Anni di piombo e soluzione politica

[Una riflessione pro soluzione politica a partire dall'arresto di “Varo” Lojacono] 

Alvaro_lojaconoLa vicenda di Alvaro Lojacono, il presunto terrorista arrestato in Svizzera, dove lavorava alla radio di lingua italiana del Canton Ticino dopo aver superato un regolare concorso, pone - per ricorrere a una consolidata prudenza retorica quando si parla di terrorismo e dintorni - inquietanti dubbi.
Mentre dilagano le polemiche sulla scomparsa di materiali dal covo br di Montenervoso, i ministri Gaspari e Rognoni sono apertamente accusati di reticenza sulla prigione di Moro e le insinuazioni sulle responsabilità della P2 per i depistaggi, le goffaggini e le inettitudini che segnano le indagini nei 55 giorni giungono a colpire direttamente il presidente Cossiga, all'epoca ministro degli Interni, dal cilindro magico degli inquirenti spunta il nome delle due ultime x nell'organigramma dei brigatisti rossi che la mattina del 16 marzo rapirono Aldo Moro a via Fani. 
Si consolida rapidamente la voce su una "gola profonda" che avrebbe accusato Lojacono appunto e Alessio Casimirri e nello spazio di un mattino questo prezioso collaboratore della giustizia viene alternativamente individuato in Spadaccini o nel più famoso Morucci, che si affanna a smentire:"Non sono pentito - manda a dire - resto dissociato". Ma, intanto, per motivi di sicurezza il ministro Vassalli gli nega l'accesso al lavoro esterno che è stato invece concesso al fondatore delle Br, Errico Franceschini [così nel testo: ovviamente Alberto, lapsus clamoroso].
In realtà il nome dei due latitanti era già stato proposto dagli ambienti della Procura quando al processo Moro ter Morucci aveva dichiarato che tre degli accusati della partecipazione all'agguato di via Fani -tra cui la sua compagna Adriana Faranda- non avevano partecipato materialmente all'azione ed era stato tranquillamente riproposto in tutte le ricostruzioni giornalistiche in occasione del decennale di via Fani.
Invece tutta la stampa è stata ben lieta di pompare una notizia fasulla proprio mentre con sempre maggiore chiarezza affiorano le responsabilità di personaggi del Palazzo per la scellerata gestione del caso Moro. Così anche quando le notizie riportate dopo l'arresto tendono a ridimensionare le responsabilità dei due nella continuità organizzativa delle nuove br - che pur sono queste a lungo date per scontate- la titolazione accentua invece il senso forte di un colpo grosso.
Quando il partito dell'emergenza chiama a raccolta le truppe suonando il corno di guerra, il richiamo della foresta è troppo forte. E il rumore soffoca le voci che con forza, dal carcere e dall'esilio, tentano di affermare una più scomoda verità: che il ciclo di lotte che ha prodotto negli anni '70 la lotta armata come fenomeno diffuso in significativi settori sociali si è concluso già da anni con la sconfitta di una delle parti, che quel fenomeno non è riproponibile e quindi gli epigoni delle brigate rosse non hanno nessun legame con le generazioni di prigionieri e di esiliati che sono stati invece partecipi di quel ciclo di lotte, che l'unico modo per voltare pagina è una soluzione politica per i prigionieri di quel conflitto, "perché nessuna guerra è mai finita finché i prigionieri non tornano a casa".
15 GIUGNO 88 IL GIORNALE DI NAPOLI
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