Calendiario, 15 settembre. Vent’anni di indipendenza della Padania

padaniaIl rito di fondazione del nascente Stato padano comincia solennemente con un battesimo pagano (la raccolta dell’ampolla d’acqua sacra del dio Po) e finisce con l’invito prosastico a “gettare il tricolore nel cesso”. Il 15 settembre a Venezia non ci sono (né ci potrebbero entrare) i due milioni di persone che Bossi millanta ma anche i 120mila partecipanti reali sono una cifra. Intanto sul territorio i militanti “duri e puri”, spalleggiati dai dirigenti più esplicitamente di destra, come il torinese Mario Borghezio, s’impegnano nelle ronde securitarie, nella caccia a prostitute, piccoli spacciatori e immigrati in genere. Un terreno fertile per il reclutamento di attivisti e la conquista di simpatie elettorale di ampi strati sociali che, ansiosi di ordine e sicurezza, sbandano a destra. Quando il “prefetto terrone” destituisce il sindaco leghista di Monza per una condanna per abuso d’ufficio, il manifesto “indipendentista” della sezione cittadina è difeso dal segretario provinciale. Borghezio lo condanna: toni troppo moderati. Sulla stessa linea si colloca l’esercizio sistematico della difesa e della promozione del peggiore egoismo sociale, con il tentativo di introdurre nei concorsi indetti dalle amministrazioni leghiste (per lavoro e casa) un bonus per i residenti padani. Quando si sforza di respingere le accuse di razzismo (“Se esiste un concetto estraneo alla Lega, è il razzismo…Oggi il sistema capitalistico porta gli extracomunitari da noi per favorire la nascita di una società multirazziale, di uomini identici con uguali ambizioni e nessuna tradizione…Per me tutti gli uomini sono uguali, hanno la medesima dignità. Il più nero dei neri ha gli stessi diritti del mio vicino di casa. Ma a casa sua” Bossi rievoca le ossessioni della più radicale destra antimondialista.

Tre giorni dopo la proclamazione dell’indipendenza della Padania a Venezia, il 18 settembre 1996, la Digos va a perquisire la sede federale di Via Bellerio a Milano. L’obiettivo è la scrivania di Corinto Marchini, il capo delle camicie verdi lombarde: i dirigenti resistono con la forza e protestano perché l’ufficio perquisito era di Maroni. L’ex ministro degli Interni si distingue per combattività e così, paradossalmente, finisce in ospedale per le botte ricevute dai suoi ex “dipendenti”, che dopo alcune ore di fronteggiamento si decidono a caricare. Gli indagati sono due: Marchini ed Enzo Flego, il leader veneto delle camicie verdi. Le imputazioni sono pesantissime: attentato alla Costituzione e all’unità nazionale, associazione segreta. Gli scontri in sede daranno vita a un processo per resistenza e oltraggio che si conclude con la condanna a otto mesi degli onorevoli Maroni, Borghesio, Davide Caponini e dei dirigenti leghisti Piergiorgio Martinelli e Roberto Calderoli. Bossi, arrivato come suo solito in ritardo, a scontri iniziati, ha un piccolo sconto: 7 mesi. Il pm aveva chiesto un anno, non ritenendo calci e pugni (anche due poliziotti si erano fatti medicare in ospedale) esercizio del mandato parlamentare o dell’attività politica dei partiti, diritti costituzionalmente garantiti. Il secondo blitz è a ridosso del summit delle Procure (e di una grande manifestazione leghista a Milano), il 21 novembre 1996. L’esito delle 17 perquisizioni (sequestrate agende, documenti, camicie verdi, foulard, spille, gadget vari e volantini) per associazione di carattere militare (la Guardia nazionale padana) scatena la furia (Maroni) e il dileggio (Bossi) del vertice leghista.
FONTE: Ugo Maria Tassinari, Fascisteria (1a ed., 2001)

 

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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