Far West a Monteverde: così arrestarono Mancini e Colafigli

Oggi compie 67 anni Marcello Colafigli, l’unico leader della banda della Magliana ancora detenuto. Il “post” della sua biografia è il più letto di questo blog: un evergreen. Perciò oggi voglio offrire ai suoi “patuti” una storia in più, quella del suo arresto, nel corso di un raid contro il “clan dei pesciaroli”, la vendetta per Franco Giuseppucci, il 16 marzo 1981

Fuoco sui pesciaroli

Dal solito bar di via Chiabrera, una volta stabilito che quella era la data in cui i due «pesciaroli» dovevano morire, partirono in cinque, a bordo di due macchine. Passarono a ritirare le armi nel loro deposito, arrivarono a Monteverde e appena intercettati i Proietti con le loro donne si appostarono. Ormai era buio, all’incirca le otto, e in via Donna Olimpia, affollata di gente che tornava a casa dopo la chiusura dei negozi, non era difficile seguire e controllare le vittime senza essere visti. Una macchina si sistemò all’imbocco di una strada laterale, un’altra nella traversa dalla parte opposta, in modo da bloccare possibili vie di fuga. I due sicari prescelti, «Marcellone» Colafigli e Antonio Mancini − uno di trentatré anni che chiamavano «l’accattone», faccia pasoliniana e un curriculum criminale di tutto rispetto, uscito da poco dal carcere e presentato alla banda da Edoardo Toscano − aspettavano sul marciapiede per vedere da quale parte sarebbero andati i due fratelli.

Mario e Maurizio Proietti, seguiti dalle mogli Maria Laura e Stefania e dai figli Daniele, Alessio e Stefano, infilarono un portone, il numero 152. Velocissimi, «Marcellone» e «l’accattone» comparvero alle loro spalle, il volto coperto dai passamontagna, e cominciarono a sparare. Fu un inferno di fuoco e urla: degli assassini, delle vittime predestinate, delle mogli e dei figli.

Maurizio Proietti venne colpito, Mario anche, ma uno dei due ebbe il tempo di reagire e tirare fuori la rivoltella. Sparò, e in quello schizzare di pallottole rimasero feriti pure Colafigli e Stefania, la moglie di Maurizio che stava cercando di scappare con i bambini verso le scale. L’altra donna, Maria Laura, tentò invece di bloccare uno dei due sicari buttandoglisi addosso, ma ne guadagnò solo una ferita in testa provocata dal calcio di una pistola.

Sentite le urla e gli spari, qualcuno, nel palazzo o per la strada, chiamò il 113, ma intanto una Volante del commissariato Monteverde in servizio per le vie del quartiere era già arrivata. L’agente Luigi Mastroianni scese dall’auto e si trovò davanti gli assalitori, a dividerli solo il cancello di ferro e vetro ormai frantumato che non si apriva. L’agente sparò e ferì Mancini a una spalla, ma un proiettile colpì anche lui. I due fratelli Proietti erano a terra nell’androne del palazzo, feriti come le loro mogli, fuori c’era la polizia, i due killer non trovarono di meglio che afferrare il più piccolo dei bambini − Daniele, figlio di Maurizio, quattro anni − per proteggersi la fuga e scappare lungo le scale del palazzo. Il bambino lo abbandonarono un paio di piani più su.

Arrivarono le ambulanze che portarono via i feriti, Maurizio Proietti giunse all’ospedale che era già morto, nel suo portafoglio trovarono una foto ricordo di «Orazietto» Benedetti. Mario se la cavò ancora una volta con una ferita al braccio, le due mogli furono dichiarate guaribili in pochi giorni, come l’agente. E mentre i medici si davano da fare per prestare le prime cure, il palazzo di via Donna Olimpia era stato circondato da poliziotti e carabinieri, con il turbinio delle luci blu a intermittenza e le cellule fotoelettriche che illuminavano a giorno, e centinaia di abitanti del quartiere ammassati contro le transenne e le auto: volevano avere tra le mani i due assassini asserragliati nello stabile.

All’arrivo della polizia, i loro complici che aspettavano in macchina se n’erano andati, e Mancini e Colafigli, sanguinanti per le ferite, erano saliti sul tetto del palazzo e, passando dalle terrazze, s’erano calati nell’edificio accanto, riuscendo a entrare in un appartamento. Da lì telefonarono al bar e parlarono con uno degli amici: «Siamo chiusi in una casa, chiamate qualche avvocato e fatelo venire qui, perché sennò ci ammazzano», disse Mancini.

Gli amici avvisarono gli avvocati, e gli uomini della Squadra Mobile che fino a quel momento avevano perquisito decine di appartamenti di via Donna Olimpia in cerca degli assassini − con caschi, giubbotti antiproiettile e mitra spianati, immagine e realtà di uno stato d’assedio − arrivarono alla casa dove si erano asserragliati. Stavano per buttare giù la porta quando i due killer si arresero: Mancini gettò la sua pistola a terra, a Colafigli dovettero strapparla di mano. Li portarono in strada per caricarli sulle macchine, e i poliziotti faticarono a trattenere la folla che li voleva linciare.

«Marcellone», con aria di sfida, chiese all’agente che gli sedeva accanto: «È morto quell’infame che ha ammazzato Franco mio?» E quando seppe con certezza di aver ucciso Maurizio Proietti sorrise: «L’ho fatto secco l’infamone, l’ho fatto secco». Poi Colafigli spiegò che era stato Maurizio Proietti il primo a sparare: «Mi ha preso, e allora io gli ho scaricato addosso tutti i colpi che avevo». Un po’ sembrava pieno di cocaina, e un po’ si preparava a sostenere la parte del pazzo. A Maurizio Abbatino, uno di quelli che l’aspettavano in macchina, «Marcellone» l’aveva confidato prima: «Se mi prendono comincio a dare di matto, dico che sento sempre la voce di un gatto che mi dice di vendicare Giuseppucci, e di sognarmi Maurizio Proietti sotto forma di un pesce»33. Ci riuscirà, e dall’accusa di omicidio sarà prosciolto per «totale infermità di mente».

Nella strada del delitto, tra poliziotti e curiosi che commentavano che se c’erano di mezzo i Proietti voleva dire che era «roba pesante, di mala grossa», c’era pure Giovanni, il vecchio padre. Lui stava seduto al bar quando cominciarono gli spari, e gli amici l’avevano trattenuto. Ma appena saputo della morte di Maurizio s’era lanciato tra la folla: «Datemeli, datemeli li vojo ammazzà!» S’era perfino aggrappato allo sportello aperto di una Volante per tentare di afferrare gli assassini di suo figlio. Riuscirono a portarlo via che si dimenava, bestemmiava e gridava vendetta.

Il giorno dopo, ferito e piantonato in ospedale, Antonio Mancini diede al fotografo di un giornale romano la sua spiegazione dell’omicidio, attribuendolo a questioni di gioco: «Io la gente dritta non la sopporto. Si vinceva ogni morte di papa e non pagava mai. Anche per mille lire non bisogna sgarrare. Mi voleva fregare, ero andato lì per parlare, però avevo la pistola sotto il cappotto. I Proietti? Non comandano nulla, contano solo perché sono molti». Poi, senza rinunciare alla spavalderia del killer-giustiziere, chiese al fotografo che continuava a scattare: «Ma che foto vengono con quella macchina?»

Fonte: Giovanni Bianconi, Ragazzi di Malavita

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

3 comments on “Far West a Monteverde: così arrestarono Mancini e Colafigli
  1. Carlo Vivari ha detto:

    Molto interessante, ma avete dimenticato di dire quando sono successe queste cose.

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