9 ottobre 1979: la banda Giuliani rapina un gioielliere libico

giulianiIl gioielliere libico di religione ebraica Mordechai Fadlun è sequestrato in casa con la famiglia, l’8 ottobre 1979.  I banditi – ad agire sono almeno in sei – si recano una prima volta con le chiavi nel deposito di Santa Maria Maggiore ma non riescono ad entrare, tornano per riprendersi il titolare e questa volta aprono la cassaforte. Non riescono a portarsi via tutto e rinunciano a un miliardo di bottino, asportando centocinquanta chili di oro e preziosi per un valore di 4 miliardi. Al riciclaggio dell’oro provvede Gilberto Cavallini, utilizzando il suo giro di ricettatori della malavita veneta. Con l’ingente quota personale il leader della banda, Egidio Giuliani rinforza la struttura logistica acquistando, oltre a una stampante offset per falsificare i documenti, un’agenzia pubblicitaria (Adp) la cui gestione è affidata a una società composta dai soggetti che ruotano intorno a Colantoni, braccio destro di Giuliani.

La batteria che compie la rapina al gioielliere libico esprime l’aggregazione che nasce, nell’estate 1979, dallo sbandamento generale subito dall’area di Costruiamo l’Azione con gli arresti di Signorelli e Calore. Si arriva alla fusione tra la rete militare superstite e la banda che fa capo alla personalità carismatica di Egidio Giuliani. Una realtà organizzativa complessa, autonoma ma al tempo stesso organica al discorso strategico di Cla. Questi è un militante di vecchia data, cresciuto nel circolo Nuova Europa di via Noto, un baluardo dell’attivismo missino a Roma sud, la prima realtà ad adottare il simbolo della croce celtica. Le amicizie di Giuliani sono variegate: spaziano dai vecchi integralisti di Europa civiltà impicciati con la massoneria e i servizi segreti (affitterà dei locali dal vecchio parlamentare della destra dc Agostino Greggi) ai fuoriusciti delle Brigate rosse, che in quei mesi stanno costruendo il Movimento comunista rivoluzionario. Dà vita a un’agenzia di servizi, specializzata nella logistica della clandestinità: chiunque ha bisogno di documenti falsi, targhe “pezzottate”, pezzi di ricambio per le armi sa di potersi affidare con sicurezza al “capro”, che ci tiene a promuovere un proprio nucleo operativo e iniziative comuni con diverse “batterie” e gruppi di fuoco. Della sua banda fanno parte anche antifascisti, come Hassemer. Tramite un commilitone di sinistra, Marcello Sandrani, entra in contatto con Roberto Martelli, subentrato al vertice del servizio d’ordine di Avanguardia comunista dopo l’arresto di Panzieri e poi tra i fondatori delle Unità comuniste combattenti. Armando Colantoni gli porta in dote il rapporto con il morucciano Antonio Ginestra e altri esponenti dei Comitati comunisti dell’area sud di Roma, Spadoni e Graziani. La base del gruppo è nel casale sulla Casilina, dove Colantoni e la sua compagna Paola Centi gestiscono una serigrafia. Mentre alcuni militanti, pur di origini di destra, come Marco Guerra, condividono un percorso di oltrepassamento degli steccati, altri quadri neofascisti, come Luca Onesti (anche lui proviene da Nuova Europa) decidono di allontanarsi dal gruppo. La svolta a sinistra però non funziona: i compagni sono interessati alla potenza logistica dei “fascisti” ma ne diffidano politicamente. Perciò l’aggregazione si dissolve ad aprile 1980 e l’arsenale è risistemato dallo stesso Giuliani nel deposito di Onano (Viterbo) ed in quello ubicato nel locale di Lungotevere Sangallo di sua pertinenza. Tutta interna alla destra è invece la batteria di Aprilia che fa riferimento al “capro”, composta dai complici della fuga di Freda dal confino. Anche loro sono in possesso di un notevole arsenale sepolto a Torvajanica, in un giardino di casa. L’unica azione di rilievo attribuita a questo gruppo –per cui in appello sarà negata la sussistenza della banda armata – è la fallita rapina di Merano ai danni del gioielliere Arturo Jochner (21 ottobre 1980), con la quale si voleva ripetere l’impresa riuscita con il gioielliere libico Fadlun. Con un gruppo di Latina, invece gli scambi di armi ed esplosivo talvolta prevedevano il pagamento in contanti.
Il progetto politico di Giuliani lo racconta ai giudici il “pentito” Guerra,:

Ho conosciuto Egidio Giuliani e Luca Onesti nel 1974-75 presso il Msi di via Noto. Intorno al 1976 mi allontanai dagli ambienti del Msi per dissidi di carattere ideologico e per ragioni personali. Nel luglio-agosto 1978 venni avvicinato da Giuliani, da Armando Colantoni e da Luca Onesti. Ad un certo punto Giuliani mi prese in disparte facendomi presente che era sua intenzione dar vita a più gruppi tra loro autonomi ma pur sempre collegati sul piano operativo al fine di rendere più incisiva la lotta politica. Mi fece presente che era sua intenzione collocarsi in un’area di “autonomia fascista”, disancorata da qualsiasi movimento più o meno ufficiale quali Ordine nuovo e Avanguardia nazionale. Mi disse in sostanza che occorreva realizzare due fasi di lotta: una strumentale, volta a finanziare i diversi gruppi anche con azioni delittuose e a procacciare documenti falsi; l’altra più squisitamente politica, senza per altro fornirmi precisazioni circa quest’ultima fase che doveva essere chiaramente di carattere rivoluzionario.

Nel 1985 Mordecai Fadlun cadrà vittima della campagna di terrore scatenata dal regime libico contro i “transfughi”: in pochi mesi a Roma sono ben cinque gli esuli uccisi dai commandono della “rivoluzione verde”. Trent’anni dopo Egidio Giuliani sarà arrestato e condannato a vent’anni per un sequestro a scopo di rapina finito con la morte dell’ostaggio in un conflitto a fuoco, il tesoriere di Gennaro Mokbel.

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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