10 ottobre 1978: le Br uccidono il responsabile delle carceri, Tartaglione

tartaglione

Otto mesi dopo il giudice Riccardo Palma, le Brigate Rosse assassinarono a Roma un altro magistrato del ministero di Grazia e Giustizia: Girolamo Tartaglione, un gentiluomo napoletano di 65 anni, direttore generale degli Affari penali. Durante il sequestro Moro si era opposto alla concessione della grazia a Paola Besuschio, ex studentessa di Sociologia a Trento, proposta per uno scambio di prigionieri con il presidente della Dc.

La dinamica dell’agguato

Alle 14.15 del 10 ottobre 1978 – un martedì – due killer lo attesero davanti all’ascensore del condominio dove abitava: un palazzone ex Incis di via delle Milizie 76 nell’elegante quartiere Prati. Pur abitandovi 142 famiglie, nessuno vide nulla. I sicari si dileguarono, come per moltissimi altri delitti di quegli anni, senza lasciare traccia, facendosi inghiottire tranquillamente dal traffico romano: uno degli assassini non è neanche mai finito in carcere. Tartaglione non aveva la scorta. Eppure temeva per la sua vita. Sapeva che la funzione che esercitava – i terroristi avevano in atto una campagna contro le carceri speciali – lo esponeva a gravissimi rischi. “E’ come viaggiare a 150 all’ora in autostrada e se scoppia una gomma sei morto, non c’è niente che si possa fare”, aveva confidato a un amico qualche tempo prima.

Andava al lavoro in autobus senza scorta

Lo Stato viveva i giorni più angosciosi della Repubblica, ma il dottor Tartaglione si recava in ufficio in via Arenula in autobus. Roma (prima in Cassazione, poi al ministero) era stato un approdo dopo una lunga carriera come magistrato nei distretti giudiziari del Sud. Carlo Rivolta su Repubblica scrisse una cronaca impeccabile. Gli assassini, uno dei quali vestito con una sahariana e un basco, come notò la portinaia che domandò loro dove stessero andando, si piazzarono all’ombra dell’ascensore della scala numero 3. Qui gli spararono due colpi alla nuca, Tartaglione cadde perdendo gli occhiali che volarono a metri di distanza; quindi i brigatisti fuggirono di corsa, portando con sé la borsa piena di carte del magistrato. Ad attenderli, all’ingresso, una complice; fuori, parcheggiata in seconda fila, un’auto di piccola cilindrata, pronta a sgommare; una donna sul motorino aveva seguito il giudice dal ministero a via delle Milizie. Accanto c’è una delle più grandi caserme dei carabinieri di Roma. I brigatisti se ne fecero beffe nel loro volantino di rivendicazione.

Non era un personaggio pubblico

Il dottor Tartaglione non compariva sui giornali,. Non era un personaggio pubblico. Questo particolare, lo stesso del dottor Palma, autorizzò a lungo il sospetto che ci fosse una talpa al ministero (anni dopo venne anche arrestata una funzionaria, ma le accuse nei suoi confronti caddero già in istruttoria). “Mio fratello era profondamente cattolico, e non volle mai la scorta perché non voleva vittime innocenti” spiegò nel 1993 a Giampaolo Tucci dell’Unità la sorella Maria.
Ci vollero anni per fare luce sul delitto. Quando Patrizio Peci si pentì, nella primavera del 1980, Giancarlo Caselli gli chiese subito se conoscesse gli assassini di Tartaglione. Non ne sapeva nulla. Era stata “una cosa” della colonna romana e le Br erano ormai rigidamente organizzate per compartimenti. Si seppe in seguito che il primo obiettivo era stato Alfredo Vincenti, un altro giudice in servizio al ministero, ma a un certo punto dell’inchiesta interna il capocolonna Prospero Gallinari disse che non andava bene e indicò in Tartaglione un obiettivo di maggior rilievo politico.

Ad agire Casimirri e Lojacono

La riunione decisiva si tenne pochi giorni prima in un locale all’Aventino, il Caffè du Parc. Lì vennero distribuiti gli incarichi: Alessio Casimirri era il killer designato; Alvaro Lojacono avrebbe svolto compiti di copertura entrando nel palazzo con la sahariana e i baffi finti; Adriana Faranda era la donna che il giudice incontrò entrando nel palazzo; alla guida dell’auto nera li attendeva Massimo Cianfanelli; Rita Algranati, moglie di Casimirri, era la vedetta sullo scooter. Fu Casimirri a uccidere materialmente. Uscendo la portinaia domanda se per caso avessero sparato. E Lojacono: “No, non mi sembra”. Fecero trovare la rivendicazione in un cestino di via del Tritone: “Tartaglione un esperto tra gli esperti, impegnato contro i proletari nei tribunali e nelle carceri”.
Quando si seppe com’erano andate le cose era ormai troppo tardi. Casimirri era già riparato – nel 1983 – in Nicaragua e, benché gravato da sei ergastoli tra cui quello per il delitto Moro, non è mai andato in galera. Fa il ristoratore. Lojacono vive nella Svizzera francese dopo che nel 1986 ha preso la cittadinanza elvetica grazie alla madre ticinese. Pesarono forse i lignaggi famigliari; Casimirri è figlio di un funzionario della sala stampa vaticana. Entrambi non possono essere estradati.


fonte: la Repubblica/Concetto Vecchio

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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