Blitz contro i separatisti veneti: tra i 24 arresti c’è un leader dei Forconi. La storia di San Marco

Blitz dei carabinieri del Ros contro un gruppo secessionista accusato di aver messo in atto “varie iniziative, anche violente”, per ottenere l’indipendenza del Veneto, e non solo. L’accusa mossa dalla Procura di Brescia è quella di terrorismo (270 bis c.p.): 24 i provvedimenti restrittivi, 51 indagati in totale e 33 le perquisizioni ordinate dalla procura della Repubblica di Brescia e che hanno interessato il Veneto. Tra gli indagati nell’operazione anche un leader del movimento dei Forconi e un ex deputato. Gli arresti e le perquisizioni sono state eseguite tra le province di Padova, Treviso, Rovigo, Vicenza e Verona e hanno visto impegnati i militari dei vari comandi provinciali dell’Arma. Tra gli indagati figurerebbero alcune persone vicine al noto gruppo dei Serenissimi e il presidente e la segretaria della Life, l’associazione che avrebbe avuto un ruolo particolarmente attivo nel periodo di contestazione dei cosiddetti Forconi dell’8 dicembre scorso. L’epicentro dell’indagine sarebbe Casale di Scodosia, nel Padovano.

Così oggi la Repubblica. Mi sembra utile ricostruire la storia del movimento dei separatisti veneti a partire dall’episodio che l’ha portato alla ribalta internazionale e cioè il blitz che portò all’occupazione del campanile di San Marco. L’ho raccontato così in “Fascisteria” (2a edizione, 2008):

Proprio nella provincia veneta, nella zona grigia tra integralismo cattolico e leghismo radicale matura il primo originale fenomeno di terrorismo nella seconda repubblica, la Serenissima Veneta armata, che dopo una decina di interferenze nei programmi Rai esce allo scoperto, alla vigilia del bicentenario della fine della Repubblica veneta, con un’azione clamorosa. La notte del 9 maggio 1997 8 “indipendentisti” occupano il campanile di San Marco innalzando la bandiera granata con il leone dorato del Veneto Serenissimo Governo per proclamare l’indipendenza del Veneto. Il più giovane ha 20 anni, il più anziano 51, alcuni risiedono nel Padovano, altri nel Veronese. Il blitz delle “teste di cuoio” dopo poche ore manda in galera i Serenissimi, che si dichiarano prigionieri politici. L’attacco era cominciato alle 0,20, con il sequestro dell’ultimo traghetto sulla linea Tronchetto– Lido: “Questa – annuncia il capo, armato di Mab – è un’azione di guerra”. Giovanni Girotto, comandante del vaporetto dirottato, ricorda con un sorriso l’avventura e la inquadra come un gesto dimostrativo: “Erano determinati, coordinati tra loro con radioline, ma non sembravano preparati militarmente, e prima di salire sul ferry boat hanno pagato il biglietto. Ciascuno di noi credo abbia mascherato bene la sua ma non mi sembrava ci fosse motivo per avere forti paure. Quando sono saliti con il rimorchio, hanno mostrato una certa prepotenza e hanno rischiato di investire un marinaio. Al blindato e al fatto che alcuni indossavano una tuta mimetica non abbiamo fatto tanto caso perché spesso salgono mezzi militari. Una volta a bordo, però, quello che è sembrato il ‘capo’ è salito nella sala comando e con una mitraglietta mi ha intimato di mollare gli ormeggi”. Un marinaio è riuscito ad avvertire dell’azione gli automobilisti che tornavano a terra.

Mi sono subito sembrate persone convinte della loro idea – aggiunge Girotto – ma non parevano malvagi. Hanno più volte ripetuto che non ce l’avevano con noi e inneggiavano a San Marco e alla Repubblica ‘Serenissima’. Hanno detto che non c’entravano nulla con la Lega o la Padania”. Solo dopo lo sbarco ai Giardini reali del blindato (costruito sulla struttura di un trattore e munito di un rudimentale lanciafiamme a monocarica, il commando ha liberato i 6 membri dell’equipaggio. “Il camion con il rimorchio – rileva il comandante – l’hanno lasciato a bordo dicendo che non serviva e, con una battuta, che potevano regalarlo a Scalfaro”. Dopo lo sbarco due giovanissimi carabinieri abbozzano un fronteggiamento poi, davanti al mitra spianato, si ritirano in buon ordine. Al processo si giustificheranno: “Abbiamo tentato di fermarli ma ci hanno minacciato di fare fuori tutti puntandoci contro il mitra carico (e così smontano la difesa degli Otto che parla di un ferro vecchio) e poi la centrale aveva escluso azioni di forza, pericolose per i presenti”. Una sola arma basta a tenere sotto tiro i 50 turisti che si godono una piazza San Marco pressoché deserta. Dall’allarme radio, alle 0,30, all’arrivo dei rinforzi passano 40–50 minuti nonostante il comando sia a 200 metri. Al processo l’avvocato Gasperini, senatore leghista, solleverà dubbi sul ritardo. I curiosi attratti dal trambusto sono allontanati ed è costruito un robusto cordone. Dopo l’arrivo delle autorità un giovane, con il volto bendato, dice in modo nervoso e concitato alle forze dell’ordine che sono determinati e pronti ad agire se minacciati. Alle 2 il vertice in prefettura decide la linea dura. Alle 5.30 arrivano da Pisa 30 carabinieri del Gis. Alle 6,30 gli assaltatori trasmettono il primo comunicato su Raiuno con una interferenza piratesca, simile a quelle compiute sui tg nazionali: “Parliamo a nome del Serenissimo governo e comunichiamo ai veneti che dopo 200 anni questa notte su ordine del Veneto Serenissimo Governo un reparto regolare della Veneta Serenissima Armata ha liberato piazza S. Marco. Oggi rinasce la Veneta Serenissima Repubblica che riprende a vincere perché noi l’abbiamo dotata della nostra incrollabile fede affinché essa viva. Viva S. Marco”. Alle 8.30, dopo che il sindaco Cacciari ha fallito l’ultima mediazione, le teste di cuoio entrano in azione dividendosi in tre gruppi: il primo scala il campanile usando ponteggi preesistenti e alle 8,36 entrano nell’edificio, sparando lacrimogeni. Il secondo gruppo irrompe dal loggiato, a cui accede usando il tetto mobile di una speciale Range Rover, il terzo dalla base della torre campanaria. I componenti del commando (a loro volta divisi: uno in alto, due in mezzo, tre a pianterreno) si arrendono senza resistenza – come già deciso – ma nella colluttazione uno ha un timpano sfondato e un altro finisce in ospedale in stato confusionale per i colpi in testa. Un quarto nucleo, fingendo di lanciare esplosivo, stana i due di guardia al blindato, che scappano subito. Il blitz è concluso in 8 minuti. Due ore dopo la piazza è riaperta ai turisti.

Gli otto del commando sono perfetti esempi della piena occupazione del Nordest, operai, artigiani, periti meccanici, elettricisti, sparsi sul territorio del policentrismo veneto, la città diffusa come proiezione della fabbrica diffusa. Cinque sono della provincia di Padova: un contitolare di una impresa di famiglia (Fausto Faccia, 30 anni, di Agne), tre elettricisti (Flavio e Cristiano Contin, 54 e 23 anni, zio e nipote, di Scodosia e Antonio Barison, 41 anni, di Conselve), un contoterzista (Gilberto Buson, 46 anni, aiuta la moglie nel suo laboratorio tessile di Cartura). I tre veronesi sono più giovani: due operai di Colognola ai Colli, il paese dei Soffiati (Luca Peroni, 25 anni, la moglie è incinta, e Andrea Viviani, 26 anni, tornitore alle Vetrerie riunite) e uno studente universitario di Pian di Castagné (Moreno Menini, 20 anni, figlio di un ex sindaco dc indagato per tangenti e morto schiacciato dal suo trattore). Si distinguono per un profilo pubblico basso: tranne Contin sr. e Faccia, noti militanti autonomisti, gli altri sono conosciuti come simpatizzanti leghisti e svolgono una vita sociale banale (lo sport, il bar, gli hobby e la famiglia). L’“ambasciatore” Peppin Segato, considerato un intellettuale per la laurea in scienze politiche e un libro di storia veneta scritto, stampato e diffuso in proprio, arriva a Venezia le sera del blitz poi ci ripensa e torna a casa a dormire. Quando si ripresenta la mattina dopo a Piazza San Marco scopre che è troppo tardi per assumere l’onore della trattativa, in nome e per conto del commando asserragliato (che fiducioso si era portato scorte di viveri, di biancheria e di grappa per 10 giorni ma anche un computer con 3 dischetti). In realtà puntavano a resistere due notti: il piano prevedeva per la mattina del 12 (il bicentenario) l’arrivo del “presidente” del Serenissimo governo per sconfessare le celebrazioni. Segato è arrestato nel pomeriggio a casa: nega responsabilità organizzative. Sì, il volantino trovato sul campanile l’ha scritto lui, ma tre anni prima. Il “comandante” Luigi Faccia, immediatamente fermato nella sua villetta di Senna Lodigiana, “riconosce la resa”. Accetta il confronto con il giudice, ammette quello che deve ammettere e anche qualcosa in più e in 2 giorni ottiene gli arresti domiciliari: “Se avessimo voluto fare come i tupamaros – spiega – avremmo preso degli ostaggi. Non siamo terroristi. Volevamo risvegliare le coscienze venete, cercavamo consenso e solidarietà. Doveva essere un gesto clamoroso per raggiungere i nostri fini politici”[i]. Fa ritrovare in una cascina un secondo “tanketto” artigianale, radiocomandabile: era costato 50 milioni (raccolti con collette nei bar) e 10 anni di lavoro (di sera e nei weekend) ma il giorno prima dell’assalto aveva fatto cilecca. Il procuratore Papalia precisa che gli arresti domiciliari non sono un premio, semplicemente non c’è bisogno di tenere Faccia in carcere. Il fratello Fausto ha condotto l’assalto (e per rivendicare il comando è l’unico che accetta l’interrogatorio) ma è lui il presidente. Così spiega a un esterrefatto Papalia che loro si erano indignati per la decisione di Bossi di concludere la tre giorni sul Po a Venezia: che ci azzeccano Padania e Veneto? Una sua confessione lascia attoniti gli inquirenti: neanche lui sa chi abbia scritto i comunicati minacciosi dell’Armata veneta di liberazione, che denunciano lo “strangolamento” di uno dei patrioti e parlano di “guerra di liberazione”, di “gloriosa sconfitta dimostrativa” e di “disprezzo dei diritti umani e della convenzione di Ginevra”: “Adesso diciamo agli occupanti dell’Italietta del Sud: attenzione noi non stiamo scherzando; liberate i nostri 8 patrioti al più presto e senza ulteriori brutalità oppure noi dell’Armata veneta di liberazione risponderemo occhio per occhio, dente per dente”[ii]. Particolare allarme desta una telefonata all’Ansa di Mestre: una testa di cuoio “è stata riconosciuta dalle ciglia dell’arcata sopraccigliare e presto sarà punito[iii]. Un terzo comunicato denuncia l’uso politico dell’assalto: “Tutta questa tragicommedia di Venezia è orchestrata in chiave antiveneta, anti–Nord e anti–Bossi anche se noi riteniamo Bossi e i suoi accoliti, dirigenti della Lega Nord e della Lega veneta, dei traditori”. Il bel gesto esalta gli ultrà nordisti. I tifosi dell’Atalanta, a Piacenza, espongono lo striscione “10, 100, 1000 S. Marco: Nord libero”. A Padova la curva “nera” si scatena con gli slogan sul “Serenissimo governo”…



[i] Elisabetta Rosaspina “Armata”, indagato anche un imprenditore, Il Corriere della Sera, 15 maggio 1997

[ii] Costantino Muscau L’armata veneta minaccia i carabinieri, Il Corriere della Sera, 11 maggio 1997.

[iii] ibidem

 

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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