22 giugno 1946. Togliatti firma l’amnistia. Dalla giustizia sommaria all’impunità

Dall’introduzione a “L’Amnistia Togliatti. 1946 Colpo di spugna sui crimini fascisti” di Mimmo Franzinelli. Prima edizione digitale universale economica Feltrinelli 2016.

Placate le passioni popolari che nell’estate 1945 sostituirono al diritto la vendetta e restaurata l’autorità dello Stato, in un paio d’anni tornarono liberi capi dello squadrismo, segretari del Partito nazionale fascista, ministri del regime, persecutori degli ebrei, presidenti e giudici del Tribunale speciale, capi politici e comandanti militari della RSI, criminali di guerra più o meno efferati. Alla giustizia sommaria seguì l’impunità per artefici e protagonisti della dittatura che, dopo avere abbattuto il sistema liberale, avevano portato il Paese nel conflitto mondiale e – con la fondazione del governo collaborazionista – lo avevano precipitato nella guerra civile.

L’amnistia Togliatti suggellò il fallimento della epurazione e fu la disposizione chiave per dare un colpo di spugna alle responsabilità fasciste. L’attenzione ai «casi eccellenti» ha oscurato la mole immersa dell’iceberg e ingenerato l’erronea convinzione che a beneficiarne fossero necessariamente alti gerarchi e criminali. In realtà la massa degli amnistiati aveva commesso minimi reati e, in questi casi, il ritorno in seno alle famiglie costituì una misura opportuna.

L’iter dell’amnistia, avviato da Umberto di Savoia nel maggio 1946, durante la campagna elettorale per il referendum istituzionale, fu gestito dal ministro di Grazia e giustizia Palmiro Togliatti; la discussione in ambito governativo introdusse notevoli modifiche al progetto originario, accolte dal guardasigilli, deciso a mantenere il provvedimento nelle sue competenze e ad accreditarsene il merito.

I condannati in Corte d’assise speciale avevano come unica possibilità d’impugnativa il ricorso in Cassazione; la Corte suprema di Cassazione doveva soltanto verificare la correttezza procedurale, ma entrò spesso nel merito e privilegiò le tesi esposte nei ricorsi. Bisogna peraltro considerare l’intrinseca debolezza di alcune sentenze delle CAS, viziate da un pregiudizio di colpevolezza nel clima di giustizia rivoluzionaria dell’estate 1945. Fatto sta che la Cassazione decimò le condanne di primo grado e da fine giugno 1946 fece larghissimo uso dell’amnistia; nei casi più controversi dispose nuovi processi in sedi remote, col risultato di trasformare condanne eccessive in strabilianti proscioglimenti.

L’utilizzo estensivo dell’amnistia rientra nella più vasta partita che in quegli anni vide l’insabbiamento dei procedimenti per crimini di guerra nazifascisti (le «stragi nascoste», con l’occultamento dei fascicoli nell’«armadio della vergogna»),2 garantì l’impunità agli italiani colpevoli di crimini di guerra in Africa, Iugoslavia ecc., riesumò processi ai partigiani archiviati nel 1945-46. I gerarchi furono presto liberati, i tedeschi autori di eccidi rimasero indisturbati e sui nostri criminali di guerra calò un silenzio tombale, mentre centinaia di partigiani espatriarono per evitare l’arresto.4

Finora questi fenomeni sono stati analizzati singolarmente; è giunto il momento di abbandonare la ricerca per comparti stagni e rivisitare a tutto campo le dinamiche del primo decennio postbellico, dominate dalla rottura dell’unità antifascista e dalla guerra fredda; la ricognizione a 360 gradi fornirebbe un quadro corretto del periodo in cui – tra mille contraddizioni – si superò il fascismo e si posero le fondamenta della Repubblica.

Il titolo del libro richiede una precisazione. Fin dalla sua emanazione il decreto presidenziale 22 giugno 1946 n. 4 fu definito «amnistia Togliatti»; denominazione non molto gradita al guardasigilli, della quale tuttavia prese atto e che egli stesso utilizzò tre anni più tardi nella dura polemica parlamentare col ministro Scelba. Tuttavia la storiografia comunista ha rigettato una paternità così imbarazzante e ha suggerito che la corretta impostazione togliattiana era stata frenata dal conservatorismo di De Gasperi e poi tradita dalle interpretazioni giudiziali dei magistrati filofascisti; venne pure ipotizzato che la burocrazia ministeriale avesse teso un tranello al guardasigilli fornendo una formulazione tecnicamente infelice di alcuni articoli, per consentire l’applicazione del provvedimento anche ai capi fascisti e ai responsabili di gravi reati. In realtà, dalla documentazione d’archivio – qui utilizzata per la prima volta – risulta che parti significative del decreto furono stese di pugno dallo stesso ministro.

Le «carte Togliatti» attestano l’immediata consapevolezza da parte dello statista delle dimensioni massicce delle scarcerazioni, in contrasto con le versioni minimizzatrici da lui fornite per rassicurare l’opinione pubblica. L’intreccio delle fonti governative conservate presso l’Archivio centrale dello Stato con i fondi depositati dal Partito comunista alla Fondazione Gramsci dimostra l’ampiezza della ribellione dei militanti e simpatizzanti della sinistra. Togliatti, bersagliato da critiche, si trovò in una situazione insostenibile e ne uscì nel giro di una ventina di giorni con l’abbandono del dicastero, affidato al compagno di partito – e suo uomo di fiducia – Fausto Gullo, da più di due anni ministro dell’Agricoltura.

L’amnistia fu una concausa, se non il motivo principale, dell’uscita del dirigente comunista dal governo, spiegata con la necessità di dedicarsi al partito e alla politica estera. La scelta di Gullo, dovuta al rapporto fiduciario con Togliatti e alla sua competenza in quanto avvocato, «uomo di legge», si dimostrò improvvida per almeno due ragioni: 1) l’abbandono del ministero dell’Agricoltura, strategico per i rapporti di classe nelle campagne; 2) l’inadeguatezza del «ministro dei contadini» a gestire il dicastero di Grazia e giustizia in una situazione d’emergenza.

Come accennato, a fronte dell’applicazione estensiva dell’amnistia per i reati commessi dai fascisti la magistratura perseguì con rigore i reati perpetrati dai partigiani. Due pesi, due misure. Proprio in quanto determinati comportamenti infangavano la Resistenza, bisognava sanzionarli e colpire chi approfittò della situazione per regolare conti personali (oggi, peraltro, una pubblicistica superficiale «scopre» e ripropone quei crimini per ridimensionare le colpe della dittatura e denigrarne gli oppositori). Si sarebbe dovuto impegnare altrettanta energia nei confronti dei collaborazionisti della guerra civile e dell’occupante responsabile di terribili eccidi, mentre i rigori della legge furono riservati agli ex resistenti: una giustizia… partigiana e – prima ancora – un bel paradosso, se si considera che tra i motivi ispiratori del decreto compariva la volontà di risolvere anche le pendenze giudiziarie dei partigiani; un problema rimasto aperto nonostante l’emanazione di una specifica amnistia nel novembre 1945, poiché su quel versante la magistratura era poco ricettiva.

Questo è anzitutto un libro sulla storia del dopoguerra, le cui radici affondano nell’humus fascista. A decenni di distanza, l’indagine storiografica può forse rimediare all’effetto più deteriore dell’amnistia Togliatti: la rimozione, operata sia con disinvolte assoluzioni sia con archiviazioni in istruttoria. Una ricostruzione non rancorosa né compiacente può integrare la conoscenza di quanto accadde negli anni della dittatura, del conflitto mondiale e della guerra civile.

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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