7-8 giugno 1968: Valcarenghi racconta la battaglia di via Solferino. L’ Ms contro il Corriere della Sera

Il racconto di uno dei protagonisti, Andrea Valcarenghi, poi “Re (nudo) dell’Underground”. Dall’Orda d’oro di Primo Moroni e Nanni Balestrini

Proprio mentre le cose languono e le assemblee si riducono a due o trecento aficionados arriva, espulso dalla Cattolica, il tris di cappa che vivacizzerà il tutto: Pero, Spada e… Capanna! Pero non si fa notare, più che altro lui elabora, al contrario di Spada che con la sua sciarpona rossa è destinato a fare soprattutto il presidente-moderatore delle assemblee.

Ma è il Capanna, il bel tenebroso, che col suo carisma naturale fa subito breccia. Il suo modo di parlare “proletario” spazza via tutte le riserve pregiudiziali per Mario “il cattolico”.

Alla prima assemblea della Statale, prende la parola e per tutta l’aula magna corre un mormorio: “Arriva il profugo crociato”. Ma quando finisce il suo discorso, sono in duemila in piedi a fare clap clap.

Obiettivo il Corriere

L’otto giugno il Movimento studentesco decide in una riunione ristretta di indire un processo pubblico e una manifestazione durissima contro “il Corriere della Sera” reo di aver organizzato una campagna diffamatoria contro il movimento e la contestazione [In realtà, come è evidente dalle foto dell’Unità il “processo pubblico” si svolge la sera del 7 giugno, gli scontri proseguono nella notte fino alla retata dell’alba, ndb]. Ci troviamo a casa di Marina, c’è Falce martello, il P.c.d’I., il Movimento studentesco, il Sisso, col suo trip militare: una dozzina in tutto. Bisognava decidere le modalità dell’assalto […] era da abbandonare, infatti, l’annuncio dell’attacco al “Corriere” […] l’avevano già dato alla stampa e pubblicamente propagandato nel corso di una assemblea generale.

La comunicazione fu perfino ripresa dal “Gazzettino Padano”.

Il nostro piano segreto

Decidemmo quindi di scegliere un piano che prevedesse un metodo di attacco diverso da quello tradizionale. E questo rimase segreto fino all’ultimo. La polizia e il “Corriere” si aspettavano: raduno-corteo-occupazione. Così mentre la direzione del “Corriere” si riuniva per decidere come impedire l’occupazione e la prefettura mandava telex per chiamare rinforzi, noi decidevamo di bloccare i pulmini del giornale, si andava in scena con bastoni.

Tutti i compagni incaricati, per alcuni giorni, girano intorno alla zona di via Solferino, mappe alla mano per segnare le strade adiacenti al “Corriere”, e per individuare le caserme, i lavori in corso da trasformare in depositi di porfido il percorso dei camioncini diretti alla centrale o all’aeroporto di Linate.

Stava per iniziare quella che i giornali chiameranno la “battaglia di via Solferino”: tremila studenti contro cinquemila poliziotti.

Il comizio-processo della Lavaggi dura due ore. Dalle 21 alle 23 circa.

Circondati a piazza Duomo

Piazza Duomo è completamente circondata dai caschi blu e dai piesse. Sono in molti a credere che non si faccia più niente. Dei tremila presenti una buona parte rinuncerà al corteo.

Fino all’ultimo non si sa la decisione dei grandi capi, ma alla fine Marina conclude con la prevista condanna: “Chiudere la bocca al ‘Corriere della Sera'”! Ci si muove in colonna, sembriamo poco convinti quando passiamo tra due ali di C.C. sogghignanti in completo assetto di guerra. Si marcia verso via Solferino col groppo in gola. Infatti per la prima volta gli slogan sono rari e poco seguiti.

Se n’è accorta anche la polizia che attraverso la radio (captata da un compagno) si esprime così “Centrale stiamo seguendo il corteo, sembrano indecisi […] entriamo adesso in via Turati […] sono divisi […] a distanza […]”.

Quattro tronconi in marcia

In effetti si marcia in quattro tronconi distanziati uno dall’altro di circa duecento metri e la polizia aveva interpretato questa divisione come una scissione politica all’interno del corteo.

Infatti quando si arriva in largo Treves, di fronte a via Solferino un troncone imbocca via Statuto, gli altri due si dirigono in piazza San Marco e in largo La Foppa, l’ultimo si ferma in largo Treves.

Mentre la radio della polizia esultava “[…] si sfaldano, si sfaldano […] rinunciano ad attaccare” […] “NOI STAVAMO CIRCONDANDO il fratellino di Springer, il colosso dell’informazione mistificata tedesca”.

Io sono col troncone che per via Statuto si attesta in largo La Foppa. Dovevamo avere tutto: catenelle per unire le auto in mezzo alla strada, razzi di segnalazione, biglie per ostacolare le cariche dei piesse.

Il fermo di Saracino

Il fatto è che nonostante tutta la buona volontà non siamo ancora dei militari veri. Saracino poco prima dell’operazione viene “beccato” in piazza Duomo con un’auto carica di materiale: benzina e tutto. Questo imprevisto fa sì, per esempio, che il nostro gruppo rimanga senza razzi segnalatori e il gruppo di San Marco addirittura senza catenelle per poter fare delle barricate […] sarà l’anello debole dell’accerchiamento.

Alle 23.20 un razzo luminoso parte da largo Treves e scoppia in cielo: è il segnale. In cinque o sei incominciamo a mettere le auto in mezzo alla strada. Qualcuno che non sa del piano non è d’accordo, non capisce. Un idiota mi chiama per cognome. In breve però ci si mettono tutti e i carabinieri schierati a venti metri sembrano sbigottiti, ma non intervengono. Un funzionario in borghese parla alla radio, probabilmente chiede delle istruzioni.

Le molotov contro le auto

Ma in qualche minuto la barricata è fatta: cinque auto incatenate per i paraurti e noi dietro a preparare le bottiglie. L’ordine era di NON tirare ai poliziotti. Le bottiglie dovevano servire a incendiare le barricate per ritardare le cariche dei piesse, coprirci la fuga e avere il tempo di ricostruire una seconda barricata con le auto più indietro e così via. DA VIA SOLFERINO A TUTTO IL CENTRO, DOVEVA ESSERE MESSA A FERRO E FUOCO, MA IL “CORRIERE” NON SAREBBE USCITO. Ecco la carica: proprio mentre una staffetta in motorino ci comunica che sono stati aperti tutti i fronti di lotta tranne il nostro si vedono avanzare i “carruba” roteando le bandoliere.Sono in pochi, una cinquantina e forse è anche per questo che prima esitavano. Da dietro le auto parte una raffica di porfidi sbucati da chissà dove. “Viva la spontaneità delle masse”. Guadagnamo così almeno una decina di minuti: i C.C. ripiegano in attesa di lacrimogeni.

Tra barricate e biglie di vetro

E’ mezzanotte quando sotto la pioggia di lacrimogeni, siamo costretti ad abbandonare la prima barricata in fiamme. Quando i primi poliziotti riescono ad aggirare l’ostacolo si trovano ancora in zona calda: il primo plotoncino inciampa in un mare di biglie di vetro sparse per terra.

Sono quei tre o quattro minuti preziosi che ci bastano per costruire una seconda barricata all’imbocco con i bastioni. Ancora le auto con catene e poi dietro di noi c’è un cantiere edile con ogni ben di dio. Anche qui la creatività delle masse fa sì che quando spuntano i primi elmetti grigioverdi, dal cantiere parte una salva di mattoni e simili.

Una staffetta motorizzata che viene da piazza della Repubblica ci comunica che il “San Marco” è in difficoltà per mancanza di armi, che invece il “via Moscova” ha avuto una carica alle spalle e aveva deviato in via Brera dove da largo Treves erano indietreggiati a raggiera, fino a raggiungere corso Garibaldi. I focolai a questo punto sono sei: Solferino, Brera, San Marco, Moscova, Garibaldi, via Legnano. Ma è un continuo moltiplicarsi di barricate e di scontri. La polizia non sa più dove andare, come arginare.

L’accerchiamento riuscito

La difesa del “Corriere”, che era stata così accuratamente preparata, si trovava a essere superflua dal momento che non di assalto si trattava, ma di accerchiamento a distanza. “Astuzia da guerra!” In pratica, polizia e carabinieri erano obbligati alla difesa nel tentativo di spezzare l’accerchiamento. Infatti “il Corriere della Sera” è già pronto sui camioncini.

E’ l’una e trenta, stiamo bloccando l’edizione per il centro Italia. Certo, non può durare a lungo, infatti le colonne dei baschi blu che stazionavano in Duomo stanno convergendo su di noi.

Ma il nostro vantaggio è che noi siamo divisi su tanti fronti in piccoli gruppi mentre loro si muovono tutti insieme e ovviamente sono più lenti.

Stiamo scoprendo la guerriglia urbana, la lezione del Maggio francese. La battaglia dura quasi cinque ore. Fino alle quattro del mattino abbiamo impegnato il battaglione Padova, il Terzo celere di Alessandria, insomma i migliori, quelli specializzati nel pestaggio degli operai.

Un successo parziale

Certo non è stata una vittoria completa. “Il Corriere della Sera” ricoperto di teloni di garza plastica antisasso che la direzione aveva acquistato dopo la dichiarazione di guerra, non era stato conquistato.

E i giornali, seppure su camioncini resi anonimi da una mano di vernice sulla scritta “il Corriere della Sera” uscirono alle cinque del mattino, riconoscibili, se non altro, per l’inconsueto spiegamento di forze che li accompagnava lungo il tragitto. MA ALMENO QUATTRO ORE DI RITARDO eravamo riusciti a procurargliele.

La retata all’alba

Dopo avremmo pagato l’inesperienza, l’immaturità che ci portavamo dietro. Dopo quando all’alba, finiti gli scontri, i compagni invece di andare a casa sarebbero rimasti in giro a curiosare. Una curiosità che, come l’11 marzo del 1972 fu pagata cara.

Infatti, tra le sei e le sette del mattino ci furono oltre trecentocinquanta fermi: rastrellati per le strade, cercati in blocchi stradali, pescati, tutti euforici, al rettorato della Statale.

La lezione dell’8 giugno

Non sapevamo ancora abbastanza e dovranno passare quasi quattro anni perché tutti i compagni imparassero la lezione e cioè quando il 12 dicembre 1972 per la prima volta dopo quattro ore di scontri, la polizia riuscì a bloccare solo diciotto compagni. “I giornali di destra? Va bene, ci vanno bene!” L’indomani la stampa mette su un casino senza precedenti. I giornali moderati parlano di corteo studentesco di protesta caricato dalla polizia, i giornali di destra ci chiamano studenti estremisti, filocinesi, guerriglieri urbani.

GUERRIGLIA, SOMMOSSA, RIVOLUZIONE.

Queste sono le parole giuste! I moderati invece minimizzano. Sassi? Ma no? Razzi segnalatori? Ma andiamo, sono ragazzi! “I moderati non danno soddisfazione”. E noi ci restiamo male.
“I giornali di destra con la loro stupidità spesso sono i nostri migliori alleati” (Jerry Rubin).

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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