14 agosto 1988: autobomba anarchica alla Questura di Milano. Ma la pila è scarica

Alla fine s’avvicinò il poliziotto in ciabatte, bermuda e maglietta a righe; richiamato in servizio (era con la famiglia sul Ticino) perché già da un po’ il sole feroce del 14 agosto 1988 picchiava sulla Fiat Ritmo parcheggiata davanti alla questura; ogni secondo che passava poteva esser quello del disastro: «Provammo prima col robottino, fu inutile. Attaccammo allora una mini carica e facemmo saltare un finestrino; dentro c’erano due bombole del gas, parecchio esplosivo, un congegno elettronico di innesco. Tagliammo un filo». Antonio Marongiu fa una pausa: «Siamo stati fortunati. Non è esplosa. Chi costruì l’autobomba, aveva commesso un errore». Marongiu, 60 anni, è andato in pensione due giorni fa, dopo 42 anni in polizia, 39 nella «specialità»: ha lasciato con il titolo onorifico di artificiere più anziano d’Italia e ha lavorato sempre in questura, a Milano. Senza mai incontrarne uno, in 39 anni ha ingaggiato centinaia di sfide con terroristi rossi e neri, brigatisti e anarchici, guerriglieri di cause lontane e bombaroli pazzoidi, aspiranti stragisti e lupi solitari islamisti. La sua memoria è una storia di Milano: e della lotta contro chi ha provato a farla esplodere.

Una rappresaglia per Pinelli

Così Gianni Santucci, per il Corriere della Sera, il 2 aprile 2016, racconta uno degli episodi più significativi della carriera di Antonio Marongiu, uno dei più bravi artificieri delle forze dell’ordine italiane. L’autobomba non era saltata per un difetto della pila del timer. Un po’ scarica e insufficiente a innescare il processo esplosivo.

Un episodio che è stato importante per il poliziotto, ma anche per me. Perché ha rappresentato il mio primo scoop. L’autobomba era una risposta degli anarchici insurrezionalisti alla retata del 28 luglio 1988 per l’omicidio Calabresi. In nome dell’anarchico Pinelli volato impunemente dal quarto piano della Questura. Prima di imboccare la pista anarchica, infatti, qualcuno provò ad accollarla a un fascista innocente, Walter Spedicato.

Il solito errore di identikit

Purtroppo per chi ci aveva provato, le caratteristiche fisiche del soggetto non corrispondevano più al vecchio identikit. Otto anni di latitanza e il rifiuto moralistico di accettare l’aiuto dei camerati rapinatori gli avevano fatto perdere parecchi chili. E’ da quell’episodio che si innesca la mia “fascinazione”. Ma questa storia l’ho abbondantemente raccontata, nel mio blog, in diverse interviste in cui, appunto, mi si chiedeva perché un comunista libertario si fosse fatto risucchiare nell’ossessione della fascisteria. Qui, semplicemente ricordiamo il fatto. Rimandando alla sentenza di condanna degli anarchici.
PS: L’identikit era sbagliato, ma uno dei tre responsabili dell’attentato, somigliava effettivamente a Walter. L’armeno.

Due schegge dal web

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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