5 aprile 1997, muore Allen Ginsberg. Urlò la tragedia delle migliori menti …

Ho visto le migliori menti della mia generazione
distrutte dalla pazzia, affamate, nude isteriche
trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa
hipster dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste
con la dinamo stellata nel macchinario della notte,
che in miseria e stracci e occhi infossati stavano su
partiti a fumare nel buio soprannaturale di soffitte a acqua
fredda fluttuando nelle cime delle città, contemplando jazz
che mostravano il cervello al Cielo sotto la Elevated
e vedevano angeli Maomettani illuminati barcollanti su tetti di casermette
che si accucciavano in mutande in stanze non sbarbate
bruciando denaro nella spazzatura
e ascoltando il Terrore attraverso il muro. LEGGI TUTTO

Urlo di Allen Ginsberg, che Francesco Guccini liberamente traduce e mette in musica in “Dio è morto”, è il poema più noto e più potente della beat generation. Il peso di questa corrente di pensiero e di vita è stato rilevante nella fabbricazione dell’immaginario nel 68 italiano. Vi ripropongo perciò il breve testo che Bruno Cartosio ha scritto per l’Orda d’Oro

Dalla caccia alle streghe alla beat generation

Il bisogno di riferimenti culturali più precisi e complessi è molto forte. Come dicono alcuni sociologi intelligenti, “tutti i movimenti che nascono da esigenze reali vanno in un secondo tempo alla ricerca dei propri antenati o padri fondatori”. Ed è allora che arrivano in Italia le produzioni del “movimento beat” americano.

Autori come Ginsberg, Kerouac, Corso, Ferlinghetti cominciano a essere letti sia nelle traduzioni sia, faticosamente, nelle riviste autogestite riportate dai viaggi all’estero. Gli scrittori e i poeti della tendenza beat si erano formati negli Stati Uniti tra la fine degli anni quaranta e gli inizi degli anni cinquanta, in pieno periodo di Guerra fredda. Il clima sociale degli States era allora molto pesante e repressivo.

Cresciuti nella paranoia anticomunista

Usa e Urss, che erano stati alleati nella vittoriosa guerra contro il nazismo e che si erano di fatto spartiti il mondo in sfere di influenza politica e militare, si riarmavano ora l’un contro l’altro contrapposti con la terribile variabile dell’energia atomica.

Dopo la parentesi sanguinosa della Seconda guerra mondiale i due sistemi (socialista e capitalista) tornavano a essere inconciliabili e nemici. In un clima di questo tipo i governanti degli Stati Uniti, e soprattutto i capi militari del Pentagono, vedevano comunisti infiltrati dappertutto.

Gli anni duri della caccia alle streghe

Gli intellettuali di sinistra che negli anni trenta avevano dato un fondamentale contributo alla realizzazione del New Deal rooseveltiano creando una produzione cinematografica e letteraria a forte impegno civile e sociale, erano ora tutti potenziali agenti del comunismo internazionale.

La strategia della Guerra fredda, della contrapposizione tra blocchi, produceva sul fronte interno una psicosi del nemico su cui soffiavano i centri di potere più reazionari: è questa l’epoca che verrà definita della “Caccia alle streghe”.

Una repressione feroce

La repressione si accanirà particolarmente sul mondo della cultura e del cinema (da sempre negli Usa il cinema era considerato, oltre che una grande industria, un formidabile strumento del consenso) e gli intellettuali progressisti saranno costretti a continue dimostrazioni di lealismo nei confronti del potere ufficiale.

Dopo la Seconda guerra mondiale vengono costituite da parte del Congresso e dei vari parlamenti statali varie commissioni per indagare sulle “infiltrazioni” estremiste, tra queste la House Un-American Activities Committe (HUAC) di fronte alla quale dovevano presentarsi registi, sceneggiatori, scrittori eccetera sospetti di comunismo per il contenuto delle loro opere.

La resistenza degli intellettuali

Molti di loro rifiutarono questa pratica da “inquisizione” e furono incarcerati (tra questi il grande scrittore Dashiell Hammett), altri non poterono più lavorare per anni (come Dalton Trumbo e John Howard Lawson), altri ancora abbandonarono gli Stati Uniti per protesta (esemplari i casi di Charlie Chaplin e Bertolt Brecht, Thomas Mann e Theodor Adorno), molti abiurarono penosamente il loro passato denunciando colleghi e amici (fra tutti Elia Kazan) contribuendo a legittimare una cultura politica “del pentimento e dell’abiura” che ricomparirà nella storia delle democrazie occidentali (in Italia con le leggi di emergenza e nei processi politici degli anni ottanta).

Il maccartismo – dal nome del più acceso tra gli inquisitori, J. McCarthy, presidente di una sottocommissione del Senato – era certo un frutto velenoso della Guerra fredda, ma era anche l’espressione di quello che i beat chiamavano “il fascismo militare del Pentagono”, e più in generale della élite presidenziale di quegli anni. Gli Usa erano infatti impegnati nella sanguinosa Guerra di Corea che rischiava di estendersi a livello planetario.

Una risposta sullo stile di vita

Gli allora giovani artisti beat nascevano anche come reazione a questa pagina oscura della democrazia americana.

Rifiutavano coscientemente i modelli dell'”american way of life”, anche nell’aspetto esteriore (capelli, vestiti eccetera), ma soprattutto nel modo di vivere.

Rifiutavano anche i modelli di produzione letteraria che avevano contraddistinto la generazione degli anni trenta (Steinbeck, Dos Passos, Caldwell eccetera), sia per la contraddittoria pratica di collaborazione politica con il potere sia per il loro comportamento verso la HUAC e McCarthy (per esempio le dichiarazioni di “lealismo” di Dos Passos e Steinbeck).

La riscoperta dei “maledetti”

Vanno alla ricerca di altri riferimenti e li trovano, soprattutto, nei “maudits” Miller (Henry) e Burroughs, che si erano estraniati dal clima collaborativo del New Deal cercando in giro per il mondo altre culture e altre esperienze, e ancora più indietro nel poeta Walt Whitman che aveva cantato la libera America degli individui e degli spazi alla fine dell’Ottocento, il grande padre della poesia americana che avverte che “Leaves of Grass” (“Foglie d’erba”) (4) “è il canto di un grande individuo collettivo, popolare, uomo o donna”, che dopo l’esecuzione del vecchio abolizionista John Brown scrive:

“Io son quell’uomo, io soffro, io mi trovavo là Il disdegno, la calma dei martiri, La madre di un tempo, condannata come strega, arsa sul secco rogo, sotto gli occhi dei suoi bambini.

Lo schiavo inseguito che s’accascia nella fuga, si lascia cadere contro lo steccato, ansimante, madido di sudore Le fitte che come aghi gli pungono le gambe e il collo, i mortali goccioloni, le pallottole. Tutte queste cose io sento e sono”.

Un movimento essenzialmente culturale

“Naturalmente quello beat fu un movimento tutto considerato di natura più letteraria che sociale.

Droga, jazz freddo, sesso interrazziale e buddismo zen erano un modo di manifestare il rifiuto della dominante cultura americana (creare cioè una controcultura). ‘Pour épater les bourgeoises’ diventò lo slogan dello stile di vita beat, la conformità venne rigettata richiamandosi all’integrità artistica, accettando la povertà e lo scollamento sociale.

I beat vissero come sbandati nei quartieri poveri di New York, delle grandi città americane, insieme nella strada, nei locali dove impazziva il jazz bee- boop, dando vita a un movimento comunitario, cresciuto nella strada, fatto di vibrazioni raccolte dalla strada.

Ma quanto di romantico vi era nella personalità degli autori e dei personaggi della beat generation, quel loro senso di individualismo esasperato impedì che questo primo momento si evolvesse in una unione comunitaria più formalizzata” (5).

Una colonia a San Francisco

Una parte di loro si trasferì sulla costa del Pacifico a San Francisco, realizzando una specie di “comune intellettuale” e fondando una libreria editrice, la City Lights books diretta da Lawrence Ferlinghetti che stampava in proprio le opere degli scrittori e dei poeti beat.

Dopo la metà degli anni cinquanta una parte di loro si fece chiamare beatnik, con riferimento provocatorio allo sputnik, il primo satellite artificiale inviato nello spazio dai sovietici, impresa che aveva lasciato costernati gli industriali, i generali e i politici americani.

I protagonisti: Corso e Ginsberg

Gregory Corso e Allen Ginsberg sono sicuramente i due maggiori poeti della generazione beat. Kerouac nel parlare di Corso diceva: “Gregory era un ragazzino duro dei quartieri bassi che crebbe come un angelo sui tetti e che cantava canzoni italiane con la stessa dolcezza di Caruso e Sinatra, ma in ‘parole’. ‘Dolci colli milanesi’ riposano nel suo animo rinascimentale, la sera scende sui colli. Stupefacente e bellissimo Gregory Corso, il solo e unico Gregory. Leggete attentamente e vedete” (6).

Una beffa per i giornalisti

Corso scrisse anche alcune interviste fittizie sulla beat generation nelle quali egli è contemporaneamente intervistatore, intervistato e smaliziato spettatore:

“Che cosa pensa della Beat Generation?
Penso che non sia un accidente. Penso che non esista. Non c’è niente di simile a una Beat Generation.

Lei non si considera beat?
Cavolo no! Non mi considero beat, o beatificato.

Che cosa è allora se non è un beat?
Un individuo, niente. …

Non le importa dell’esistenza del movimento beat?
Non me ne importa un cavolo, amico! Non ama i suoi simili? No, non amo i miei simili, anzi non mi piacciono per niente, eccetto l’individuo se arrivo a conoscerlo; non voglio governare o essere governato.

Ma lei è governato dalle leggi della società.
Ma è una cosa che cerco di evitare. Ah, evitando la società lei diventa separato dalla società ed essere separati dalla società è essere BEAT.

Ma davvero?
Davvero. Non capisco. Io non voglio starci per niente nella società, voglio restare fuori.

Affronta la realtà, amico, tu sei un beat.
Niente affatto! Non è nemmeno un desiderio consapevole da parte mia, semplicemente sono fatto così, sono quello che sono.
Amico, sei così beat che neppure te lo immagini.

…Ma lei cosa pensa della Beat Generation?
Un certo stile, se ci si ripensa, vecchie foto Fitzgerald a Parigi 1920 alta società, proibizionismo, jazz; ciò che caratterizzò una generazione piuttosto che ciò in cui essa credeva. I fatti fondamentali sono sempre gli stessi, cambia lo stile, ma i fatti, ragazzo mio, i fatti restano.

In che cosa pensa che consista la Beat Generation?
Consista? Oh, persone beat con idee beat che non hanno legami con niente tranne che l’uno con l’altro.

Allora è una generazione d’amore.
No, amico, siamo in alto mare. Mi faccia un’altra domanda.

Lei non crede nell’amore?
Amico, sei grande. Tieni, dai un tiro d ‘erba”

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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