21 settembre 1979: PL attacca il comando d’impresa. Ucciso Carlo Ghiglieno

Andrea Tanturli lavora all’archivio di Stato di Firenze e ha pubblicato per Derive e Approdi “Prima Linea. L’altra lotta armata. (1974-1981)”. E’ lo sviluppo della sua tesi di Dottorato in Storia contemporanea, Curriculo Storia dei partiti e dei movimenti politici, discussa nell’anno accademico 2016-2017. In quel caso lo storico si era fermato al 1979. Estrapoliamo il capitolo sulla campagna contro il “comando d’impresa” che parte il 21 settembre 1979 con l’omicidio di un alto dirigente della Fiat, Carlo Ghiglieno. Un testo prezioso perché ricostruisce il contesto del conflitto in corso e l’analisi di Prima Linea sullo scenario.

La campagna contro il “comando d’impresa” sarà l’ultima dal profilo organico che Pl porterà avanti prima del suo definitivo crollo. Potrà assomigliarle in una certa misura quella sulla “sanità” che avrà il suo apice, nel febbraio del 1980, con l’omicidio del dirigente dell’Icmesa di Seveso Paolo Paoletti. Ma a quella data ormai il meccanismo della delazione sarà pronto per dispiegarsi, come dimostreranno i pentimenti di Giai prima e Sandalo poi; per non parlare di quello di Viscardi nell’ottobre del 1980 da cui scaturirà una traversata dell’Italia durata giorni a caccia di basi e militanti.

Da quel momento la storia di Pl assumerà le forme di una contabilità di arresti – più che di attentati – di rapine e disarmi finiti in tragedia, di tentativi di rappresaglia e di intimidazione nei confronti della magistratura inquirente e del personale carcerario. Le basi cadranno come birilli, sostituite da appoggi di fortuna e dalle carrozze dei treni. Prima di un simile epilogo, nella seconda metà del ’79, Pl consumerà le residue energie tornando nell’ambiente da cui tutto era cominciato, la fabbrica, ormai pressoché rasa al suolo nella sua architettura conflittuale. Il 21 settembre, a Torino un nucleo armato di Pl uccide Carlo Ghiglieno, responsabile del settore pianificazione della Fiat.

Ghiglieno viene assassinato mentre sale sulla sua Fiat Ritmo: un’auto dalla scarsa fortuna, ma anche la prima a uscire dalla nuova catena di montaggio automatizzata dello stabilimento di Rivalta (il Robogate), dove le macchine sostituiscono il lavoro degli operai. La rivendicazione chiarisce i termini dello scontro e dimostra una conoscenza non superficiale delle trasformazioni produttive di derivazione Toyota che stanno cambiando il volto degli stabilimenti:

con l’eliminazione di Carlo Ghiglieno la nostra organizzazione apre la campagna di applicazione del terrore proletario nei confronti del quadro di comando d’impresa, alla Fiat in particolare, in particolare verso quel quadro che ha funzioni di promozione e gestione del controllo […] sul processo produttivo e quindi sul lavoro operaio attraverso le funzioni logistiche e informatiche. Carlo Ghiglieno era uno di quegli uomini. La capacità di controllo in tempo reale dell’avanzamento del prodotto lungo la catena di montaggio, la capacità di coordinare fra loro i diversi segmenti produttivi, di correlare costantemente prospettive di vendita, andamento produttivo, afflusso dei prodotti di base ed intermedi produce un funzionamento del processo lavorativo privo di tempi morti, stringe gli operai in una morsa che spreme da loro tutta la fatica richiesta nell’aumento della produttività. […] Attaccare le funzioni di pianificazione, logistica, informatica e di controllo […] significa mettere in crisi quell’apparato di comando che si è assunto il compito di annientare ogni resistenza operaia.

Nel proseguo del documento, riconoscere le «difficoltà evidenti» e il «vasto processo autocritico [che] sta investendo e investirà ancor di più la rete combattente» non comporta l’abbandono delle armi, ma al contrario il riallineamento dello schieramento rivoluzionario. Senza chiamare in causa direttamente le tensioni all’opera dentro Pl si censura comunque ogni proposito di recedere dalla lotta armata e anzi si sembra aprire alle stesse Br, nei cui confronti ormai vige «una convergenza di fatto»:

non è più tempo di rotture settarie del movimento guerrigliero di questo paese, tanto meno è il momento di disarmarlo […]. Non è il momento di offrire all’iniziativa […] del nemico gli strumenti di spaccatura dello schieramento rivoluzionario, al contrario, è il momento di riaprire con un’iniziativa tenace e paziente il dibattito nel corpo della classe a partire dal formarsi di schieramento politico, dallo stringersi di legami di solidarietà proletaria.

Per comprendere i presupposti della campagna contro il “comando d’azienda” vale la pena far parlare il suo principale teorico, Rosso. Davanti all’incedere di processi globali di ristrutturazione produttiva contro cui nulla può l’organizzazione si preferisce identificare nei settori manageriali delle grandi aziende, nei centri studi e nelle società di consulenza gli addentellati nazionali di questa «rivoluzione dall’alto». Sono parole di Rosso queste e anche quelle che seguono:

riteniamo che si stia consolidando nel ns. paese un ruolo politico […] di quello che noi chiamiamo “comando d’impresa”, cioè tutto il quadro dirigente superiore delle imprese, pubbliche e private, delle associazioni della Confindustria, delle istituzioni finanziarie […] che determinerà le linee direttrici della riorganizzazione dei cicli produttivi, dell’andamento dell’economia, della ristrutturazione, della disoccupazione, della cassa integrazione, dei ritmi di lavoro […]. Riteniamo che si stia formando un ceto politico abbastanza ristretto con una profonda intelligenza, nata dal confronto diretto, sul piano della fabbrica, con le forze sociali […] che hanno determinato la necessità della trasformazione.

Di fronte all’inerzia della politica istituzionale anche il “comando d’impresa”, così come la magistratura attaccata nella figura di Alessandrini, assume una funzione di supplenza rispetto all’esecutivo e quindi diventa bersaglio privilegiato. Continua Rosso:

se quello che chiamiamo comando d’impresa […] sviluppa attitudini di tipo politico, mediatorio, di costruzione a livello più sociale che politico, […] sviluppa queste attitudini più di quanto il sistema politico sia capace di adeguarvisi. […] Vogliamo dire che, in assenza di altri poteri, questo tipo di potere possa essere contemporaneamente un potere fondamentale, ma anche un ventre molle. […] Riteniamo che vi sia una fragilità sostanziale per un sovraccarico di compiti di supplenza. […] Riteniamo, quindi, che, quella che chiamiamo rete combattente, lotta armata, ecc, debba, innanzi tutto, sviluppare una capacità di attacco ad alcune figure centrali di questa ristrutturazione, di questo tipo di ceto politico.

Non è ozioso riconnettere l’iniziativa di Pl al clima che si respira dentro la maggiore industria italiana, la Fiat. L’interesse dell’organizzazione armata per l’azienda torinese e le convulsioni che vive fra 1979 e 1980 sono peraltro testimoniate da un lungo documento di analisi e studio conservato agli atti del processo torinese. Ciò che sta accadendo nel 1979 alla Fiat diventa paradigmatico della profondità e dell’intreccio delle trasformazioni (produttive, ideologiche, generazionali) vissute dall’industria italiana. Le lotte sindacali si presentano ancora dure, così come numerose le giornate di sciopero, ma denotano una certa coazione a ripetere e i risultati della firma del contratto dei metalmeccanici deludono le aspettative.

Il calo della produttività dato dall’ostruzionismo operaio, dal carattere sincopato della produzione si compensa con l’introduzione della tecnologia: tutt’altro che neutra, questa avrebbe nel lungo periodo rideterminato i rapporti di forza fra le parti sociali. Mutava anche la stessa identità operaia, fosse solo per i quindicimila giovani assunti fra ’78 e ’79: una «variopinta fiumana» di giovani e donne che agli occhi del sindacato «rappresentavano i portatori consapevoli [… della] crisi dell’identità operaia». Basta aprire gli archivi delle organizzazioni sindacali per scorgere le tensioni coincise con l’ingresso in fabbrica dei nuovi assunti, l’impatto che questi ebbero su un immaginario operaio già provato dalla crisi e dalla ristrutturazione.

I giovani e i delegati sindacali cresciuti nelle lotte della fine degli anni ’60 sono «due storie diverse», come afferma un militante torinese della Fim Cisl, che prosegue:

siamo in presenza di un inequivocabile calo di egemonia sociale della classe operaia da parte delle nuove generazioni […]. Il rapporto tormentato di gran parte dei delegati verso i giovani nuovi operai è sintomatico […]. A parer mio c’è “paura” da ambedue le parti (giovani e delegati): i primi hanno paura della fabbrica, del diventare vecchi davanti alla pressa, della nevrosi; i secondi hanno paura di mettersi minimamente in discussione nelle loro idee e orientamenti consolidati.

In questo clima, in parte della dirigenza matura una maggiore risolutezza rispetto alle richieste dei lavoratori: all’ammodernamento degli impianti, si faccia l’esempio delle cabine di verniciatura, deve corrispondere una riduzione delle pause. Come ha scritto uno dei più competenti studiosi del mondo Fiat:

nell’ottobre ’79, i nodi sembrano venire al pettine tutti assieme: la ribellione verso il terrorismo si mescolò con la disaffezione per i riti collettivi, grandi e piccoli, dell’azione sindacale, la consapevolezza del degrado in cui continuava a incorrere l’ordine aziendale con il rivelarsi della disfunzionalità del metodo di governo della fabbrica.

Quelle appena ricordate sono solo alcune delle coordinate del contesto in cui si cala l’omicidio di Ghiglieno da parte di Pl: un episodio che si lega attraverso un incerto rapporto di causa ed effetto alla storica decisione della Fiat di licenziare 61 operai ritenuti rei di atti di violenza in fabbrica. Il fatto che solo cinque di questi fossero direttamente coinvolti nella lotta armata testimonia sia la pretestuosità dell’azione padronale, sia la scarsa presenza dei gruppi armati negli stabilimenti torinesi.

I provvedimenti disciplinari furono il segno dell’inversione di tendenza nelle relazioni sindacali e rappresentarono la prova generale della vertenza iniziata nel settembre 1980 dopo l’annuncio della Fiat di voler effettuare 14500 licenziamenti: 35 giorni culminati nell’occupazione della fabbrica da parte degli operai e nella “marcia dei quarantamila” organizzata da capi-reparto, impiegati e forze politico-sociali vicine alla proprietà.

Non è un caso che uno dei promotori della manifestazione che impresse una svolta alla vertenza e decretò la sconfitta degli operai ricordi che all’annuncio del licenziamento dei 61 «mi pareva di sognare». È fondamentale chiedersi dunque che ruolo abbia l’omicidio di Ghiglieno nella scelta di attaccare frontalmente la violenza operaia; il mentore dell’offensiva padronale, Cesare Romiti, ha ricordato come la lista era in preparazione da tempo, ma che il progetto subì un’accelerazione in seguito all’azione effettuata da Pl. Quale che sia la risposta rimane il fatto che l’azione di Pl andrò dritta al cuore del confronto fra operai e padronato e ne influenzò in parte anche gli esiti.

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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