La battaglia dell’Asinara? L’ultima grande rivolta unitaria

Il 2 e 3 ottobre 1979 i detenuti dell’Asinara organizzano una rivolta e distruggono il lager di Fornelli, il reparto “più terribile” del supercarcere. E’ la risposta immediata alla stretta decisa dall’amministrazione dopo la cattura di Prospero Gallinari e la scoperta di un piano d’evasione dall’Asinara in stato di avanzata organizzazione. Un anno dopo, a fine ottobre, un’altra rivolta scoppia in un supercarcere sardo, a Nuoro. Ma è tutt’un altra storia. Ce la spiega Emilio Quadrelli nel suo magistrale volume “Andare ai resti”, una storia sociale delle “batterie” di rapinatori e del loro rapporto originale con l’istituzione carceraria e i detenuti politici

Il nuovo clima sposta l’attenzione dall’esterno verso l’interno. Un aspetto che ha ripercussioni non secondarie, ad esempio, sui mezzi e i fini con cui si organizzano e predispongono le lotte. Un buon esempio è dato dal confronto tra la battaglia dell’Asinara e la rivolta di Nuoro.

Nel primo caso, l’organizzazione della battaglia fu equamente condivisa da tutti i prigionieri; l’obiettivo immediato era quello di chiudere uno dei più noti lager del sistema penitenziario; la finalità strategica era quella di rilanciare un ciclo di lotte offensive dentro il circuito delle carceri speciali. Gli attriti e i conflitti, anche di una certa asprezza, sorti a margine di questa vicenda furono, come classicamente avviene quando sulla scena politica sono presenti attori con impostazioni teoriche e ideologiche diverse, legati al cappello politico con il quale le diverse aree militanti gestirono la battaglia.

La solidarietà non è rotta dall’ideologia

Questi aspetti, in ogni caso, non inficiarono il clima di cooperazione e solidarietà unitaria tra i prigionieri. I conflitti ideologici, non a caso, scatenarono e appassionarono, com’è normale che sia, i politici, lasciando sostanzialmente indifferenti banditi e rapinatori. Della battaglia quest’ultimi colsero unicamente la felice riuscita bellica, l’importanza dei risultati immediati raggiunti e la correttezza del modello operativo incentrato sulla cooperazione e la solidarietà.

Indipendentemente dalle disquisizioni teoriche e ideologiche che sull’episodio inizieranno a prodursi, il modello operativo adottato, a ben vedere, è lo stesso che, per anni, aveva funzionato tra politici e bravi ragazzi in gran parte delle carceri. Per questi motivi, specialmente i banditi tenderanno a considerare la battaglia come una vittoria di tutti. Un atteggiamento che riproduce linearmente quello che si è visto, ad esempio, nel corso dell’evasione dal carcere di San Vittore e che è in continuità con quello che è stato a lungo un comune modo di operare.

Le polemiche non creano spaccature

Non è un caso, perciò, che le polemiche sorte intorno alle versioni “apocrife” della battaglia non ebbero conseguenze rilevanti tra la comunità prigioniera. Soprattutto, e questo è un dato fondamentale, non diedero adito ad alcuna forma di esclusione sociale e/o politica verso quell’area di prigionieri più vicini all'”eresia” anarchica o che, più semplicemente, continuarono a percepirsi come banditi. Gli anarchici, imputati dall’area di maggiore ispirazione brigatista di aver fornito una versione politicamente errata degli eventi, non furono oggetto, dall’insieme della comunità prigioniera, di alcuna stigmatizzazione. Il conflitto rimase su un piano puramente ideologico e non scalfì, fatto non poco indicativo, i rapporti personali e amicali tra tutti i prigionieri. (…)

Nuoro, una rivolta di vertice

L’episodio contingente mostra, in altri termini, come il legame solidale basato su precise affinità morali nella comunità prigioniera fosse particolarmente forte e radicato. Una realtà che si presenta già diversa nel corso della rivolta di Nuoro. La decisione dell’operazione, in questo caso, fu presa all’interno di ristretti gruppi di prigionieri, l’organizzazione assunse immediatamente tonalità gerarchiche, i fini erano generici, in mezzo ci scapperanno due morti e altri, perché‚ poco allineati, o per motivi ancora più futili, rischiarono seriamente di fare la stessa fine.

Nonostante le apparenti similitudini con gli episodi dell’Asinara, il “frame” è completamente mutato. Con Nuoro iniziò a prendere forma una pratica di epurazione, che presto diventerà norma, il cui scopo principale sarà quello di rendere sempre più “sana” e “sicura” la comunità.

Un’operazione di “polizia” interna

Nuoro si presentò, né più né meno, come un’operazione di “polizia” che tendeva soprattutto a ridisegnare la sicurezza e la lealtà all’interno dei propri confini. Un passaggio che è ben colto da P., un rapinatore torinese che ha partecipato attivamente alla battaglia dell’Asinara e si è limitato a fare da spettatore, con non poche riserve, agli eventi nuoresi.

Sono stato dentro sia alla rivolta dell’Asinara sia a quella di Nuoro. Sono state due cose, almeno per come le ho viste e vissute io, molto diverse tra loro, per come sono state organizzate, gestite e per gli obiettivi. Nella prima ci sono stato dentro, nella seconda mi sono limitato a stare a guardare. Non che, anche a Nuoro, i motivi non ci fossero, però era tutto l’insieme che non mi andava, non era più quella cosa di tutti, come era stata all’Asinara.

“Quali sono le differenze principali?”

L’Asinara è una cosa gestita da tutti. Nel Comitato di lotta, lascia perdere che poi i politici ci hanno voluto mettere sopra le loro cose, che comunque potevano anche starci, e a noi non davano fastidio, le cose si facevano e discutevano tutti insieme. Ognuno si prendeva le sue responsabilità. Un po’ come fuori, quando si va su un lavoro. Cioè, a me, a noi che non eravamo dei loro, quelle cose ci andavano anche bene. Ma queste non sono le cose più importanti.

Quello che contava era che tutti si è deciso di partire uniti, disposti ad andare fino in fondo, perché‚ quella situazione doveva cessare. Eravamo tutti quanti disposti a giocarci i resti e questo gli sbirri l’hanno capito subito. Infatti, dopo un paio di tentativi di cariche, dopo le prime caffettiere d’esplosivo che sono volate, hanno rinunciato. Noi eravamo disposti a morire, loro no. 

D’altra parte chi fosse Cardullo, ormai, lo sanno anche le pietre. Comunque era in buona compagnia, a partire da sua moglie che era peggio di lui. Questi sono fatti noti sui quali è inutile ritornare. Lì, tra noi, c’era ancora lo spirito che c’era sempre stato in carcere e fuori, forse perché‚ eravamo tutta gente che si conosceva da anni e che insieme era scappata, ci aveva provato, aveva preso botte nelle rivolte e così via. All’Asinara, insomma, ci mandavano la crema, questo aveva anche qualche vantaggio e per capirsi bastava guardarsi negli occhi.

“Questo vuol dire che c’è, all’interno del carcere, un’organizzazione orizzontale?”

Siamo organizzati come siamo sempre stati. Senza capi e stronzate del genere. Io capi non ne ho mai avuto fuori, perché‚ dovevo cominciare ad averne in carcere?

“Perché dopo, ci sono state almeno due versioni diverse dell’evento e una serie di attriti, anche piuttosto pesanti?”

Ma sai lì sono stati scazzi tra di loro, tra i politici delle B.R. e quelli che la vedevano in un altro modo. Però, per come l’ho vista io e per come sono andate veramente le cose, almeno all’inizio c’era un accordo su tutto. Poi cos’è successo? Comunisti e anarchici hanno iniziato a litigare tra di loro ma, per quel poco che ne so, lo hanno sempre fatto. All’inizio hanno sempre combattuto insieme e poi finivano per scannarsi. Per come ho visto io le cose avevano un po’ ragione tutti e due. Le B.R. perché‚ di loro, in quella storia, avevano messo molto, gli anarchici perché‚ dicevano una cosa vera: non tutti eravamo egemonizzati dalle B.R. Sicuramente non io e tanti come me.

Però, ti ripeto, questa è stata una cosa che è venuta dopo e che, se delle conseguenze le ha avute, ha riguardato solo loro. Dal mio, dal nostro punto di vista, brigatisti e anarchici continuavano a essere dei bravi ragazzi che si battevano per delle cose simili, anche se non proprio uguali, alle nostre. Poi, chiaramente, c’è anche un problema di ordine d’importanza delle cose. Per loro una virgola, messa prima o dopo, diventava una questione sulla quale discutere e scontrarsi per intere giornate, mentre per me una virgola è una virgola e se non sai dove metterla puoi sempre toglierla.

“Tornando alle dinamiche organizzative: il modello orizzontale e egualitario cosa significa? Tutti sono a conoscenza di tutto?”

Sì e no. Si conosce tutti quello che bolle in pentola, poi dove si imbosca una cosa piuttosto di un’altra sono cose che riguardano quelli che le fanno, ma è l’insieme che è comune. E’ impensabile che se domani ci giochiamo il culo insieme tu, se sei un bravo ragazzo, sia tenuto all’oscuro di tutto o sia a conoscenza di una versione addomesticata e parziale.

“Quindi, la fiducia è il vero collante?”

Sì. La fiducia, sai, non è una cosa così, che dai o ottieni su due piedi. Fidarsi, nel nostro mondo, spesso voleva dire mettere la tua vita nelle mani di un altro, oppure sapere che potevi mandare a chiedere una cosa senza problemi. La fiducia, almeno come si intendeva tra di noi, è un legame fraterno, un patto di sangue senza riti e immaginette che bruciano, che non si fonda sul ricatto e la paura ma nasce spontaneamente.

Di solito sono rapporti che nascono da sbarbati e che poi si consolidano. Strada facendo ne maturi degli altri, ma anche questi hanno dietro storie simili alla tua. Quindi sei in mezzo a uguali, e tra uguali non ci sono n‚ capi n‚ segreti. Se ci sono vuol dire che tu non sei più uguale a me. Ma se non lo sei vuol dire che io con te è meglio che non abbia nulla a che fare, perché‚ hai qualcosa che non va.

“Su queste basi, allora, com’è possibile il rapporto con i politici? Tra voi e loro non rimangono distanze notevoli?”

Quando parlo di uguaglianza non intendo che dobbiamo condividere delle opinioni su delle cose astratte. Non è che dobbiamo stare lì a parlare del mondo, che tanto quello va un po’ dove cazzo gli pare e di noi se ne fotte. Se riusciamo a starci dentro meglio per noi, se no amen. I politici questo non lo capivano, ma ognuno è libero di credere un po’ a quello che vuole. Non sono queste le cose importanti. Importante è come sei, cosa fai e come ti comporti, come si dice: le chiacchiere stanno a zero.

Con i politici si sta insieme perché‚ è possibile starci. Possiamo vedere il mondo in modo diverso ma nelle cose di tutti i giorni si ha lo stesso modo di ragionare. Di comune c’è almeno una cosa: non siamo egoisti, interessati. Loro per i loro ideali, noi per il nostro modo di vivere.

Loro sono contro lo sfruttamento, noi contro le prepotenze, loro vogliono far vincere i più deboli, e questo onestamente mi sembra una vera balla, perché‚ chi sta sotto di solito pensa solo a sfangarsela e non a fare le rivoluzioni, noi siamo per colpire i più forti senza infierire sui deboli. Mi sembra che siano motivi più che sufficienti per fare delle cose assieme. All’Asinara è questo accordo di fondo che ci unisce. E tutti si sono comportati come si deve.

“Cosa cambia invece a Nuoro?”

Molto probabilmente tutto. Tanto per cominciare il modello. Ora non si ragiona più su chi sei, ma con chi stai o, se preferisci, a chi appartieni. Perciò un qualunque stronzo solo perché‚ è compare a questo o a quello finisce per valere quanto me, o anche di più. Chi cazzo sia in realtà non ha più importanza. Bisogna capire che nel frattempo gli speciali si erano riempiti di appartenenti alle grosse organizzazioni, specialmente camorriste. Cosa valessero questi, io e altri ce l’eravamo data da un pezzo.

Mentre noi cercavamo in tutti i modi di andarcene a casa, questi a Poggioreale tenevano gli arsenali, solo che li usavano per spararsi tra di loro, da una sezione all’altra o ai colloqui. Degli autentici geni. Tra loro non contava tanto essere un ragazzo d’azione, ma quanti morti avevi fatto.

Come se scendere da una macchina, entrare in un bar e rafficare tutti quelli che ti capitano sotto fosse chissà quale impresa. Però questi, dentro, erano ormai un numero rilevante, organizzato e pieno di soldi. Hanno fatto presto a diventare, se non i padroni, una forza che era impossibile non tenere in considerazione e che finiva con il condizionare un po’ tutto e tutti.

Forse, anche se involontariamente, a favorirli sono i politici, o almeno una parte di questi. Anche loro finiscono per adottare un modello simile. Forse era inevitabile. Fino a un certo punto, comuni e politici eravamo sempre gli stessi. I nuovi che entravano erano, in qualche modo, legati a quelli che erano dentro. Se non si conoscevano facevano parte della stessa storia, parlavano la stessa lingua e si inserivano naturalmente nel nostro mondo, semplicemente perché‚ era il loro. Non capitava mai di non capirti. Invece, anche con i politici, succede su un altro piano quello che tra i comuni è successo con i camorristi.

Io capivo ***, o *** delle B.R. o dei Nap, ma anche altri di altri gruppi, non era quello il problema, e con loro mi ritrovavo senza problemi. Quando nel 1980-81 sono entrati tutti gli sbarbati, erano dei marziani. Lo erano per me, ma anche per i vecchi politici. Quindi anche loro hanno cominciato a ragionare in un altro modo.

La rivolta di Nuoro, quindi, nasce in un modo completamente diverso. Se la decidono in pochi, ognuno perseguendo i suoi scopi. Infatti a Nuoro ci sono anche i morti, per fortuna solo due. Qualcuno ne avrebbe fatti volentieri anche di più, perché‚ ormai stava prendendo piede il gusto della mattanza per la mattanza. In questo meccanismo ci sono finiti anche dei bravi ragazzi che si sono ritrovati, volutamente, dei morti sul groppone più per ingenuità, almeno credo, che per convinzione.

Credo che, banalmente, lo speciale ci stava mandando tutti fuori di testa; ogni azione, anche la più disperata, era ben accetta perché‚ ti dava l’illusione di essere vivo. Anche l’idea di ammazzare gli infami, anche se quanto lo fossero sul serio nessuno lo ha mai saputo, era un modo per illudersi di avere ancora uno scopo, una “chance”, mentre in realtà eri completamente sepolto vivo, e all’orizzonte non sembravano esserci molte soluzioni. In più, come sempre, c’era chi pescava nel torbido e usava queste storie per allargare e rafforzare il suo potere. Anche questa era un’illusione che non è durata molto.

“Quello che dici vale, e quanto, per i politici?”

Parecchio. Non tutti i politici, comunque, sono d’accordo. Le obiezioni che alcuni fanno sulla rivolta, e per questo rischiano di lasciarci la pelle, non sono prive di ragioni. Se dietro a queste obiezioni ci fosse anche la paura è difficile da dire, ma l’obiezione che non si poteva pensare a mettere su una rivolta come quella, con esplosivi e via dicendo, solo per rendere inagibile per pochi mesi un carcere, non era priva di senso. Secondo me, anche i politici cominciano a rendersi conto che sono fottuti, che non ci sarà nessuna rivoluzione e che gran parte delle loro truppe sembra quasi che non veda l’ora di essere presa per tornarsene a casa. Solo che per loro l’idea del fallimento è inaccettabile, e così finch‚ hanno fiato provano a mordere. Due disperazioni che diventano una miscela più che esplosiva, pericolosa e paranoica.

“In che senso?”

Perché‚ questo finirà per rompere ogni legame di solidarietà e amicizia, instaurando un clima di sospetto e terrore, esattamente quello che volevano gli sbirri e il potere.

Fonte: Emilio Quadrelli, Andare ai resti. Banditi, rapinatori, guerriglieri nell’Italia degli anni 70, Derive approdi.

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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