro. E’ l’ultimo caduto della faida contro i “pesciaroli”, il più vecchio degli 11 fratelli. Aveva combattuto e perso per il titolo italiano quando il campione europeo della categoria era Duilio Loi. Sopravvissuto perché arrestato lo stesso giorno dell’omicidio e scarcerato per decorrenza termini. Il suo omicidio ce lo racconta Giovanni Bianconi

fernado proietti, presunto killer di Giuseppucci, fu ucciso da Edoardo Toscano e da Roberto Fittirillo

In galera c’era stato pure qualche scontro tra «il pugile» e i componenti della banda. Una volta Proietti aveva picchiato un amico di «Renatino» De Pedis e Danilo Abbruciati. E in un’altra occasione, a Rebibbia, se l’era presa con l’assassino di suo fratello, Marcello Colafigli: gli si presentò davanti con un coltello, pronto a colpirlo, ma non fece in tempo perché fu bloccato da altre persone che avevano assistito alla scena. Erano episodi sufficienti, da soli, a decretare la morte di una persona, ma nel caso di Fernando Proietti, sopravvissuto per quasi due anni al suo destino, si trattava solo di qualche altra goccia finita nel mare di odio che lo divideva dalla gang avversaria. E lui poteva già considerarsi un cadavere galleggiante in quel mare.

«Il pugile» lasciò il carcere un giorno del 1982, e gli amici di Giuseppucci si misero subito a cercarlo. Lo scovò, dirà Abbatino, Giorgio Paradisi, quello che aveva assistito personalmente all’omicidio del «negro» a Trastevere, nonostante ai carabinieri l’avesse negato. Era il 30 giugno, Paradisi vide Proietti a viale Marconi e corse ad avvisare gli amici che stavano lì vicino, al bar Fermi. Trovò Roberto Fittirillo, Edoardo Toscano e Maurizio Abbatino, il quale racconterà al magistrato come morì Fernando Proietti:
«Dato che la notizia ci aveva colto di sorpresa, decidemmo di operare immediatamente, utilizzando la moto di Toscano, una Honda 750 rossa, alla cui guida si pose Roberto Fittirillo con il Toscano a bordo. Sul luogo il Toscano si avvicinò a piedi al Proietti, contro il quale esplose dei colpi con una calibro 38, unica arma usata per l’occasione. Sul posto, oltre alla moto che restò in posizione defilata, sull’opposta carreggiata di viale Marconi, si trovava, a piedi, il Paradisi, mentre io ero rimasto ad attenderli al bar Fermi dove tornarono più tardi. Il Paradisi, tornato prima degli altri, mi informò che anche il Proietti era armato, ma non era riuscito a usare l’arma di cui disponeva».

Il conto di sangue tra la banda della Magliana e il clan dei «pesciaroli» s’era chiuso con cinque proiettili calibro 38/357 Magnum che avevano messo fine all’esistenza del «pugile».

Michele D’Alto

Detto Guancialotto, ucciso il 31 luglio del 1982. Un napoletano trasferito a Ostia, legato anch’egli a Selis. Dopo la morte di Giuseppucci si mette in proprio anche se continuare a pagare l’obolo alla banda. Lavora a Ostia con Paolo Frau. Quando decide di tagliare del tutto i ponti lo fanno fuori, Abbatino, Toscano, Fittirillo e il suo amico Angelo De Angelis che era però diventato un suo diretto concorrente nello spaccio e lo tradisce. Il cadavere è ritrovato subito a Val Melania ma ci mettono sette giorni a identificarlo. Il rifiuto di non fare concorrenza sui prezzi gli costerà la vita. Abbatino racconta:

Fu Angelo a farmi incontrare Michele D’Alto detto Guancialotto. Mi aiutò a ucciderlo. Era l’estate dell’82, forse luglio, Angelo si fece trovare con D’Alto in un bar del Tufello.[…] Non sospettò neanche per un attimo di essere caduto in trappola. Né poteva immaginare che fossi stato io ad ammazzare il suo amico Nicolino Selis. Quando arrivammo nel campo, esplosi due colpi contro un albero davanti a me [per testare una pistola, ndr], poi ruotai il braccio verso destra e sparai al petto di D’Alto. Lasciammo lì il corpo e ce ne andammo. Ci hanno messo venticinque anni per processarmi, nonostante avessi confessato

Angelo De Angelis

Detto “er catena”, è ucciso il 10 febbraio 1983. Lo sospettano di tagliare la cocaina che avrebbe dovuto spacciare per conto della Banda. In questo caso Abbatino, che era amico di famiglia, tenta di salvarlo ma non ci riesce:

Ero amico di De Angelis, la sua famiglia usciva con la mia, e cercai di rinviare l’esecuzione. Tentai di fargli capire che avevamo notato l’alterazione della cocaina dicendogli che da qualche tempo il Fuentes Cancino non si comportava bene, in modo che la smettesse di appropriarsene. Ero convinto che questo sarebbe bastato per evitare che venisse ucciso, ma Angelo non capì, e la sua eliminazione non poté essere evitata. Era un buon rapinatore. Aveva lavorato con la batteria dell’Alberone insieme a De Pedis. Dopo l’arresto di Renatino, la batteria si sciolse e Angelo, che aveva interesse per noi della Magliana, in particolare per me ed Edoardo Toscano, si unì alla nostra attirandosi l’antipatia di quelli del Testaccio.

Il 10 febbraio 1983 De Angelis è attirato nella villa di Vittorio Carnovale e assassinato da Abbatino e Toscano con due colpi di pistola, calibro 7.65 e 38, sparati al cuore e alla nuca. Fu poi ritrovato il 24 febbraio nel bagagliaio della sua Fiat Panda semicarbonizzata, vicino a un ristorante di Grottaferrata.

4 novembre 2020

Roberto Fittirillo, detto “Robertino”, è finito questa mattina in carcere per associazione a delinquere e traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Crolla così un altro baluardo della Banda delle Magliana, a 30 anni dall’omicidio di Renatino De Pedis e a 27 anni dalla maxi-operazione Colosseo che portò alla fine dell’epopea della più nota organizzazione mafiosa romana. Il boss del quartiere Tufello era in affari con Fabrizio Fabietti, braccio destro di Fabrizio Piscitelli, detto ‘Diabolik’, il capo ultrà della Lazio assassinato il 9 agosto 2019 poco dopo la conclusione delle indagini sull’operazione Grande Raccordo Criminale, che poche settimane dopo avrebbe portato in carcere proprio Fabietti. “Mi conosce tutta Roma a me, fai il mio nome e nun te preoccupà”, diceva a uno dei “clienti”.

Il sodalizio, secondo quanto ricostruito dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma dagli specialisti del Gico del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria, in pochi mesi ha smistato almeno 120 chili di cocaina, per un valore stimato “al dettaglio” di oltre 5 milioni di euro. “Stiamo pieni di lavoro”, diceva Fabietti, intercettato, ai suoi, mentre cercava di organizzare le consegne.

La consegna della cocaina da parte di collaboratori di Roberto Fittirillo

I fatti contestati risalgono al 2018, dunque ben prima dell’omicidio Piscitelli. A finire in carcere anche Massimiliano Fittirillo, figlio di Roberto, 45 anni, a cui – secondo gli inquirenti – ‘Robertino’ stava gradualmente lasciando il comando dell’associazione. “Il figlio è caruccio, oh, come lui, educato ti dico”, lo descriveva Fabietti intercettato mentre parlava con Rigoli. Quello che per il gip Angela Gerardi è un “elevato livello degli indagati” si evince anche dai precedenti di alcuni dei 20 arrestati.

Tra questi Kevin Di Napoli, elemento di “manovalanza” e pugile dilettantistico, già finito nei guai nell’operazione ‘Maverick’ del 2018, dal quale si evinceva che il giovane, 24 anni, risultava essere a servizio di un altro ex della Banda della Magliana, Salvatore Sibio. Poi c’è Fabrizio Borghi, uomo di fiducia di Diabolik e Fabietti, già arrestato l’8 gennaio all’interno dell’operazione Aquila Nera per associazione armata finalizzata al traffico transnazionale di sostanze stupefacenti, detenzione e porto di armi alterate e ricettazione.

Con tutti loro, in carcere è finito un altro frequentatore gruppo ultras degli Irriducibili – oggi scioltosi – Stefano Rossetti, 44 anni, ad attestare per l’ennesima volta il coinvolgimento di appartenenti della Curva Nord dello stadio Olimpico di Roma. Rossetti risulta anche essere una sorta di nipote di Fittirillo (la nonna era la sorella della moglie dell’esponente della Banda della Magliana). C’è poi la presenza di Brian Leonardo Cespedes, 30 anni, e Michael Adriano Cespedes, 28 anni, questi ultimi due argentini di origine ma ormai stabilitisi a Ostia, altra “base” per gli affari del gruppo.

La presenza di “Diabolik” Piscitelli – sebbene nell’ordinanza del gip non ne attesti il coinvolgimento diretto – si evince dalla possibilità accennata da parte di Fabietti di “far intervenire Diablo” affinché si potessero dirimere gli “screzi” avuti da Alessio Marini e tali “soggetti non meglio identificati di origine calabrese, indicati con il cognome ‘Vrenna’”, come si legge nell’ordinanza di custodia cautelare [Screzi che vengono seccamente smentiti dallo stesso Marini che contesta la trascrizione delle intercettazioni effettuata dalla guardia di finanza, ndb].

Le indagini ricostruiscono chiaramente il funzionamento del sodalizio. Sono i Fittirillo a vendere la cocaina a Fabietti e soci. La figura di “Robertino” fu ben descritta, all’inizio degli anni ’90, dal super pentito della Banda, Maurizio Abbatino detto ‘Crispino’ – ‘Il Freddo’ per gli amanti di Romanzo Criminale – che nella sua deposizione del 25 novembre 1992 al pm Otello Lupacchini, tesa a illustrare la suddivisione del mercato romano della droga a seguito dell’omicidio del boss Franco Giuseppucci, collocava Fittirillo come punto di riferimento per la zona del Tufello e di Val Melaina, quartieri popolari nel quadrante nord-est della Capitale.

E pensare che il 12 ottobre 2007, ‘Robertino’ beneficiò di una sentenza di prescrizione da parte della terza corte di Assise di Roma nell’ambito di un processo in cui era imputato insieme a Abbatino e a un altro ex della Banda, Vittorio Carnovale: i tre erano accusati a vario titolo di omicidio – per il controllo del traffico della droga o per vendetta – di ben cinque persone (Giuseppe Magliolo, a Ostia il 24 novembre del 1981; di Claudio Vannicola, nel 1982; di Fernando Proietti, di Michele D’Alto e di Angelo De Angelis). Per Roberto Fittirillo “la prescrizione è stata dichiarata anche perché negli ultimi 24 anni non ha commesso reati”, come emerge dalle cronache dell’epoca.

Vincenzo Bisbiglia/Il Fatto Quotidiano

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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