15 luglio 1982: le Br – Partito guerriglia uccidono il capo della Mobile di Napoli Antonio Ammaturo

La mattina del 15 luglio 1982 il capo della squadra mobile di Napoli, Antonio Ammaturo esce di casa, in piazza Nicola Amore e sta salendo a bordo dell’Alfasud guidata dall’agente Paola. Prima che l’auto possa partire in direzione della Questura, a poco più di un chilometro di distanza, un commando li massacra a colpi di pistola.

L’omicidio è rivendicato con una telefonata all’agenzia Ansa: «Qui Brigate Rosse, un nucleo armato del partito della guerriglia ha annientato il massacratore dei proletari, il capo della Squadra mobile Antonio Ammaturo, e il suo cane da guardia». Un concetto ribadito in un comunicato lasciato in un cestino dell’immondizia in via Arcoleo, e nel quale si leggeva «dell’avvenuto annientamento del massacratore di proletari e del suo fedele cane da guardia che a suon di cariche, massacri, rastrellamenti e sgomberi personalmente diretti ed eseguiti, questa lurida canaglia si era conquistata la promozione da commissario capo a capo della Mobile, fino ad essere in odore di divenire il nuovo questore».

Nel loro linguaggio i terroristi giustificavano così l’eliminazione di un poliziotto coraggioso e del suo autista. Ma Ammaturo – osserva Bruno De Stefano, ricostruendone la storia per il quotidiano Metropolis – più che un avversario delle Br è un nemico giurato della Nuova Camorra Organizzata (Nco) di Raffaele Cutolo.

De Stefano non si è mai occupato specificamente di terrorismo ma è, non solo a mio giudizio, il massimo esperto autentico di cose di camorra. E quindi ci affidiamo a lui per ricostruire le tesi “complottiste” sul duplice omicidio. Tesi che, come in tanti altri casi non hanno prodotto nessun esito giudiziario ma soltanto alimentato una cultura e una narrazione cospirativa e dietrologica.

Da capo della Mobile – ricorda De Stefano – Ammaturo aveva condotto diverse inchieste sul clan di Ottaviano e in alcune interviste aveva definito Raffaele Cutolo “un cialtrone”, aggiungendo: «È completamente artefatto. Ogni parola che dice suona subdola, carica di secondi fini, la sua fortuna è di avere trovato terreno favorevole con i mali di questa città».

Proprio per le indagini su un potente politico colluso con la camorra, era stato trasferito per punizione dal commissariato di Giugliano a quello di Gioia Tauro (Reggio Calabria). I dubbi sul reale movente dell’agguato in piazza Nicola Amore nascono da alcune testimonianze secondo le quali poco prima di essere ammazzato Ammaturo aveva condotto una sua personale inchiesta sul rapimento e la liberazione di Ciro Cirillo, lungo la pista di un presunto patto tra terroristi, pezzi dello Stato e don Raffaele.

Un’ipotesi sdegnosamente respinta dai brigatisti. Anche se sono emerse evidenti zone d’ombra e intrecci tra Nco e sottobosco di apparati di sicurezzae personale politico democristiano. Proprio su queste zone d’ombra Ammaturo aveva lavorato. In una telefonata al fratello Grazio aveva annunciato di aver elaborato un dossier dal contenuto esplosivo. «Sono cose grosse, tremerà Napoli», gli aveva detto. «Ti ho spedito una copia», aveva poi aggiunto, «un’altra copia l’ho inviata al ministero dell’Interno ».

Cosa aveva scoperto e cosa aveva scritto in quel carteggio non s’è mai saputo. Al fratello il plico non è mai arrivato, e al Viminale nessuno ha mai detto di aver ricevuto il materiale. Grazio Ammaturo è poi morto in un incidente stradale in Tunisia. Qualche anno dopo – ricorda De Stefano – anche il giudice istruttore Carlo Alemi ha lavorato a questa ipotesi. Ammaturo sarebbe stato assassinato nell’ambito di un accordo tra brigatisti e Nco dopo che terroristi e camorristi erano scesi a patti durante la trattativa per la liberazione di Cirillo. Una trattativa nella quale il camorrista di Ottaviano sarebbe stato coinvolto su esplicita richiesta di esponenti di rilievo della Dc campana.

Cutolo, secondo l’indagine di Alemi, avrebbe chiesto alle Br di uccidere il capo della Mobile e di rivendicarne l’agguato. Pur ammettendo di detestare il funzionario di polizia -sottolinea De Stefano – il boss ha sempre negato di essere il mandante. «Non ho fatto io alle Br il nome di Ammaturo – spiegò don Raffaele – perché venisse ucciso. Non escludo che mi avrebbe fatto piacere uccidere Ammaturo, ma in tal caso lo avrei fatto direttamente io, trattandosi di una vendetta personale».

Nell’estate del 1993 le indagini di Alemi e le dichiarazioni dei pentiti, spinsero la vedova di Ammaturo, Ermelinda Lombardi, e le figlie Gilda, Maria Cristina e Grazia, a chiedere la riapertura delle indagini. Richiesta maiaccolta. Il capo della Mobile aveva annunciato un’eclisse su Napoli, ma la sensazione per De Stefano è che l’unica cosa ad essersi eclissata è la verità.

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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