29 agosto. Muoiono Basaglia (1980) e Guattari (1992), due giganti dell’antipsichiatria

E’ qualche anno ormai che lavoro, più o meno intensamente, sul calendario degli eventi e delle biografie eppure mi era sfuggita quella che, in maniera del tutto evidente, è una coincidenza assai significativa. Il 29 agosto, a distanza di 12 anni, muoiono Franco Basaglia (1980) e Felix Guattari (1992).
Il primo un accademico, specializzato in clinica neuropsichiatrica, che lascia l’accademia per dedicarsi alla pratica antipsichiatrica, per smantellare dall’interno l’istituzione manicomio: prima a Gorizia, poi a Trieste. L’ultima grande riforma dell’Italia negli anni 70 è l’abolizione dei manicomi con la legge 180 del 1978, ispirata alla sua dottrina e alle pratiche sociali che la sua organizzazione, Psichiatria democratica aveva messo in campo e realizzato in tanti contesti difficili, anche nel sud, da Aversa a Matera.

Il secondo un intellettuale militante, allievo prediletto di Lacan, che fa della clinica psichiatrica di LaBorde, un santuario dell’intellighentsia francese più radicale. La sua “psicoterapia istituzionale” da una parte non esclude le tecniche di contenimento (con juicio: anche l’elettrochoc aborrito in Italia), dall’altra assume la stessa follia come chiave d’accesso alla “verità del soggetto”. Ad ogni modo senza mai mettere in discussione la necessità dell’istituzione. In tutta evidenza la visione e la prospettiva del riformatore Basaglia è molto più radicale e trasformativa del rivoluzionario Guattari.
Di questa riflessione siamo debitori a Rocco Ronchi, docente di filosofia teoretica, che l’ha sviluppata su Rai Radio Tre nel corso della puntata dello scorso 30 aprile di Wikiradio (a cura di Loredana Rotunno) dedicata a Felix Guattari. Stralciamo la parte che ci interessa da Doppiozero, che ha pubblicato l’intera “conferenza”.

Ma accanto al fronte politico, e intrecciato con esso, vi è un altro fronte sul quale, fin da giovanissimo, si impegna il militante Guattari. È quello della istituzione psichiatrica. Guattari è stato uno dei maggiori protagonisti in quella straordinaria vicenda che ha avuto nella clinica psichiatrica di La Borde il suo centro attraente e che è conosciuta come “psicoterapia istituzionale”. La clinica di La Borde era stata fondata da Jean Oury, uno dei primi allievi di Jacques Lacan, nell’aprile del 1953. Ed era nata nel nome di Lacan. La Borde non esisterebbe senza il seminario parigino di Jacques Lacan. Tutti gli operatori sanitari di La Borde passano attraverso il seminario di Lacan, che Guattari segue a partire dal 1950, e molti, tra cui lo stesso Guattari, si distendono sul divano di Lacan. Guattari è un militante lacaniano, qualcuno dice addirittura che è il suo erede designato (in realtà saranno i suoi concorrenti gruppettari maoisti Jacques-Alain Miller e Jean-Claude Milner, che prenderanno il suo posto. Guattari, dopo la pubblicazione dell’Antiedipo sarà infatti scomunicato da Lacan).  E della sua dimensione filosofica torneremo a parlare in altra occasione

Felix si installa a La Borde nel 1955, con la prima compagna, e contribuisce a trasformare una clinica psichiatrica in un luogo di elaborazione teorica e di sperimentazione concettuale che attirerà a La Borde la migliore intelligenza francese. Il pellegrinaggio a La Borde il fine settimana diventerà una sorta di obbligo per ogni bravo militante rivoluzionario parigino. L’idea di La Borde non era solo quella di democratizzare l’istituzione psichiatrica, trasformandola in una libera comunità, aprendo gli spazi, coinvolgendo i degenti nella gestione, facendo ruotare i ruoli del personale, parificando il più possibile le retribuzioni, limitando al minimo le misure di contenimento (ma non eliminandole: l’elettrochoc, ad esempio, resta, seppure poco utilizzato e sempre su base volontaria).

L’idea era quella di assumere la follia positivamente, in modo affermativo, come chiave d’accesso per la verità del soggetto: a La Borde la follia era assunta nella sua “dimensione trascendentale” come ebbe a dire, una volta, il suo fondatore Jean Oury. Il che comporta un radicale cambiamento di paradigma sia sul piano pratico che su quello teorico: la psicosi da fattore di desoggettivazione si fa vettore di un processo di soggettivazione sui generis che lo psicoterapeuta deve saper ascoltare e incentivare con appropriate metodologie di tipo comunitario, la psicosi si fa chiave d’accesso alla verità dell’inconscio spodestando da questo ruolo la nevrosi, come era invece nel freudismo ortodosso.

L’esperienza labordiana sembra anticipare la posteriore antipsichiatria italiana e inglese. In realtà il rapporto della psicoterapia istituzionale francese con l’antipsichiatria basagliana sarà problematico. Ci sono molti punti in comune, è vero. Ma a differenza dell’antipsichiatria basagliana, la psicoterapia istituzionale non metterà mai in questione il valore e la necessità della istituzione. Anzi la rivendicherà a condizione che l’istituzione sia in grado di riflettere criticamente su se stessa, mettendosi costantemente in questione, praticando una sorta di incessante autocoscienza critica (questa era la funzione dei seminari organizzati settimanalmente da Guattari a La Borde: bisognava esplicitare, discutere, tematizzare, il rapporto dialettico esistente tra le istituzioni, tra gli apparati, le procedure e i processi di soggettivazione). 

Fin qui il professor Ronchi. Diversa in tutta evidenza la visione e la prassi di Franco Basaglia che ha una robusta formazione medica, specializzandosi a Padova in malattie nervose e avviandosi a una promettente carriera accademica [per la sua biografia abbiamo utilizzato la scheda dell’Enciclopedia Treccani abbondantemente tagliata e manipolata, ndb].

Basaglia alla fine degli anni 50 scappa dall’ambiente universitario che gli è ostile e diventa direttore del manicomio di Gorizia senza esperienza diretta di lavoro negli ospedali psichiatrici. Approda ben presto al rifiuto di quella realtà. Identifica regole e pratiche manicomiali come strumenti della violenza istituzionale, coercitiva e autoritaria. Un meccanismo segregante dal significato classista. Individuò nel sistema e nei suoi metodi di cura la causa prima dell’istituzionalizzazione del malato e l’ostacolo a un intervento adeguato ai bisogni che la malattia mentale esprime.

L’ospedale psichiatrico di Gorizia era un’istituzione in cui sopravvivevano meccanismi di contenzione e abitudini desolanti. La provincia contava circa 130mila abitanti. Con 550 ricoverati il tasso di ospedalizzazione psichiatrica era molto alto: 150 erano pazienti jugoslavi inamovibili, una spesa di riparazione bellica a carico della Farnesina. Degli altri 400, 300 erano malati cronici lungodegenti.

La lotta al ricovero coercitivo mette in discussione l’istituzionalizzazione dell’intero ospedale attraverso alcune drastiche misure: abolizione dei mezzi di contenzione meccanica e delle barriere fisiche, apertura verso l’esterno, uso più largo degli psicofarmaci e riqualificazione del personale.

La nascita della comunità terapeutica di Gorizia richiama l’attenzione dell’opinione pubblica e attrae un gruppo di psichiatri in sintonia con le posizioni basagliane: A. Pirella, G. Jervis, A. Slavich, D. Casagrande. Importante anche il ruolo della moglie, Franca Ongaro nello sviluppo delle sue attività e del suo pensiero. Gli anni di Gorizia sono segnati da netti contrasti con gran parte della psichiatria ufficiale ma anche dalla conquista di ampi consensi, dentro e fuori l’ambito specialistico. Qui prende corpo la dimensione più originale del pensiero del Basaglia, che pur confrontandosi con le posizioni di R. Laing, di D. Cooper, di T. Szasz, mantiene una distinta collocazione rispetto al movimento di antipsichiatria anglosassone, qualificandosi come il protagonista del primo e più importante tentativo di depsichiatrizzazione e deistituzionalizzazione del malato mentale in Italia. Coniugando sempre pratiche sul campo e sostegno politico a queste idee, Basaglia diede energico impulso ai movimenti di opposizione psichiatrica. Tra i suoi indubbi meriti c’è l’aver anticipato ma colto lo spirito dei tempi.
Per distruggere il sistema manicomiale attaccò gli strumenti di segregazione e di coercizione responsabili, negli ospedali, dei più importanti danni ai pazienti, affrontando le questioni dell’isolamento e della reclusione che aggravavano gli aspetti della malattia e ostacolavano la riabilitazione.

Nella seconda metà degli anni Sessanta la posizione del B. si era consolidata e la sua esperienza accendeva nuove forze e suscitava nuovi interessi. I suoi allievi cominciavano a raggiungere nuove sedi e le sue idee si diffondevano trovando sostenitori e ospitalità in molti ambienti.

Nel 1968, nel momento di più forte impegno, lascia Gorizia; scrive, viaggia negli Stati Uniti, dirige per un breve periodo il manicomio di Parma. Nel 1971 arriva a Trieste, dove riprende e riorganizza i temi della lotta antistituzionale. Il periodo triestino fu segnato dal lavoro per portare la psichiatria fuori dall’istituto, per rompere la barriera tra l’interno e l’esterno dell’ospedale; avviò il graduale smantellamento dell’istituto e organizzò il servizio esterno basandolo sul coinvolgimento dell’ambiente sociale e del contesto politico. Nel 1973 fonda Psichiatria democratica che l’anno successivo tenne a Gorizia il primo convegno. Aderiscono molti operatori (medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali), ma anche familiari di malati e rappresentanti della cultura, della politica e delle organizzazioni sindacali.

A partire dalla metà degli anni Sessanta, la sua produzione scientifica fu rivolta quasi esclusivamente verso temi di psichiatria istituzionale e testimoniò degli sforzi e delle energie profusi dalla psichiatria d’opposizione in Italia a partire dall’esperienza di Gorizia fino alla riforma del 1978.

Nel 1967 fu pubblicato Che cos’è la psichiatria?, raccolta di documenti e contributi di vari autori, articolata intorno al dibattito che avvenne nell’incontro tra il personale dell’ospedale di Gorizia e quello dell’ospedale di Colorno (Parma) nel 1966. In L’istituzione negata sono ripresi i temi del rifiuto di fronte alle ambiguità della scienza e della funzione politica della psichiatria. I due volumi ebbero larga diffusione e fecero conoscere più ampiamente le linee sostanziali del suo pensiero.

Nel 1968 curò l’edizione italiana del libro di E. Goffman Asylums, uno dei testi più innovatori nella critica alle istituzioni discriminanti; ne scrisse l’introduzione, insieme con la moglie. L’immagine del malato in manicomio non era il risultato della malattia, ma mostrava le stesse caratteristiche e gli stessi aspetti dei reclusi in altre istituzioni, anche non psichiatriche (carceri, case di riposo, ecc.). Nel 1969 apparve anche la Lettera da New York. Il malato artificiale, nella quale esaminava gli effetti di una riforma innovativa in campo psichiatrico in un paese ad alto sviluppo tecnologico e socioeconomico. In modo più ampio riprese questi argomenti nella prefazione al volume di Maxwell Jones Ideologia e pratica della psichiatria sociale. Se l’ambiente sociale è da ritenere corresponsabile dell’insorgere della malattia, allora deve essere chiamato ad influire positivamente sui processi di cambiamento. A livelli di sviluppo sociale ed economico diversi si trovano modelli ed espressioni istituzionali differenti, ma sempre finalizzati a mantenere il controllo delle regole sociali a sostegno delle strutture economiche e politiche.

Incaricato dell’insegnamento di igiene mentale nell’università di Parma, nel 1976 vinse il concorso per professore universitario nel gruppo delle discipline psichiatriche e fu nominato professore di neuropsichiatria geriatrica nell’università di Pavia. Egli peraltro non occupò quel posto e restò a Trieste.

Nel 1978 si giunse in Italia alla riforma della legislazione psichiatrica, in un clima sociale e politico animato da particolari fermenti che sostenevano esigenze di rinnovamento in diversi settori della vita sociale. Il movimento antipsichiatrico ebbe gran parte nel processo che indusse il Parlamento ad approvare la legge 13 maggio 1978, n. 180, “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”. Nella identificazione popolare la legge 180 venne spesso definita “legge Basaglia”; del resto egli, nonostante le riserve, non rifiutò questa paternità. Con il varo della legge Basaglia considerò conclusa l’esperienza manicomiale e accettò la responsabilità di confrontarsi con la psichiatria del territorio, accettando la responsabilità del servizio alla Regio Lazio. Una nuova sfida che confermava la sua forte spinta all’agire pratico. Una sfida che non gli fu possibile affrontare.

Si può dire che la formulazione definitiva della legge raccolse elementi importanti ma non fu espressione completa del suo pensiero: disponeva la chiusura degli ospedali psichiatrici insieme col divieto di aprirne di nuovi; spostava il cardine dell’intervento psichiatrico al territorio creando una rete di centri ambulatoriali e di strutture intermedie; istituiva piccoli servizi psichiatrici di diagnosi e cura dentro gli ospedali generali. Basaglia mise in guardia dalle contraddizioni del provvedimento: collocando la psichiatria all’interno della sanità, riproponeva le “mistificazioni” della disciplina, riconducendo la sofferenza psichica a una connotazione di malattia nell’ambito positivistico della medicina. Restava così il rischio di mantenere i meccanismi di emarginazione, camuffati sotto l’alibi della malattia e della cura, anche senza lo schermo del concetto giuridico di pericolosità e di custodia che improntava la normativa precedente.

Intorno alla sua opera nacquero polemiche che non rifiutò mai di affrontare, usandole sempre come veicolo di diffusione.

Alla sua figura si collegò la corrente di antipsichiatria italiana che assunse una propria precisa dimensione, distinta da quella anglosassone. Il movimento italiano si trovò più vicino alle teorie sociogenetiche, nel rifiuto della specificità patologica della psichiatria e nella maggiore attenzione all’azione sul sociale. Basaglia fu sempre il punto di riferimento della parte della psichiatria italiana che si riconosceva nei movimenti di opposizione, anche se le vicende successive alla legge di riforma e la nuova organizzazione mettevano in evidenza posizioni più articolate e segnali di dissenso. La sua posizione, in questo confronto, prendeva maggiore rilievo soprattutto dopo la legge di riforma che aveva contenuti innovatori così profondi e connotati così originali da richiamare sull’esperienza italiana appena avviata l’interesse e l’osservazione, si può dire, della psichiatria mondiale.

A poco più di un anno dall’approvazione della legge 180, che era stata nel frattempo integralmente accolta nella legge 833/1978 di riforma sanitaria, il B. si ammalava gravemente di cancro. Morì a Venezia il 29 agosto 1980.

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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