Carlo Ala, guardiano Fiat ucciso per sbaglio a Torino

Il 31.1.1980. verso le ore 21.50, sei giovani militanti dei Nuclei comunisti territoriali, tutti armati, fanno irruzione all’interno dello stabilimento “Framtek” del gruppo Fiat, in Settimo Torinese. Dopo aver immobilizzato due sorveglianti di turno Carlo Ala e Giovanni Pegorin, la guardia giurata del servizio trasporto valori Elio Lutri e l’autista del pullman aziendale, Roberto Paoletti, lanciano due ordigni esplosivi all’interno dell’infermeria e, prima di fuggire, esplodono una decina di colpi d’arma da fuoco, con due pistole e si allontanano su un’auto rubata il giorno prima. I due sorveglianti, feriti, vengono trasportati in ospedale, dove Ala muore per dissanguamento dall’arteria femorale. Il gravissimo attentato è rivendicato con la consueta telefonata all’ANSA e successivo volantino.
Un caso da manuale
La tragedia della Framtek (gli stessi giudici riconosceranno che non c’era volontà omicida) è un caso da manuale di una dinamica diffusa nella fase calante della lotta armata. I quadri militari spingono per l’innalzamento del livello di scontro scavalcando o rompendo esplicitamente della leadership politica. Poi, finiti in prigione, si pentono e tentano di esternalizzare le proprie responsabilità, coinvolgendo i compagni ben oltre le proprie responsabilità. L’archetipo di questa tendenza è Carlo Fioroni. Il capo del commando, nel suo piccolo, ne è un buon esempio: prima forza la mano chiedendo un’azione esemplare, già con l’idea di passare a Prima Linea, poi coinvolge il leader politico del gruppo che aveva espresso il suo dissenso sull’innalzamento dello scontro
Il contesto
Il 9 ottobre 1979 la Fiat licenzia a Torino 61 dipendenti in odore di terrorismo. Tra questi, uno, Gianluca Santilli partecipa alle riunioni dei NCT, la struttura clandestina di “Rosso”. Una rete illegale di scarsa capacità operativa, che pratica forme di combattimento diffuso, sul modello dei Collettivi politici veneti: attacchi notturni a sedi di partito o agenzie del controllo sociale, incursioni diurne in agenzie immobiliari o organizzazioni padronali. Ma nel gruppo c’è chi spinge per un salto di qualità: in particolare il leader del nucleo di Settimo Torinese.
Luciano Bettini è un militante che non è rientrato da una licenza in carcere, passando in clandestinità e svolge anche compiti logistici per il network nazionale. Poiché è in corso a Torino una grande campagna di Prima Linea contro la Fiat (con l’omicidio dell’ingegnere Ghiglieno e l’assalto con decimazione alla Scuola di formazione aziendale) prende corpo l’idea di assaltare un’azienda Fiat decentrata, di danneggiarne la direzione e di ‘punire’ uno dei sorveglianti, in quanto rappresentante della categoria. I guardioni infatti avrebbero avuto un ruolo significativo nella selezione degli estremisti da licenziare.
Un progetto troppo ambizioso
A spingere sull’acceleratore concorre il blitz del 21 dicembre 1979: buona parte della rete organizzativa milanese è smantellata dopo le confessioni di Carlo Fioroni. L’assalto proposto da Bettini è un progetto ambizioso, superiore alle capacità e alle forze del Nucleo che si misura in un’impresa temeraria anche per superare le difficoltà interne, per fare quel ‘salto di qualità’ che consenta di qualificarsi per la candidatura a Prima Linea.
Il leader politico torinese di “Rosso”, Guido Borio è contrario alla gambizzazione: sia perché gli attacchi all’uomo non rientrano nella pratica militare del gruppo sia perché è consapevole dell’inadeguatezza delle membra (a Torino non si fanno neanche rapine di autofinanziamento). Poiché gran parte dei partecipanti all’assalto (Del Medico, Ghiotti, Mihalic, Zaninetti, Bettini, Alfieri) si pentono, i giudici accetteranno la versione che Borio, inizialmente contrario, avrebbe ceduto, ponendo come condizione che ci fosse un unico ferito. Condizione evidentemente non rispettata. E si prenderà una condanna a 26 anni continuando a proclamarsi innocente … Ma vediamo come si ricostruisce la tragedia nel volume Torino e il Piemonte alla prova del terrorismo
Il processo
Nel 1985 si concluse il processo contro i “Nuclei comunisti territoriali” che sentenziò 90 condanne per complessivi 360 anni di reclusione per diversi reati commessi fra il 1978 e il 1980 a Torino. Al latitante Giancarlo Santilli, ritenuto responsabile di concorso morale nell’omicidio di Carlo Ala oltre che di organizzazione a banda armata venne comminata una pena di trent’anni, a Federico Alfieri 24 anni e soltanto 9 anni ai pentiti protagonisti dell’assalto mortale, Danilo Mihalic, che sparò i colpi che uccisero il sorvegliante, e a Luciano Bettini, che organizzo e guidò l’assalto.
Nonostante lo stralcio processuale il leader del gruppo, Guido Borio sarà condannato a 26 anni per un delitto a cui non aveva partecipato nel quadro di un’azione a cui aveva dato il consenso solo escludendo il ferimento dei guardioni. In una riunione nazionale di due mesi prima, infatti, aveva sottolineato l’assoluta inadeguatezza “militare” del gruppo, incapace finanche di effettuare rapine. Tanto meno, quindi, di attaccare in sicurezza uomini armati ed esperti, come i guardioni Fiat. Quarant’anni dopo Borio sarà ancora processato come ideologo sovversivo. In questo caso del notissimo centro sociale Askatasuna: ma stavolta il verdetto sarà di assoluzione.
I Nuclei Comunisti territoriali
I Nuclei Comunisti Territoriali (NCT) nascono a Torino nell’ambito di quella parte di “Autonomia Operaia” che si riconosce nelle posizioni espresse dalla rivista “Rosso” che, per qualche tempo, ha avuto una sede in via Giulia di Barolo a Torino. Dalla loro formazione, fino a luglio del 1980, data del loro scioglimento anche per il passaggio di alcuni aderenti in altre organizzazioni, hanno rivendicato i seguenti attentati:
Il 20 dicembre 1978, a Torino, verso le ore 16.00, due giovani armati, di cui uno a viso scoperto ed altro con viso coperto da una sciarpa. Muniti di una ricetrasmittente, fanno irruzione nella sede dell’Unione Piccoli Proprietari Immobiliari, in C.so San martino n.3. Dopo aver immobilizzato i tre impiegati, tracciano delle scritte sui muri con vernice spray rossa, dopodiché si allontanano, prelevando un fascicolo con la contabilità dell’ufficio.
Il 6 gennaio 1979, a Torino, cinque giovani fra cui una donna, tre dei quali armati, fanno irruzione nella sede dell’Immobiliare S.p.A. di C.so Galileo Ferraris n.146. Dopo aver immobilizzato e legato gli impiegati, portano via la documentazione ed il denaro degli impiegati. L’attentato è rivendicato con un volantino.
Il 18 marzo 1979, a Settimo Torinese, lancio di bottiglie incendiarie contro le abitazioni di Vigone Pier Paolo, Direttore dell’Unione Piccoli Imprenditori Industriali e di Ferraris Carli, titolare di una fabbrica di penne a sfera.
Il 27 marzo 1979, a Settimo Torinese, lancio di un ordigno esplosivo contro l’ingresso dello studio medico del dott. Burzio Pietro.
Il 20 aprile 1979, verso le 22,05, all’interno del magazzino Selleria Officina montaggio dello stabilimento Lancia di Chivasso , si sviluppa un incendio che causa ingenti danni al materiale ed alle strutture del capannone.
21.04.1979, Torino. Danneggiamento dello studio del professore Siro Lombardini, all’interno della sede della facoltà dell’Università di via Sant’Ottavio n.20
23.4.1979, Attentati alle sezione della DC di Settimo Torinese e di Grugliasco
25.4.1979, Attentati a Torino al Comitato spontaneo di quartiere “Lucento”, via Verolengo n.167/A; alla 8^ Sezione di via Fontanesi n.34 e alla XI^ Sezione della DC di via Baltimora n.152.
Il 28 aprile 1979, a Torino, verso le 22, incendiati i locali del “Comitato di Quartiere Aurora-Valdocco”, via Sassari n.1, danneggiando la porta d’ingresso e l’arredamento.
Il 18 maggio 1979, a Torino, verso le 00.30, bottiglia incendiaria contro l’ingresso del “Comitato di Quartiere Perella” di via G. Medici n.121.
Il 18 maggio 1979, a Settimo Torinese, verso le ore 23.15, due giovani, a bordo di un’auto, lanciano alcune bottiglie incendiarie contro l’abitazione dei fratelli Francesco e Giuseppe Mazzier, titolari di una ditta di penne a sfera; l’incendio provoca danni ad una autovettura ed ad alcuni oggetti del giardino.
Il 5 luglio 1979, a Torino, verso le 17.40 in C.so Giambone n.46/14 di Torino, davanti alla porta d’ingresso di Bocchino Luigi, caporeparto alla Fiat Mirafiori, lasciano un ordigno a tempo che provoca la distruzione della porta e la rottura dei vetri delle finestre del pianerottolo.
Il 17 ottobre 1979, a Torino, verso le 2.30, in via Chambery n.61/45 di Torino, incendiano l’autovettura di Minnelono Pier Giorgio, impiegato dell’A.T.M. marito di Passarella Adriana, capogruppo allo stabilimento Fiat ricambi di Volvera.
La base in Val Varaita
Nell’ottobre 1979, la Digos localizza in alta Val Varaita, a Torrette di Casteldelfino (CN) una baita riattata occupata da alcuni giovani forestieri i quali, stranamente, soggiornavano in zona in un periodo tutt’altro che favorevole alle vacanze.
Dopo un periodo di osservazione e pedinamenti, il 6 novembre, a un appuntamento, la Polizia blocca, nella stazione dei pullman di Saluzzo, una donna e due uomini, che viaggiano armati.
I tre vengono identificati per Claudio Vito, Elena Vento, e Massimo Lorimer Vargiu, ricercati e già implicati in indagini sull’attività dei NAP.
Nel corso della successiva perquisizione nella baita, vengono rinvenuti un fucile mitragliatore e dei caricatori, delle pistole e delle munizioni, materiale per la manutenzione delle armi, delle bombolette di gas paralizzante, una parrucca, oltre altro materiale di interesse operativo.
La base di Via Vanchiglia
Nella baita di Torrette, oltre alle armi, la Polizia trova una infinità di foto, scattate dai terroristi durante la latitanza.
Da alcune diapositive, che riproducono uno scorcio panoramico di Torino, si riesce a localizzare la soffitta, da cui sono state riprese, in via Vanchiglia, la quale, è stata già sgomberata.
Dall’esame del materiale trovato nella base di Torrette e della soffitta di via Vanchiglia n.25, emergono elementi che conducono all’arresto di Varesio Enrica; Varesio Vittorio, Sassi Clara e Faraggiana Giorgio.
Mentre i primi due appaiono implicati nell’inchiesta marginalmente e non sembrano collegati all’organizzazione eversiva, il Faraggiana e la Sassi occupano una posizione alquanto diversa.
Faraggiana Giorgio, insegnante presso il Politecnico, è da “sempre” noto per la sua passata militanza in Potere Operaio, per i suoi collegamenti con Dalmaviva, Scavino, Adriana Garizio, e in genere con personaggi gravitanti nell’area della lotta armata, mentre la Sassi Clara, legatissima al Faraggiana, è pure nota all’Ufficio, è l’intestataria della soffitta di via Vanchiglia.
Gli ultimi attentati
Verso le 9 del 10 marzo 1980, quattro giovani armati, tra cui due ragazze, a viso scoperto, fanno irruzione nella sede dell’agenzia immobiliare “RIVA” di via S. Secondo n.49, rinchiudono i presenti nella toilette e si impossessano di alcuni documenti d’ufficio e di soldi. Prima di fuggire, lasciano un ordigno incendiario con congegno a tempo che, esplodendo, distrugge completamente l’arredamento.
La notte del 27 aprile 1980, verso le 04.00, viene collocato un ordigno esplosivo nel porticato dell’abitazione del “Pentito” di Prima Linea Sergio Zedda. La deflagrazione provoca danni alle strutture murali e la rottura dei vetri.
Verso le 00.30 del 4 luglio 1980, davanti all’ingresso della società immobiliare Casalegno di C.so Margherita n.7, a Torino, l’esplosione di un ordigno provoca notevoli danni alle strutture murali ed all’interno degli uffici. E’ l’ultimo attentato dei Nuclei Territoriali Comunisti.
Gli arresti
[Nel febbraio 1980 Luciano Bettini, che si era allontanato da Torino dopo l’omicidio Ala, è arrestato durante una rapina di finanziamento nel Milanese. Resterà per due anni e mezzo su posizioni intransigenti per poi “pentirsi” alla fine del 1982 e confermare le accuse degli altri arrestati, ndb]
Il 24 marzo 1981, la Polizia arresta Guido Borio, esponente di rilievo a Torino, dell’area di “Rosso”, che risulterà poi essere stato il capo ideologo dei “Nuclei Comunisti Territoriali”.
Nei primi mesi del 1982, Polizia e Carabinieri raccolgono il frutto di mesi di indagini, condotte per individuare i militanti dei Nuclei Comunisti Territoriali, e scoprire gli autori di tutti gli attentati rivendicati dall’organizzazione.
Dopo l’arresto di Guido Borio e la scoperta che due militanti di Prima Linea, Federico Alfieri e Luciano Del Medico, già arrestati, hanno fatto parte, prima di passare alla nuova organizzazione, dei NCT, le forze dell’ordine in un’operazione coordinata, il giorno 26 gennaio, arrestano Luigi Fabbri, Roberto Zaninetti, Massimo Ferro, Andrea Aleandri, Michele Bocchio, Carlo Ghiotti, Ulisse Palumbo. A Bologna e Alessandria la Polizia arresta Eolo Fontanesi e Danilo Mihalic.
Prato Gugliemo che frattanto è pure transitato tra i terroristi di Prima Linea, viene invece arrestato ad Arlena di Castro il 23.1.1982 [nella caccia all’uomo scatenata dopo un commando di rapinatori ex di Prima Linea ha ucciso due carabinieri il 21 gennaio, a Monteroni d’Arbia, nel Senese. Scarcerato in seguito riparerà all’estero, riuscendo a far perdere le proprie tracce ndb].
Qualche giorno dopo, la Digos e i Carabinieri di Torino, il 3 febbraio arrestano Massimo Marongiu, Massimo Veggia, Aldo Vieceli, Laura Cialente. Maria Luisa Serra. Massimo Bruognolo, Carlo Rubilotto, Daniele Buso, Patrizia Gianoglio, Gennaro Conte, Renato Poncina, Remo Ricciotti, Patrizia Beltrame e Maria Grazia Spina. Vengono anche arrestati Giorgio Faraggiana e Clara Sassi, che, dopo la scoperta delle basi di Torretta di Casteldelfino e di via Vanchiglia, sono stati nel frattempo scarcerati.
Le confessioni di Mihalic
Con gli arresti di gennaio e febbraio 1982, Polizia e Carabinieri sono riusciti a dare un nome agli autori di numerosissimi fatti delittuosi compiuti negli anni precedenti dai Nuclei Comunisti Territoriali, molti dei quali non rivendicati dall’organizzazione.
Determinante si rileva il contributo di Danilo Mihalic, il quale, prima con la polizia e poi con i magistrati, decide di collaborare con la giustizia e, con le sue dichiarazioni consente di fare piena luce su una organizzazione terroristica molto pericoloso, anche se non ha raggiunto i livelli delle Brigate Rosse e di Prima Linea. Oltre agli attentati rivendicati dagli NCT, vengono così scoperti anche gli autori di molte “azioni” compiute dall’organizzazione e mai rivendicate [tra cui le rapine di autofinanziamento dei NCT, ovviamente non rivendicate]:
- 10.12.1977: incendio alla Fiat Mirafiori, provocato da un ordigno con congegno a tempo, abbandonato in un reparto da un militante degli NCT;
- 27.10.1977: lancio di bottiglie incendiarie contro gli uffici della ditta Quarcetti di Torino;
- novembre 1977: esproprio in un negozio di jeans in Piazza Pitagora di Torino, compiuto da otto giovani, fra cui tre ragazze;
- 1.12.1977: attentato contro alcuni furgoni dello scalo ferroviario merci, della ditta Zuct Ambrosetti di Torino;
- dicembre 1977: esproprio di un negozio jeans di via Rattazzi di Torino compiuto da alcuni giovani armati;
- gennaio 1978: incendio dell’autovettura dell’agente di Custodia Lorenzo Cutugno, che sarà poi ucciso dalle Brigate Rosse;
- gennaio 1978: attentati all’IFAS ed al carcere minorile “Ferranti Aporti” di Torino;
- aprile 1978: incendio dell’autovettura del proprietario della ditta Accarini di Torino, ove è in corso una vertenza sindacale;
- giugno 1978: rapina a uno studio dentistico di C.so Rossellini a Torino, compiuta da tre giovani armati;
- giugno 1978: incendio delle autovetture di tre professionisti torinesi;
- giugno 1978: irruzione al deposito auto Fiat Rivalta, compiuta da cinque giovani che, dopo aver immobilizzato il guardiano, incendiano numerose auto;
- luglio 1978: attentati in contemporanea a quattro concessionari Fiat di Torino e dintorni;
- luglio 1978: attentato al treno-navetta della ditta Fiat, compiuto da 6 giovani, tra cui 4 ragazze, i quali mediante taniche di benzina ad innesco chimico, danno alle fiamme numerose auto che vengono trasportate all’esterno dello stabilimento;
- luglio 1978: rapina da 25 milioni ad una autovettura che trasportava buste paga;
- gennaio 1979: rapina di 600 mila lire all’Istituto scolastico Cairoli di Torino, compiuta da tre giovani armati;
- maggio 1979: tentata rapina delle buste paga ad una fabbrica della Val di Susa. La rapina non riesce poiché le buste sono già state distribuite agli operai. I cinque rapinatori fuggono, portando via l’arma della Guardia Giurata di servizio;
- giugno 1979: rapina di 20 milioni alla Banca di Turbigo, compiuta da cinque giovani armati;
- luglio 1979: rapina di circa 1 milione ad un bar di C.so Sebastopoli angolo via Lima a Torino.
FONTE: Fabio Iadeluca, Il terrorismo in Piemonte dal 1972 al 1982
La sentenza
“Verso le ore 21 e 50 del 31 gennaio 1980 quattro giovani, armati di pistola ed a viso scoperto, approfittando dell’ingresso degli operai dell’ultimo turno, facevano irruzione all’interno dello stabilimento della soc. FRAMTEK (del gruppo FIAT – TEKSID), sito in via Milano n. 199 di Settimo Torinese.
Due di essi, puntando le armi, spingevano il sorvegliante in divisa Carlo Ala nella guardiola sita sulla destra della fabbrica, ove già si trovavano l’altro sorvegliante, Pegorin Giovanni, e due persone in borghese: Lutri Elio, addetto al servizio di scorta valori quale appartenente al “Consorzio Orione” del gruppo FIAT, e Paolotti Roberto, autista del pullman destinato al trasporto degli operai a domicilio.
Il primo dei terroristi, appena entrato, esplodeva un colpo di pistola ai piedi dell’Ala, peraltro senza colpirlo, ed era subito invitato a desistere dal secondo complice. Indi gli aggressori imponevano ai quattro presenti di sdraiarsi per terra. Mentre due terroristi restavano nella guardiola a tenere a bada le vittime con le armi puntate, gli altri due uscivano e, attraversato l’androne d’ingresso della fabbrica, raggiungevano il locale destinato ad infermeria e, attraverso la porta – da essi aperta – vi lanciavano due ordigni esplosivi.
Gli spari e la fuga
Contestualmente i due terroristi rimasti nella guardiola sparavano numerosi colpi di pistola (cal. 7 e 65 e 38 special) alle gambe dei sorveglianti Ala e Pegorin, e subito raggiungevano di corsa gli altri due complici sul piazzale della fabbrica. Ivi uno di essi, munito di occhiali da vista, sotto la minaccia di una pistola costringeva due donne, Oresti Giovanna e la madre, sedute a bordo di un’auto in attesa di un congiunto al termine del turno di lavoro, a spegnere il motore ed i fari della vettura. Sempre sul piazzale, i quattro malviventi erano raggiunti e presi a brodo di un’auto (forse una Fiat 131 amaranto), guidata da un complice e sino ad allora rimasta in sosta ad un centinaio di metri dallo stabilimento, che si allontanava in direzione dell’abitato di Settimo Torinese. Il Lutri cercava di bloccare la fuga, sparando verso l’auto alcuni colpi con la sua pistola, ma senza riuscire nell’intento. Lo stesso, anzi, mentre rientrava nella fabbrica, percepiva una seconda esplosione nel locale adibito ad infermeria, ove si sviluppava un incendio, domato dai VV.FF. subito dopo il loro arrivo.
I soccorsi
Nel frattempo l’ambulanza della “Croce Rossa” di Settimo Torinese, prontamente accorsa dietro chiamata telefonica, trasportava all’ospedale “Maria Adelaide” di Torino i due feriti, ai quali erano prestate immediate cure. Senonché il povero Ala decedeva alle ore 22 e 45 per l’emorragia ed il grave stato di shok conseguente alle varie ferite riportate agli arti inferiori. Il Pegorin, invece, era ricoverato con prognosi di giorni 60 per ferite da arma da fuoco ad entrambe le gambe, su cui erano riscontrate la frattura di una tibia e di un femore.
Verso le 22 e 50 perveniva alla locale agenzia ANSA la rivendicazione della complessa azione criminosa con una telefonata anonima: i Nuclei Comunisti Territoriali si attribuivano la paternità dello “azzoppamento” di 3 sorveglianti della FRAMTEK e dell’incendio dalla direzione dello stabilimento; l’interlocutore annunciava che l’azione rappresentava l’inizio della “campagna contro la FIAT”. Tale messaggio era posto in diretta relazione con l’affermazione fatta dai terroristi mentre tenevano le quattro vittime sotto la minaccia delle armi (che, cioè, appartenevano al “Nucleo Comunista Territoriale”, secondo il preciso ricordo del Lutri)”.
Le confessioni
Le confessioni degli imputati Del Medico, Ghiotti, Mihalic, Zaninetti e, quella successiva, di Bettini, hanno consentito di individuare i responsabili.
In particolare, è emerso che hanno preso parte alla fase esecutiva dell’operazione i predetti imputati, nonché Alfieri.
Al riguardo Bettini ha chiarito che “il progetto prevedeva questa dinamica: Alfieri deve entrare per primo; ha la divisa da P.S.; deve presentarsi ai guardiani fingendo di chiedere notizie su di una persona e in realtà esibire la pistola ed entrare nella guardiola, bloccando il guardiano. Subito dietro devo entrare io e dietro di me Danilo (n.d.r. è il nome di Mihalic). Ghiotti deve aspettare un minuto dal nostro ingresso ed entrare a sua volta con la tanica di benzina e l’ordigno esplosivo per l’azione di sabotaggio contro gli uffici – che sono in un edificio diverso dai locali del guardiano – deve avvenire in pratica contemporaneamente all’azione di invalidamento, che deve essere fatta da Mihalic. Io devo, appunto, controllare lo svolgimento della vicenda all’interno della guardiola e dare il via al Ghiotti, che nel frattempo deve essere assistito da Alfieri per l’azione di sabotaggio quando Mihalic sta per fare l’invalidamento. Il Del Medico, autista della macchina, deve agire di copertura, così come lo Zaninetti: copertura sul piazzale esterno della fabbrica”.
Tale versione dei fatti è stata confermata da Alfieri e da Mihalic, nonché dalle persone offese, i Signori Paolotti, Pegorin e Lutri.
Accertata la dinamica dei fatti, la Corte si è premurata di vagliare se, alla luce del programma criminoso, avrebbero dovuto essere colpiti più guardiani e con quali modalità.
Le discussioni sul piano
Sulla scorta delle ulteriori dichiarazioni rilasciate dai correi, il Collegio ha ritenuto che, a mente del progetto, avrebbero dovuto essere feriti due guardiani, senza, però, porre in pericolo la vita degli stessi. In proposito erano, infatti, insorte discussioni in seno all’organizzazione: inizialmente Borio era contrario al progetto di ferimento, successivamente, invece era addivenuto ad un accordo con Bettini ed aveva affermato “allora azzoppane uno soltanto!”. Bettini, ad ogni modo, aveva fatto intendere ai compartecipi che non si sentiva vincolato da un tale compromesso, tanto è vero che Bettini, ad ogni modo, aveva fatto intendere ai compartecipi che non si sentiva vincolato da un tale compromesso, tanto è vero che Mihalic, dopo avere sparato a Pegorini, aveva ricevuto l’ordine da Bettini di sparare anche ad Ala.
Al riguardo Mihalic ha dichiarato quanto segue. “… mirai di nuovo alla parte inferiore delle gambe del secondo sorvegliante; gli stavo praticamente di fronte ai piedi e avevo l’arma a circa un metro dalla gamba. Sparai un primo colpo e stavo per esplodere il secondo e ultimo quando dietro di me esplose una vetrata (omissis). Sta di fatto che detta esplosione mi fece perdere la concentrazione e il controllo sui miei gesti e la coordinazione dei movimenti. Avendo il dito sul grilletto, sparai più colpi, e non so dire se involontariamente cambiai anche la direzione della canna della pistola”.
Sempre in relazione all’aggressione ad Ala, Mihalic ha spiegato così l’episodio: “passai poi al povero Ala, sparai un primo colpo, quindi saltò in aria la vetrata del gabbiotto, forse a seguito dell’esplosione provocata dal Ghiotti; entrai in agitazione, persi la concentrazione, anche perché i compagni gridavano di andare via; ho sparato ancora, ma più da lontano, sbagliando dove colpire, e non da vicino come era stato prestabilito … Ala urlò e il sangue cominciò a zampillare: ciò dopo gli ultimi colpi”.
Mihalic ha, quindi, riferito un errore dovuto al suo turbamento, trasalimento che, però, non è stato confermato da Bettini, il quale ha riferito che durante l’intera azione il compagno aveva avuto “padronanza di sé”.
Ciononostante, su questo punto, la Corte ha concluso affermando che “Infine, pur in assenza di elementi obiettivi idonei a dimostrare che quel comportamento del Mihalic fu proprio necessitato, emerge con chiarezza il particolare “clima” in cui si svolse l’azione, tale da influire sullo stato d’animo del medesimo.
Si era decisa un’operazione criminosa complessa, con diversi “obiettivi” da colpire – da parte di più persone – in un orario delicato (nell’imminenza del cambio di turno degli operai) ed in una zona di eventuale passaggio di maestranze: in essa domina l’impreparazione nell’uso delle armi (il Bettini, ad es., nel tentativo di spiegare come funzionava la pistola, rischiò – all’interno dell’auto – di colpire lo Zaninetti) ed il nervosismo (si spara per terra al momento dell’ingresso nella guardiola, pur se non necessario); l’incendio dell’infermeria provocò un’esplosione (a causa della combustione dei vapori della benzina in un locale chiuso) sicuramente non prevista dall’Alfieri e dal Ghiotti, letteralmente “scaraventati” all’indietro e finiti a terra; tale esplosione, determinando anche l’infrazione dei vetri della guardiola per lo spostamento d’aria, determinò sconcerto nel Bettini, inducendolo ad una reazione scomposta (egli pensò ad uno sparo di due colpi di un estraneo, e rispose alle due presunte detonazioni con una breve raffica di mitra in aria).
Lo stesso, anzi, mise concitazione al Mihalic, inducendolo ad affrettarsi a terminare l’azione. Come sostenere fondatamente che l’esecutore abbia mantenuto assoluta freddezza e precisione?”.
I guardiani, un simbolo
Con riferimento al tipo di azione, preme sottolineare che la decisione di ferire i guardiani era dettata dal fatto che essi erano considerati il “simbolo”, nonché lo strumento del “nemico” da combattere.
L’azione avrebbe dovuto rappresentare il momento di svolta dell’organizzazione, atteso che Bettini aveva intenzione di fare ingresso in P.L. assieme a Del Medico e ad Alfieri, posto che Mihalic non era interessato a detta fusione e Zaninetti e Ghiotti avevano dei dubbi in merito a tale ingresso.
E’ stato, infatti, proprio a Francesco D’Ursi e a Rosso che Bettini aveva chiesto l’esplosivo. Questo era, poi, stato effettivamente fornito dai predetti membri di P.L. e, nonostante Bettini abbia dichiarato che costoro erano al corrente dell’azione criminosa programmata, la Corte, dietro conforme richiesta del P.M., ha ritenuto di dovere mandare assolti, con la formula dubitativa, i predetti imputati.
Le dichiarazioni dei diversi imputati non hanno, infatti, consentito di raggiungere la prova certa in ordine ala consapevolezza di D’Ursi e di Rosso sulla tipologia di operazione a cui era destinato il materiale esplosivo. Al riguardo la Corte ha motivato come segue: “Invero, le osservazioni logiche formulate dagli imputati, in uno con i rilievi critici avanzati dalla difesa, non riescono a convincere, né permettono di escludere in termini attendibili che il D’Ursi ed il Rosso abbiano appreso dal Bettini (ed anche dal Mihalic) notizie sul progetto criminoso idonee a far loro comprendere che al sabotaggio – da eseguirsi con l’esplosivo – fosse abbinato il ferimento di almeno un uomo”.
Gli altri responsabili
Sono, invece, stati ritenuti responsabili, assieme ai suindicati rei confessi, ossia Mihalic, Bettini, Zaninetti, Del Medico e Alfieri, altri due imputati; Santilli e Molinero. Quanto al primo, occorre ricordare che l’azione era stata decisa alla luce dei licenziamenti, da parte della FIAT, in data 9 ottobre 1979, di 61 dipendenti, tra cui è annoverabile Santilli. Quest’ultimo, peraltro, come affermato da Bettini, aveva partecipato alla fase decisionale dell’operazione FRAMTEK, nel corso di una riunione della sede torinese, in cui erano presenti, oltre allo stesso Bettini, anche, come detto Santilli, nonché Borio e Molinero.
Costoro erano pervenuti ad un accordo, a mente del quale l’operazione avrebbe dovuto svolgersi con modalità tali da tradursi in un attacco diretto all’uomo, senza per questo addivenire al compimento di un omicidio. Peraltro, preme sin d’ora sottolineare, come Bettini abbia riferito che, successivamente, recatisi a Milano, sia stato Borio ad informare gli altri compagni che i torinesi avevano deciso di compiere “un’azione con attacco all’uomo in una fabbrica media dell’indotto FIAT”.
Le confessioni di Virzo
Virzo, presente alla riunione in quanto tenutasi presso la propria abitazione, ha confermato la versione fornita da Bettini, precisando che “Era prassi usuale che i compagni di una certa sede informassero le altre strutture territoriali in merito ad attentati in programmazione, ovviamente quando ve n’era la concreta possibilità. La riunione a casa mia non ha avuto, quindi, nessuna veste di decisione rispetto all’attentato”.
Virzo, in seguito, ha ulteriormente confermato l’avvallo all’operazione dimostrato da Santilli nel corso della predetta riunione; solo successivamente, all’esito dell’operazione, Santilli si era limitato a lamentarsi per l’avvenuto decesso della guardia.
Al pari di Virzo, nessun imputato ha riferito che Santilli fosse contrario all’operazione progettata, ancorché comportasse un attacco all’uomo.
Per le ragioni suesposte e, in particolare, per l’accertata partecipazione di Santilli alla fase deliberativa, la Corte, come anticipato, ha dichiarato la penale responsabilità dello stesso.
La riunione di Giaveno
Ad ulteriore conferma del movente sotteso all’operazione, Bettini ha spiegato che “ci fu una riunione a Giaveno dopo il fatto dei 61 licenziamenti FIAT, si parlò di una risposta armata a questo fatto: c’erano Pancino, Borio, Molinero e forse Santilli, oltre a me; da questa riunione non scaturirono obbiettivi precisi; succede poi ancora la morte di Roberto Pautasso (n.d.r. compagno rimasto ucciso, nel corso di un’operazione, nel dicembre 1979, a seguito, tra l’altro dell’intervento di una guardia giurata della ECLAT): ciò non ha avuto un’influenza determinante, ma in quel periodo dai giornali era riportato che i nomi dei 61 licenziati erano stati fatti dai capi dei sorveglianti FIAT”.
Quanto a Molinero è emerso dalle dichiarazioni convergenti dei coimputati, che era stato coinvolto nell’operazione, atteso che avrebbe dovuto procurare i giubbotti antiproiettile, salvo, poi, giungere in ritardo all’appuntamento fissato con Alfieri a cui avrebbe dovuto consegnare i detti giubbotti, lasciando, di tal guisa, i compagni privi di giubbotti antiproiettile, atteso che Alfieri, dopo un’ora di attesa, se ne era andato. Molinero, avrebbe, dunque, dovuto fornire un contributo specifico alla realizzazione del fatto di reato. Molinero è stato, pertanto, giudicato responsabile dell’azione compiuta alla FRAMTEK.
Le conclusioni
“In conclusione, soltanto ad una lettura superficiale degli atti del processo la tragica irruzione alla FRAMTEK appare uno “sbocco” anomalo all’attività svolta dai N.C.T.. Tutta l’Org.ne torinese si impegnò a realizzarla, giungendo ad una decisione unanime di “vertice” dopo avere superato riserve o dissensi dal progetto criminoso che sempre meglio si andava delineando, anche se possono aver influito più forti spinte individuali verso questo tipo di azione (comunque, non idonee a delineare forme di responsabilità prevalente dell’uno o dell’altro partecipe).
Ci fu, è vero, in alcuni imputati incertezza e perplessità sulla prospettiva di allinearsi o meno alla prassi adottata da altri gruppi terroristici più famosi, non rientrando nella storia o nel programma dell’Org.ne l’attacco alla persona, come conferma il tenore del volantino di rivendicazione (con cui i N.C.T. prendono le distanze dagli altri gruppi: “non crediamo nella pratica dell’annientamento, o nelle strategie dei vari partiti combattenti”). Ma i N.C.T. erano una banda armata, che operava – secondo moduli tipicamente eversivi – in un certo contesto di tempo e di luogo, nel quale il terrorismo stava alzando “il tiro” ed accentuava il carattere “militare” della strategia da seguire.
L’innalzamento dello scontro
L’azione compiuta alla FRAMTEK rappresenta, quindi, il punto d’incontro di alcune linee di tendenza all’innalzamento del livello di lotta verso le istituzioni e l’assetto economico-sociale dello Stato (linee già affioranti, pur non sempre chiaramente, all’interno dell’Org.ne stessa: il conflitto a fuoco in cui morì il Pautasso è emblematico dei potenziali sviluppi “sanguinosi” delle rapine che i N.C.T. periodicamente compivano con armi!), a riprova della ineluttabilità di certi epiloghi quando si adotta il metodo della violenza per cercare di risolvere problemi e contraddizioni della società. La lezione che ne scaturisce (e che alcuni imputati mostrano di aver ben compreso) indica come non possa esistere una lotta armata “diversa”, tale da poter evitare epiloghi tanto luttuosi.
Le questioni di diritto
Si può anche comprendere che, per una questione morale, il Santilli ed il Molinero rifiutino di avere sulla coscienza il gravissimo peso della morte del povero Ala. Tuttavia, la struttura del delitto loro addebitato impone di ascrivere ad ogni concorrente – sia pur morale – nel ferimento di Carlo Ala anche la morte di costui, a prescindere dalla considerazione che tale evento non sia stato voluto, nemmeno dagli esecutori materiali. Invero, la fattispecie prevista dall’art. 280 C.P. (n.d.r. trattasi del delitto di “attentato per finalità terroristiche o di eversione”, di cui si è accennato in premessa), introdotta per tutelare – in termini più efficaci sul piano sanzionatorio – la vita e l’incolumità di ogni persona sotto il profilo dell’interesse (tipico della personalità interna dello Stato) a reprimere fatti volti a far valere istanze politiche con determinati mezzi violenti, delinea un reato di pericolo, in cui fungono da circostanza aggravante le lesioni gravi (o gravissime) o la morte della p.o.; e queste, essendo di natura oggettiva (ex art. 70 c.p.), sono poste a carico dei concorrenti pur se da essi non conosciute (n.d.r. attualmente la disciplina in subiecta materia è mutata, atteso che le circostanze aggravanti, ancorché oggettive, possono essere addebitate all’agente solo qualora sia ravvisabile un coefficiente soggettivo, per cui si possa asserire che il soggetto le abbia effettivamente conosciute, ovvero le abbia ignorate per colpa).
Si è adottato, cioè, lo schema del delitto “aggravato dell’evento”, in cui l’effetto ulteriore (rispetto all’attentato vero e proprio) è imputato oggettivamente, in quanto riconducibile alla condotta di chi ha agito materialmente. Anche se si mirava, quindi, a realizzare soltanto un ferimento (secondo l’indagine svolta sull’elemento psicologico) e si è prodotto un evento più grave (la morte di Carlo Ala), questo deve essere attribuito a pieno titolo alla responsabilità di tutti i concorrenti (e così del Santilli e del Molinero, i quali erano comunque d’accordo per l’esecuzione di un attentato all’incolumità)”.
Le assoluzioni e le condanne
Il Collegio, come anticipato, ha, dunque, dichiarato la penale responsabilità di tutti gli imputati, con esclusione, come detto, di Rosso e di Francesco D’Ursi.
Quanto a Borio, come anticipato, il processo è stato celebrato, in quanto stralciato, in separata sede.
Come si è visto, nel processo ora trattato sono emerse delle chiamate in correità nei confronti dello stesso e già la Corte si era pronunciata, seppur implicitamente, nel senso di un suo coinvolgimento. Detto asserto emerge con tutta evidenza dalle considerazioni svolte, in punto responsabilità Molinero, dal giudice estensore che si riportano qui di seguito. “Ne risulta convalidato l’assunto dell’accusa, secondo cui il Borio in particolare discusse con il Molinero del progetto di azione alla FRAMTEK ed – alla fine – ne ricevette la piena adesione …”.
Le responsabilità di Borio
Gli stessi giudici della Corte, che ha vagliato successivamente la responsabilità dell’imputato Borio, hanno sottolineato come i fatti contestati a quest’ultimo fossero connessi ai delitti che sono stati, precedentemente, oggetto di giudicato, tanto è vero che nel primo procedimento era già stata sviluppata l’istruttoria in ordine a Borio ed alla banda armata.
In relazione al precedente processo, la Corte, chiamata a giudicare l’eventuale responsabilità di Borio, ha, altresì, sottolineato come gli imputati già giudicati e, in particolare, Bettini, Mihalic, Ghiotti, Del Medico, Zaninetti e Virzo, debbano essere ritenuti attendibili, atteso che costoro hanno consentito di comprendere sia lo svolgimento di molti episodi delittuosi, sia il ruolo ricoperto, in seno alla banda armata, da diversi militanti.
Gli elementi a suo carico
Borio, in sede processuale, ha sempre negato l’addebito; il Collegio, in premessa di sentenza, si è, pertanto, premurato di ribattere alle obiezioni poste dalla difesa del predetto imputato, rispondendo così: “Anzitutto, per replicare ad una “curiosa” concezione e pretesa avanzate già in istruttoria dal Borio, a detta del quale non servirebbero affatto – per la dimostrazione della 22 0
sua responsabilità – le dichiarazioni accusatorie di altri imputati (in assenza di testimonianze o del rinvenimento di corpi di reato), si rammenta che, secondo il più recente orientamento giurisprudenziale (omissis), per il principio del libero convincimento del giudice la chiamata di correo può da sola, cioè anche in mancanza di specifici riscontri esterni oggettivi (difficili da reperire, a distanza di anni dal delitto!), fondare una pronuncia di condanna quando essa sia certa, circostanziata e, attraverso un severo e sereno controllo, l’attendibilità del suo contenuto trovi conforto in altri elementi (risultanti dagli atti) i quali, con lo stesso logicamente ricollegandosi, ne avvalorino e confermino la veridicità.
E’ necessario, altresì, che il tenore intrinseco di una simile chiamata in correità non sia in contrasto con emergenze processuali già accertate ed assuma, attraverso un ragionamento critico, una spiegazione accettabile sul piano logico e psicologico. Gli elementi di riscontro, cioè, possono essere anche soltanto di ordine logico, purché idonei a consentire una verifica dell’attendibilità della dichiarazione. E si vedrà che tali requisiti si riscontrano nelle chiamate di correo formulate – spesso da più persone ed in senso “convergente” – a carico del Borio in relazione alle specifiche accuse.
A proposito delle chiamate in correità
In secondo luogo, si deve contraddire l’opinione che qualifica “sic et simpliciter” inattendibili le chiamate in correità nei processi di terrorismo, in quanto asseritamente rese soltanto per ottenere un trattamento “premiale” (sotto forma di forti riduzioni di pena). In effetti, se la normativa di “favore” per i terroristi “pentiti” è certa e precisa, essa inserisce l’eventuale chiamata di correo in un quadro di limpidezza processuale, eliminando sospetti sulla possibilità di patteggiamenti, nel corso dei primi contatti, tra il magistrato e l’inquisito.
Essa, comunque, contiene anche due profili di disciplina ispirati a rigore (a prescindere dalla sempre possibile incriminazione per calunnia) in quanto: a) la concessione di attenuanti speciali è subordinata alla condizione che vi sia stata, da parte dell’imputato, piena assunzione di tutte le responsabilità (v. artt. 2 e 3 L. n. 304/82); b) è prevista la decadenza dai benefici (come forma di “sanzione”), anche dopo il passaggio in giudicato della sentenza che accorda il trattamento “premiale”, se si accerta che questo è stato ottenuto con un comportamento processuale sleale ed insincero (ad es., dichiarazioni false, confessioni incomplete: art. 10 L. cit.). ed i risultati raggiunti nel processo principale inducono fondatamente a ritenere che la prospettiva “premiale” abbia rappresentato, per gli imputati più ampiamente confessi, un incentivo a dire la verità”.
Questi, dunque, i criteri giuridici, in applicazione dei quali, la Corte è addivenuta ad una pronuncia di penale responsabilità di Borio in ordine all’episodio delittuoso svoltosi presso la FRAMTEK. A nulla, infatti, sono valse le proclamazioni di innocenza dell’imputato e la sua linea di difesa diretta a negare qualsivoglia conoscenza o rapporto con gli imputati che l’avevano chiamato in correità: le risultanze probatorie hanno, infatti, smentito la posizione innocentista assunta da Borio.
FONTE: Corte d’Assise di Torino, Processo di I grado contro i Nuclei comunisti territoriali
L’estratto della sentenza
L’Assise d’Appello e la Corte di Cassazione
In punto penale responsabilità, all’esito dei diversi processi, nulla è mutato; pare, però, interessante dare atto dell’iter verificatosi per gli imputati Molinero e Santilli.
Questi ultimi, infatti, sono stati assolti, per insufficienza di prove, in sede di appello, per il reato qui oggetto di trattazione; il Procuratore Generale, al pari degli imputati, ha, successivamente proposto riscorso per Cassazione. In tale sede è stata annullata con rinvio la sentenza della Corte d’Assise d’Appello, in accoglimento del ricorso presentato dal P.G., nella parte in cui i predetti imputati sono stati assolti, tra l’altro, dal capo di imputazione che qui interessa.
La Corte d’Assise d’Appello, nel corso del giudizio di rinvio, ha condannato sia Molinero, sia Santilli per l’episodio delittuoso compiuto presso la FRAMTEK; indi gli imputati hanno nuovamente proposto ricorso per Cassazione, ove, da ultimo, sono stati riconosciuti responsabili del citato fatto di reato.
Preme, infine, segnalare che uguale percorso è stato seguito in ordine alla posizione di Borio, il quale è stato assolto in appello per insufficienza di prove e, a seguito di apposito ricorso del P.G., la Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza di secondo grado. La Corte d’Assise d’Appello ha, all’esito del giudizio, dichiarato la penale responsabilità dell’imputato per l’episodio FRAMTEK e la Corte di Cassazione, nuovamente chiamata a pronunciarsi, ha rigettato il ricorso presentato dallo stesso. La sentenza di condanna pronunciata dalla Corte d’Assise d’Appello è, pertanto, passata in giudicato.
La nemesi
Nell’agosto 2015 Luciano Bettini ritrova i suoi 5 minuti di notorietà. Stavolta li ottiene denunciando il figlio
“Perché la vita – si chiede il pentito – mi presenta questo conto? Sembrava facile buttarsi tutto alle spalle… Sono trent’anni che mi ricostruisco una vita. Questa è la mia nemesi. Eppure col mio passato avevo rotto in maniera netta. Dove ho sbagliato? No, da adesso non mollerò più mio figlio, questo sarà il mio impegno. Ne uscirà fuori». L’esponente dei Nuclei comunisti territoriali ha ricostruito la sua esistenza. Lavora da 30 anni come coordinatore nella cooperativa Frassati. Ora è affranto e non si sa spiegare perché suo figlio Mattia abbia sparato sei colpi di pistola contro la serranda del bar Caffè Torino di Settimo Torinese, soltanto per fare «una bravata». Il ragazzo ha confessato tutto ai carabinieri che lo hanno arrestato. Svela anche di aver inciso il nome «Gloria» sul calcio di una Magnum 357, in memoria di una sua ex, una diciassettenne trovata morta per un mix di droga e alcol dopo un rave in un capannone abbandonato.
Dopo le confidenze del figlio Luciano non ha avuto dubbi a telefonare ai carabinieri: «Non capisco perché sia successo. Eppure gli avevo spiegato tutto del mio passato, per risparmiargli i miei errori». In uno scantinato gli investigatori hanno ritrovato la pistola a tamburo Smith & Wesson, rubata a Livorno, un fucile Franchi calibro 12, con matricola abrasa, anche questo con un nome inciso sul lato destro del calcio Francy, 34 proiettili Fiocchi calibro 357 magnum e 34 proiettili di vario calibro, 450 grammi di marijuana. Gli arresti sono scattati per detenzione di armi clandestine, possesso di sostanze stupefacenti, danneggiamento aggravato e ricettazione. Dopo solo tre giorni di carcere a Ivrea, sono stati concessi i domiciliari.
«È tutta colpa mia» ha detto il ragazzo ai carabinieri. «Passando di fronte al bar, a bordo della mia auto, in compagnia di un amico, mi sono fermato per alcuni istanti. Ho sparato 6 colpi contro la saracinesca. Quell’arma l’ho acquistata a fine luglio a Torino, nei pressi del Baloon. L’ho pagata 1700 euro. Ho preso anche una confezione di munizioni. L’ho tenuta a casa in salotto, perché i miei familiari erano in vacanza».
L’ha comprata perché gli piacciono le armi: se l’è dovuta procurare clandestinamente, visto che la Questura gli aveva negato il porto d’armi. La sera della «bravata» lui e l’amico erano appena usciti da un pub. «Dopo aver girovagato un po’ in auto con la musica a tutto volume – ha aggiunto ai militari – il mio amico mi ha detto di sparare contro la serranda del Caffè Torino. Non so dire per quale motivo. Io l’ho fatto».
Era da poco passata la mezzanotte. Molti hanno sentito esplodere i colpi: nessuno si è affacciato alle finestre. Subito dopo i due sono fuggiti verso il centro di Settimo. Mattia ha accompagnato l’amico vicino al sottopassaggio ferroviario ed è tornato a casa. Sapendo che il padre sarebbe ritornato l’indomani, ha nascosto la pistola nello scantinato. «Poi però mi sono reso conto di aver fatto una cazzata. Così gli ho raccontato tutto».
FONTE. La Stampa
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