Da Chiavari alle Brigate Rosse. Il racconto di Moretti

Il 1° novembre 1969 si svolge a Chiavari, all’hotel Stella Maris, un convegno dei quadri del Collettivo politico metropolitano che è considerato una delle tappe più significative nel passaggio alla lotta armata. Una enfasi a posteriore: nel libro del 1975 del Soccorso Rosso il meeting non è considerato degno neanche del titolo di un paragrafo. Anche Mario Moretti, nel libro intervista con Rossana Rossanda e Carla Mosca, ne ridimensiona l’impatto e ricostruisce la dinamica generale,

All’inizio il Cpm non si presenta neanche come un gruppo – non ha una linea precisa – ma come un luogo di ricerca d’una piattaforma capace di mettere insieme soggetti diversi come gli operai della Pirelli, i tecnici della Ibm e della Siemens, e chi stava nei Collettivi lavoratori-studenti. Gli animatori del Cpm sono Simioni e Curcio, ma è nella sua natura che le singole realtà di fabbrica che lo frequentano mantengano la propria autonomia.

Hai conosciuto bene Simioni?

Quanto basta per separarmene molto presto. Il dibattito nel Cpm si stringe, si accelera, e non solo per nostra volontà. Gli avvenimenti incalzano, l’avversario non sta a guardare, ci sono i primi processi di ristrutturazione in fabbrica, la polizia si fa violenta nelle piazze, cominciano a scoppiare le bombe, con Piazza Fontana c’è chi comincia a far politica con le stragi. Allora da un generico discorso sulla violenza si passa alla discussione sulla lotta armata. La verità è che non abbiamo un’idea precisa di come far fronte a una situazione che sfugge al nostro controllo.

Abbiamo chiara soltanto una cosa: stanno attaccando quel che siamo diventati, non dobbiamo cedere, il movimento deve mantenere l’offensiva. Siamo lontanissimi da una teoria sulla lotta armata, e ancora più da una sua organizzazione. Però ne sentiamo la necessità. Se ne trovano gli accenni nel famoso libretto giallo che fu elaborato in un convegno che il Cpm tenne a Chiavari. In un pensionato di nome Stella Maris.


Chi venne a quel convegno?

Praticamente tutti i dirigenti dei comitati di base di Milano. Fu una discussione intensa e contraddittoria, era una fase di passaggio, il che fare è confuso. A un certo punto ci accorgiamo che il convegno, pur indetto con una certa riservatezza, è sorvegliato da alcuni poliziotti della Squadra politica di Milano: li conoscevamo benissimo, almeno quanto loro conoscevano noi. Sulle prime c’è grande preoccupazione, temiamo una retata, una provocazione. Ma appena una compagna scopre un pianoforte in una delle sale e siede alla tastiera, ci mettiamo a cantare a squarciagola Bandiera rossa. Alle tre di notte. Altro che clandestinità, l’allegria ha il sopravvento persino sulla buona creanza. Ma tornati a Milano cominciamo a riflettere sul serio sul che fare. E quasi subito parte un dissidio con Simioni, che porterà me e un piccolo gruppo di compagni a uscire dal Cpm.

Simioni non ti va giù, perché?

Non sopportavo il suo modo di fare. Cominciavamo appena a far qualcosa di concreto oltre le chiacchiere, non c’era ancora un progetto definito, ma una cosa io e i compagni della mia stessa formazione avevamo chiara in testa: sarebbe stato un disastro se si fosse andati a qualcosa di men che controllabile. Simioni era l’opposto. Aveva la mania della segretezza, un po’ millantatore e un po’ suggestionato dai romanzi di spionaggio. Ma ci voleva altro che far qualche nome della guerriglia latino-americana per coinvolgerci in avventure non trasparenti. Un dissidio sul metodo era più che sufficiente per dare un taglio netto, almeno per me. Se accetti dei livelli di segretezza, accetti una gerarchia.


Accettasti gli uni e l’altra nella clandestinità.

È ben altro la divisione dei compiti in una organizzazione clandestina. Hai le strutture di verifica, il flusso delle decisioni non è unilaterale, la rotazione degli incarichi è fisiologica. Non era questo che veniva proposto e praticato nel Cpm. Che cosa volesse fare Simioni e che cosa poi effettivamente abbia fatto, non so. Da allora non mi ha più interessato né l’ho rivisto. Con me sono venuti via alcuni compagni che lavorano nella scuola, negli ospedali, qualcuno della Siemens, tra i quali Corrado Alunni.7 Non è stata una rottura politica con il Cpm, che non era un’organizzazione, era più movimento che altro. I rapporti con quelli di noi che lavorano in fabbrica rimangono gli stessi.


Curcio è d’accordo?

Ne parlo a lungo con lui. Ne abbiamo discusso tutto un pomeriggio, su una panchina nei giardini davanti alla Comune di Piazza Stuparich. Io non stavo facendo una scissione. Pensavo che fosse venuto il momento di prepararsi alla lotta armata, e che questo non si potesse fare nel Cpm e con i suoi metodi. Convenimmo che me ne andassi. Ma avevamo in mente la stessa cosa e fu facile dirci che, magari senza Simioni, ci saremmo ritrovati.
Rimproveri al Cpm che non si decidono sulla lotta armata e nello stesso tempo fanno del segretismo?

Io non gli rimprovero niente. Trovo inaccettabile che si vada a scelte che sarebbero state un passo irreversibile, e che lo si faccia per così dire alle spalle. D’altra parte forse forzavo i tempi, ma discutere seriamente di un movimento armato mi pareva urgente. In fabbrica lavoravamo già in questa ottica, pur conservando ciascuno i propri impegni sindacali, o nei comitati o nei reparti. Sta di fatto che ci separammo dal Cpm. Per senso di responsabilità, misi fine anche alla vita nella Comune, sia pure con molti rimpianti.

È stata una esperienza bellissima. Sarà che eravamo giovani, ingenui, inesperti e chissà cos’altro, ma fa bene aver provato una volta nella vita, anche se per poco, un modo di esistenza diverso e pieno di entusiasmo. Più tardi noi delle Br ci siamo condannati a vivere soltanto nell’immaginazione le idealità che chiamavamo comunismo. Quando mia moglie, il bambino e io ce ne andiamo dalla Comune, sento che non si tratta soltanto di andare ad abitare da soli, che una stagione si è chiusa.


Dopo la vostra uscita dal Cpm che lavoro fate? Che cosa intendi per «lotta armata» quando le Brigate Rosse sono appena in incubazione?

Non voglio sopravvalutare quel che facevamo. All’apparenza nulla cambia, c’è un mutamento ma dentro al solito guscio. Il gruppo di compagni che è con me discute e sperimenta le prime tecniche della clandestinità, come falsificare documenti, predisporre delle basi, dei laboratori. Reperiamo qualche arma. Non sappiamo neppure se quel che stiamo facendo servirà davvero. Non ci sono precedenti di guerriglia in una metropoli industriale come Milano. Le informazioni di alcuni rifugiati sudamericani non ci sono di grande aiuto, perché vengono da tutt’altre situazioni. Dobbiamo inventare tutto. Sarà così sempre per le Brigate Rosse; non somiglieremo a nessun altro, neanche sul piano delle strutture e del modo di combattere.

Siete soli o in contatto con altri?

Siamo in contatto con i compagni che, attraverso Sinistra Proletaria, fanno le prime azioni delle Br alla Pirelli. È questo il salto che occorreva, lo capiamo. Badate che le prime azioni delle Brigate Rosse non sono così lontane da quelle più aspre del movimento operaio tradizionale, che conosce dure violenze. Ma c’è un elemento che le rende dirompenti: vengono rivendicate. Quando un gruppo di operai dice: “Sì, la tal cosa l’abbiamo voluta e ci siamo organizzati per farla” ne cambia radicalmente la natura. È l’assunzione di un’offensiva, fa circolare l’idea che lo scontro può andare oltre i soliti limiti, che non si tratta più di essere violenti un attimo e poi vergognarsene, lanciare il sasso e nascondere la mano. Si dice chiaro che vogliamo aggredire l’azienda, il capitale. Che questo vogliamo fare e faremo.

Non ti trovavi con Curcio e con Mara quando inventano il nome Brigate Rosse? E nasce la prima brigata alla Pirelli?

No. In vent’anni ho sentito almeno tre versioni sulla nascita del nome e del simbolo delle Br. Scelgo quella in cui c’è Mara, perché è lei che mi ha insegnato a fare la stella a cinque punte dopo che l’ho vergognosamente sbagliata sul cartello al collo di Mincuzzi quando lo rilasciamo davanti ai cancelli dell’Alfa Romeo. Io sono esperto nel disegno tecnico, è il mio mestiere, ma per far come si deve la nostra stella ci vuole un pizzico di fantasia: si prende una moneta da cento lire… be’, lasciamo perdere. Non vorrei che a qualcuno venisse in mente di ricominciare.

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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