7 aprile e dintorni: per una breve storia dei Collettivi politici veneti

Al di là delle fantasie di Pci e dott. Calogero sulla direzione unica strategica del “terrorismo italiano” il blitz 7 aprile colpisce duramente una delle più forti realtà organizzate sul territorio del Movimento, l’Autonomia veneta.

A seguito dello scioglimento, al convegno di Rosolina (Rovigo) nel 1973, di Potere Operaio, gruppo della sinistra extraparlamentare italiana nei primi anni ʼ70, i militanti della sede di Padova dopo un periodo di dibattito politico-organizzativo sul “che fare” daranno vita nella seconda metà del 1974, nella loro stragrande maggioranza, al progetto politico comunista dei Collettivi Politici Padovani per il Potere Operaio.

Nella prima circolare interna vengono poste le basi politico-organizzative del nuovo progetto con lo scopo di “costruire nuclei di combattenti comunisti omogenei su tutti i problemi attinenti una linea di condotta rivoluzionaria”. L’organizzazione è a livello territoriale, articolata in nuclei e attivi, con una direzione, la commissione politica. Le basi teoriche e culturali del progetto affondano in una lettura, originale e adeguata al periodo storico, dell’operaismo italiano (a partire da una rilettura degli scritti di Karl Marx), da Raniero Panzieri ad Antonio Negri. (…)

L’intervento sul territorio, nelle zone omogenee, porterà avanti la battaglia politica sul programma all’interno dell’intera composizione politica di classe, nella fabbrica, nei paesi, nei quartieri cittadini. Al sostegno e all’organizzazione delle lotte per aumenti salariali e migliori condizioni di lavoro si affiancherà la lotta sul salario sociale, contro la disoccupazione, la precarietà, l’aumento del costo della vita. (…)

Il tessuto organizzativo

Dal Coordinamento operaio di zona alla Ronda operaia e proletaria territoriale, che a partire da una ricomposizione omogenea del proletariato doveva eliminare la divisione e la distanza tra operai di fabbrica e proletari di paese: dalle ronde contro gli straordinari in fabbrica alle ronde per i prezzi politici, dalle ronde che portavano i precari e disoccupati davanti ai cancelli di fabbrica alle ronde che vedevano gli operai uscire dalla fabbrica e lottare anche nei paesi, non solo per aumenti salariali nominali ma anche per aumenti del salario sociale complessivo. Il programma dei Collettivi si articolerà anche nella proposta dei Gruppi sociali territoriali, nei quartieri e nei paesi.

Il Gruppo sociale doveva essere un primo livello di aggregazione proletaria, soprattutto giovanile, su obiettivi, pratiche, parole d’ordine che diventavano immediatamente strumenti di lotta politica e di crescita organizzativa sul territorio.
L’Università sarà un altro terreno importante per l’intervento, non più area di parcheggio per una futura forza-lavoro ma terreno di scontro e di contraddizione sociale, “fabbrica diffusa della scienza e della conoscenza”. (…)

Un’organizzazione regionale

Nel 1976 il progetto politico, nato a Padova, si espanderà in altre realtà della regione con i Collettivi Politici Veneti per il Potere Operaio. Una rete di situazioni territoriali reali e coordinate da un Esecutivo. I compagni di quelle realtà daranno vita ai Collettivi Politici Vicentini per il Potere Operaio (di Vicenza, di Thiene, di Schio, di Montecchio Maggiore, e successivamente di Bassano), al Collettivo Politico di Rovigo per il Potere Operaio, al Collettivo Politico di Pordenone per il Potere Operaio, al Collettivo Politico di Mestre per il Potere Operaio che nel 1978, con altri compagni di Marghera, Chioggia e Venezia, darà vita ai Collettivi Politici Veneziani per il Potere Operaio.

Il rifiuto della clandestinità

La pratica dell’antifascismo militante per i compagni/e di Potere Operaio e, poi, dei Collettivi Politici sarà un terreno costante di intervento e di crescita politica. Anche per i Collettivi Politici, come per altre organizzazioni rivoluzionarie in quegli anni, la lotta armata sarà una scelta strategica ma, a differenza ad esempio delle Brigate Rosse, il concetto di partito armato clandestino sarà estraneo alla formazione culturale e alla pratica politica di questa organizzazione.

Per i Collettivi Politici la rivoluzione comunista sarebbe stata possibile solo lavorando alla luce del sole e l’illegalità doveva essere di massa e sempre relazionata all’accumulo della forza in senso politico e materiale, con una militanza dentro le situazioni, per promuoverle, senza nascondere la propria identità di comunisti.

La violenza esercitata contro i fascisti, i padroncini, il comando degli apparati dello Stato e “ i servi del padrone” doveva avere, aveva, questo segno. Quindi l’omicidio politico era totalmente estraneo alla pratica politica dei Collettivi. Su questo terreno i Collettivi condurranno fin dagli inizi una dura battaglia politica con i compagni delle organizzazioni combattenti clandestine.
Come diceva il compagno Mao tse tung, “la politica comanda sempre sul fucile”.

Per un uso politico della forza

Per i Collettivi Politici Veneti, quindi, l’uso della forza e l’illegalità di massa erano legati all’attività politica alla luce del sole e finalizzati alla creazione ed estensione di un effettivo contropotere operaio e proletario. Dentro questo programma politico dal 1975 al 1979 saranno lanciate una decina di campagne politico-militari a livello cittadino e regionale chiamate dalla stampa “notte dei fuochi”.
Le diverse pratiche dell’uso della forza saranno rivendicate da diversi livelli organizzativi: Organizzazione operaia per il comunismo, Proletari comunisti organizzati, Ronde armate proletarie, Fronte comunista combattente. (…)

I due blitz giudiziari

Il 7 aprile 1979 viene scatenata la prima campagna repressiva, la seconda l’11 marzo 1980. Centinaia le compagne e i compagni coinvolti a vario titolo. L’11 aprile 1979 muoiono in un’esplosione a Thiene (VI) tre compagni dei Collettivi Politici Vicentini (Antonietta Berna, Angelo Dal Santo, Alberto Graziani) mentre preparavano un’azione contemplata nelle quattro campagne politico-militari. Lorenzo Bortoli, compagno di Antonietta Berna, sarà arrestato e sottoposto a violente pressioni fisiche e psicologiche che lo spingeranno al suicidio.

Gli arresti dell’11 marzo 1980 porranno fine al percorso politico-organizzativo, come progetto, così come si era sviluppato nella seconda metà degli anni. I militanti dei Collettivi Politici Veneti subiranno sei gradi di giudizio, carcere, latitanza, centinaia di condanne. La decisione di affrontare i processi per ribadire la loro dignità di comunisti e di accettare dentro il processo la difesa sui fatti specifici contestati fu collettiva.

I processi

Gli imputati detenuti, a piede libero o latitanti, si presentarono davanti ai giudici e all’opinione pubblica con un documento/memoria difensiva collettivo. Il documento “Io ricordo” rivendicava con orgoglio tutta la loro storia politica. Gli imputati furono affiancati da un collegio difensivo coeso e dal Comitato 7 aprile-11 marzo, formato dai familiari dei detenuti e dei latitanti, con una propria identità e una presenza politica costante a Padova e nel Veneto, per tutta la durata dei processi, fino allʼ87. I compagni e le compagne dei Collettivi Politici Veneti hanno sempre criticato e combattuto anche all’interno delle carceri la degenerazione politica del cosiddetto “combattentismo clandestino”. Così come non hanno mai aderito alla proposta della “dissociazione politica” avanzata nel 1982 dai detenuti della cosiddetta “area omogenea di Rebibbia” (documento dei 51).

FONTE: www.collettivipoliticiveneti.it

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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