5 marzo 1982-2020: una vecchia intervista a Francesca Mambro

mambro

Il 5 marzo del 1982, ferita da un colpo di rimbalzo in una sparatoria dopo una rapina in banca al quartiere Aurelio, veniva catturata l’ultima militante in libertà del più importante gruppo di fuoco dei Nar, Francesca Mambro. Lei proveniva dalla parte opposta della capitale, dalle borgate di Roma sud dove si era rapidamente consumata l’esperienza sociale di Lotta popolare. Tutti gli altri suoi camerati, invece, erano cresciuti in uno spicchio assai piccolo di Roma ovest, tra il Portuense e Monteverde.


Domani, a via Ramazzini, sarà celebrato il Presente per Franco Anselmi, il primo caduto dei Nar. Ucciso con un colpo alla schiena dopo una rapina all’armeria Centofanti, il pomeriggio del 6 marzo del 1978. Giocava in casa, come l’autista, Francesco Bianco, mentre da Monteverde venivano gli altri tre componenti del commando: i fratelli Fioravanti, Alessandro Alibrandi. E questa è in tutta evidenza, una storia molto romana: se ancora oggi si stanno a scannare con le storie scherzose (ma non tanto) sulla secessione tra Roma Nord e Roma sud, una quarantina di anni fa l’abbarbicamento territoriale dei giovani era molto più spinto. E la tragedia dei primi Nar, per una coincidenza significativa, si chiude tutta là: l’armeria Centofanti e piazza Irnerio distano poco più di cinque chilometri.

Anni dopo Enzo Biagi descrive Francesca Mambro come il più sconvolgente personaggio da lui incontrato in tanti anni di professione giornalistica, perché “non conosce la parola rimorso”:

forse nessuno è un mostro, neanche Himmler o Hitler, neanche Stalin; ma Francesca Mambro, volto quadrato, senza un segno di cosmetici,sguardo freddo e sorriso ironico,jeans,scarpe Clarks, ha qualcosa in sé di incomprensibile, di inafferrabile. L’aspetto e i modi spigolosi, il lucido disprezzo. E’ forse il personaggio più sconvolgente che ho incontrato in cinquant’anni di mestiere; e c’è dentro tutto: artisti, ladri,soldati, banditi, politici,campioni, puttane, quasi sante,grandi signore, mezze calzette, prelati, grandi truffatori, giocatori di ogni genere, roulette, carte, affari, pelle o reputazione del prossimo. Nessuno mi ha mai detto: “Non conosco la parola rimorso”; qualche tarlo, qualche pena, tutti ce l’avevano dentro.

Ma a vedere quest’intervista di trent’anni fa con Sergio Zavoli, dove si parte dal senso di colpa e si ragiona del dubbio, appare un’altra persona…

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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