1 marzo 1968: la battaglia di Valle Giulia

Gli interventi del gennaio 1968 di Bobbio e Rostagno rompono la logica verticale e parlamentaristica, sottolineano la necessità di dare la priorità alla crescita del movimento anziché alla precisazione di un’astratta ideologia che inevitabilmente svolgerebbe un’azione frenante rispetto all’agitazione.

Anche in questo caso la contraddizione tra spontaneità e organizzazione rimane irrisolta, e l’analisi di Franco Fortini che definiva la questione come “un problema di tipo nuovo, nel nostro paese, dallo scorso ventennio. E’ stata la contraddizione tra una visione politica di minoranze (non limitata al conflitto con le autorità accademiche né all’indefinita protesta) e lo strumento necessario ad iniziarne l’attuazione”, continuerà a mantenere la sua validità. In ogni caso nella situazione romana, come in molte altre, viene tendenzialmente superata la pratica dell’assemblea e gli studenti si articolano in consigli o gruppi di lavoro.

Si pongono così i motivi dell’autogestione della lotta e del rifiuto della delega, che comportavano il superamento degli stessi gruppi ideologici esterni fortemente radicati nella realtà studentesca romana.

Per estensione la critica ai partiti della sinistra tradizionale si qualifica come un ulteriore approfondimento del principio del rifiuto della delega, che assume una precisa connotazione di metodo rivoluzionario, dopo il necessario passaggio attraverso il rifiuto dell'”autostrumentalizzazione”, identificata come una forma di delega interna e antitetica alla linea di massa. “Linea di massa” sarà anche la testata di una serie di documenti politici di Potere operaio che verranno pubblicati successivamente.

Il 28 febbraio il consiglio di facoltà di lettere accetta di fare gli esami nella facoltà occupata; gli studenti impongono gli “esami alla pari”, caratterizzati dalla pubblicità, dalla possibilità di rifiutare il voto, dalla firma del verbale a voto assegnato, dalla pubblica discussione del voto con l’esaminando e con gli studenti presenti. Questo tipo di esame dura un mattino: il rettore D’Avack gli nega legittimità e chiama la polizia, che caccia gli studenti dalla città universitaria; il 30 gli studenti decidono di rioccuparla e si concentrano nei pressi dell’università. Al primo muoversi del corteo si scatena lo scontro tra polizia e studenti. Uno scontro violento, imprevedibile in rapporto ai precedenti comportamenti studenteschi. Lo scontro passerà alle cronache come la “battaglia di Valle Giulia”, diventando punto di riferimento per gli studenti di tutto il paese.

“Questa giornata non serve a niente,” commentarono due attenti osservatori del movimento Oliva e Rendi, “non porta a niente, i più responsabili del movimento sono i primi a deprecarla, ma dà una nuova dimensione della realtà: dal 1960 è la prima volta che la ‘Ionga manus’ armata dell’oppressione governativa […] viene fronteggiata, e non per il braccio degli operai, non per l’organizzazione dei partiti”.

Così ricorda quell’episodio Oreste Scalzone che fu tra i protagonisti del movimento romano: “Il ’68 per noi è stata la fine del minoritarismo, l’uscita dalle catacombe. La libertà della recita di una quasi-rivoluzione. Prima eravamo marginali subalterni, costretti a ricercare lo scontro con lo stato per interposta persona, trovandoci sempre di fronte lo stato P.C.I., lo stato-sindacato, senza mai poter arrivare ad autogestire delle lotte indipendenti autonome.

“Libertà erano le assemblee di massa all’università. E Libertà era decidere di fare una manifestazione e ritrovarsi in piazza a migliaia. Libertà era non avere un quartier generale a cui obbedire, o disobbedire. “La Libertà cominciò una mattina di febbraio, un corteo interno che sciamava nella facoltà di lettere e alla fine una grande assemblea all’aula magna dove si discuteva di tutto, il potere studentesco e la Guerra del Vietnam, il governo Moro e la riforma 2314 e l’offensiva del Tet […]. “Quando uscimmo come una fiumana dalle altere porte di noce, la facoltà era occupata.

L’occupazione era come un formicaio misterioso, come se tutti circolassero senza un apparente costrutto ma tutti assieme costituissero come un grande laboratorio, un alveare preso da una feroce operosità. “Non ricordo se siano cominciati subito i controcorsi. Ricordo che il pretesto dell’assemblea era stato lo sgombero dell’ateneo di Firenze chiesto e ottenuto dal rettore Devoto. Come spesso avviene, quella decisione aveva fatto traboccare il vaso, e il movimento si trasformava in marea. “Ricordo che quello fu per me e per Lucia – stavamo insieme da qualche mese – l’inizio di una vertiginosa kermesse.

Assemblea si succedeva ad assemblea, collettivo a collettivo. Seguivamo il filo rosso e i percorsi delle occupazioni, come un magico gioco di Monopoli. L’università era al tempo stesso agorá, e crocevia in un certo senso extraterritoriale. L’università occupata era anche punto di aggregazione dei nuovi immigrati – i pendolari, i fuorisede come noi […].

“Avevo cominciato a essere uno di quelli che più parlavano nelle assemblee, avevo preso la parola in un enorme meeting al Palazzo dello Sport. “Che cosa si voleva? Che cambiasse tutto – che le università fossero autogestite, che non ci fosse la selezione […] che i vietcong vincessero, che i contenuti della cultura cambiassero, ma che soprattutto restasse in piedi questo straordinario movimento che radicalmente trasformava il nostro quotidiano.

“Libertà era la mattina di Valle Giulia. Avevano serrato la facoltà di architettura che era dunque in mano alla polizia. La sera, la notte, alla riunione del comitato d’agitazione dell’università decidemmo che saremmo andati a riprenderla. Ci svegliammo presto e andammo, orgogliosi di aver messo in piedi un embrione di servizio d’ordine (aveva come contrassegno il distintivo della Roma, che quella mattina andò a ruba). Arrivammo sotto quella scarpata erbosa e cominciammo a tirare uova contro i poliziotti infagottati, impreparati, abituati a spazzar via le manifestazioni senza incontrare resistenza.

Quando caricarono, non scappammo. Ci ritiravamo e contrattaccavamo, sassi contro granate lacrimogene, su e giù per i vialetti e i prati della zona armati di oggetti occasionali, sassi, stecche delle panchine e roba simile. Qualche ‘gippone’ finì incendiato, ci furono fermi e botte da orbi. Un gruppo guidato da me e Massimiliano Fuksas riuscì a entrare in un androne della facoltà, ma lì ci trovammo imbottigliati e presi fra due fuochi, i poliziotti che facevano una resistenza forsennata dall’interno, e i carabinieri che ci arrivavano alle spalle. Uscimmo tra due ali di carabinieri che menavano colpi roteando le giberne. Una ragazza mi si aggrappò al bavero del cappotto, scivolammo sulla schiuma degli idranti, rotolammo lungo tutta la scala e ci trovammo fuori dall’incubo.

Cariche e contro-cariche si susseguirono per tutta la mattinata e alla fine, laceri, sporchi, stanchi riorganizzammo un corteo fino a Palazzo Chigi […]. Ricordo che salii sull’obelisco di piazza Colonna che diventò poi un nostro podio naturale, dicendo: ‘Compagni! Solo quattro file di poliziotti ci separano dai nostri nemici!’ I poliziotti imbracciavano i mitra, nessuno si mosse, poi la tensione si sciolse quando alcuni deputati comunisti scesi da Montecitorio ci invitarono ad andare in delegazione a discutere con loro. Uscendo, trovammo all’edicola i giornali con su scritto: ‘Battaglia a Valle Giulia’ […].” Nel corso degli incidenti vi furono centocinquanta feriti da una parte e molte centinaia da parte studentesca, ma la polizia si era ‘ritirata’ molte volte e la pressione della base studentesca aveva guidato lo scontro senza scappare e opponendo una resistenza attiva.

Qualche tempo dopo “Vitavisia” e Pietrangeli comporranno una canzone sui fatti di Valle Giulia che rimarrà a lungo tra i pezzi forti cantati nella gioia dei grandi cortei.

Gli effetti della battaglia di Valle Giulia innescarono un’ondata di entusiasmo e di lotte in tutte le università italiane (Bari, Napoli, Cagliari, Milano, Torino, Pisa eccetera) ed ebbero anche forti ripercussioni sul nascente movimento degli studenti medi (a Milano erano state occupate in febbraio quindici scuole superiori).

Sotto la pressione del movimento e di settori democratici il governo fece rilasciare gli studenti arrestati nel corso degli scontri e diede incarico al rettore D’Avack di riaprire l’università e di trattare con gli studenti.

FONTE: N. Balestrini – P. Moroni, L’orda d’oro

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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One comment on “1 marzo 1968: la battaglia di Valle Giulia
  1. Giuseppe Spezzaferro ha detto:

    Appassionata ricostruzione. Alcuni periodi iniziali – di spiegazione – sono per me ostici. Non dispongo della relativa cultura per una puntuale comprensione. Quella mattinata per alcuni di noi non fu straordinaria. A Salerno, quando avevo 14 anni ed ero iscritto alla “Giovane Italia”, l’organizzazione giovanile missina, avevo già avuto che fare con le cariche della polizia. In alcune occasioni ci mandavano contro la Celere di Padova (avvezzi al confronto con gli operai incazzati) ed in altre fummo attaccati dai portuali salernitani di obbedienza PCI. Di manganellate e corse per le strade, mordi e fuggi, avevo quindi una certa esperienza. I compagni avevano la protezione del partito (palese o clandestina) e, dove la polizia li attaccava (a Torino, le prime volte), opponevano la “resistenza passsiva”. Una volta l’abbiamo fatto anche noi: ci facemmo trasportare di peso dal Rettorato dove D’Avack a noi (dovrei dire a me) rispose: «Ad impossibilia nemo tenetur» alla nostra richiesta di riformare alcune modalità etc. etc.
    Comunque, a Valle Giulia noi per primi, i “fascisti”, opponemmo resistenza, confermando la corrente opinione di giovani violenti amanti più della scazzottata che della dialettica raffinata. Molte sono state le pubblicazioni che nel corso degli anni hanno mostrato il contributo fattivo dei giovani in gran parte fuoriusciti dal Msi (al quale, peraltro, io non sono mai stato iscritto). Non rivendico alcunché. Ripeto: quello scontro per me è stato importante perché mi fece imboccare la strada che mi avrebbe portato alla fondazione di “Lotta di Popolo” Un fatterello: E mò a mamma come lo spiego che ho i pantaloni sgarrati?, disse uno di noi sequestrando una jeep alla polizia. Non faccio i nomi (non li ho mai fatti) perché chi voleva pubblicità e riconoscimenti ha avuto mille occasioni con interviste memoriali e quant’altro e chi, invece, ha scelto l’anonimato non sarò certo io a tradirlo. In breve: nasceva un movimento giovanile di enorme e mai visto impatto dai tempi della difesa di Trento e Trieste. Fu rovinato dal Pci che a Roma, per esempio, sciolse la federazione giovanile comunista e i “funzionari” già in carriera nonostante la giovane età portarono nel movimento la funzionale categoria di fascismo-antifascismo indebolendo la carica innovativa e, a tratti, rioluzionaria. Grazie per l’ospitalità. Puccio detto il Borbonico

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