I carabinieri uccisi a Monteroni d’Arbia e le bugie del pentito Daniele Sacco Lanzoni

Il 21 gennaio 1982, un nucleo dei Comunisti Organizzati per la Liberazione Proletaria, dopo una rapina all’agenzia del Monte dei Paschi di Siena, viene individuato ad un posto di blocco sulla via Cassia (a 2 km da Monteroni d’Arbia, 14 km a sud di Siena), mentre si allontana dal luogo dell’azione a bordo di un pullman. Nello scontro a fuoco, insieme a Lucio Di Giacomo, dirigente dei COLP, da tempo latitante, rimangono uccisi due carabinieri: Giuseppe Savastano ed Euro Tarsilli.

Segue una gigantesca “caccia all’uomo”, ripresa anche dalla televisione, che dura due giorni e si conclude con l’arresto di alcuni dei militanti in fuga dal luogo dello scontro. Una militante, Giulia Borrelli viene trovata gravemente ferita a Roma e un altro, qualche giorno dopo, denuncerà le torture subite a seguito dell’arresto a Tarquinia. Sono Daniele Sacco Lanzoni, Giulia Borelli, Loredana Biancamano, Gianfranco Fornoni, Guglielmo Prato e Maria Sciarra. Il 22 gennaio 1982 viene distribuito un volantino dei Comunisti Organizzati per la Liberazione Proletaria dedicato a Lucio Di Giacomo: “Al compagno Olmo”

Così, sinteticamente, Misteri d’Italia, il grande portale messo su in quasi 20 anni di appassionato lavoro dal compianto Sandro Provvisionato ricostruisce uno degli episodi più controversi degli ultimi fuochi di guerriglia. Perché ad ammazzare, in modo particolarmente protervo, i due carabinieri è Daniele Cacco Lanzoni, che si pentirà a tempo di record, come ricorda nella sua autobiografia il procuratore Armando Spataro, nel paragrafo sulla cattura di Susanna Ronconi:

Spataro e la cattura di Susanna Ronconi

Inizio del 1982. Dopo una rapina commessa nella zona di Viterbo, una pattuglia di carabinieri, nei pressi di Monteroni d’Arbia (Siena) ferma un pullman per controlli. Potrebbero esserci i rapinatori. C’erano e si trattava di un nucleo di reduci di Prima Linea. I due carabinieri ausiliari di vent’anni, Euro Tarsilli e Giuseppe Savastano, vengono disarmati, fatti inginocchiare e, nonostante invochino pietà, giustiziati a colpi di pistola. Si scatena la caccia ai terroristi.

Tre giorni dopo due di loro vengono arrestati a Roma. Sono Giulia Borelli e Pietro Mutti, il quale, come s’è detto, sarebbe diventato un collaboratore. Si riesce così a identificare chi ha materialmente sparato ai due carabinieri: è Daniele Sacco Lanzoni, già latitante quale membro della struttura torinese di Prima Linea. Alla fine di ottobre dell’82, cade anche lui nella rete: nell’ambito di un’indagine che stanno conducendo su alcune persone sospette, i carabinieri dell’Antiterrorismo si imbattono a Milano, quasi casualmente, nel giovane. Lo bloccano e lo portano in via Moscova.

Nella colluttazione perde sangue e si sporca la camicia, che il mio amico Ago, il maresciallo dei carabinieri, prova a ripulire, mentre un altro sottufficiale continua a parlargli dei due carabinieri che ha ucciso al posto di blocco. Sacco Lanzoni tace, ma sembra colpito da quel ricordo. Inizia a chiedere «che ora è?», a intervalli quasi regolari. Attorno alle 13.30 non ce la fa più e dice ai carabinieri che di lì ad un’ora, alle 14.30, ha un appuntamento in un bar di via Biondi con Susanna Ronconi ed altri «compagni». Susanna Ronconi è, con Barbara Balzerani delle Br, la terrorista più ricercata in Italia.

Era stata arrestata a Firenze, alla fine dell’80, grazie alle dichiarazioni di Michele Viscardi. Ma il 3 gennaio del 1982 era evasa dal carcere di Rovigo insieme a Federica Meroni, Marina Premoli e Loredana Biancamano, tutte di Prima Linea. Erano stati Sergio Segio ed altri dei Nuclei comunisti a far esplodere un ordigno ad alto potenziale ed a creare così il varco nelle mura da cui le donne erano fuggite. Forti delle indicazioni di Sacco Lanzoni, i carabinieri si precipitano nel bar di via Biondi e si sparpagliano tra i tavoli come clienti qualsiasi. Puntuali, arrivano Susanna Ronconi, Maria Grazia Grena ed altri due terroristi. Non hanno il tempo di toccare le armi.

Gli arrestati vengono portati in via Moscova dove un carabiniere, non appartenente all’Antiterrorismo, sputa alla Grena. Il capitano Bonaventura lo viene a sapere. Allontana il carabiniere e manda un mazzo di fiori alla donna, scusandosi a nome dell’Arma. Tempo dopo, Sacco Lanzoni, ormai diventato un pentito di grande rilievo, deve rendere dichiarazioni davanti ai giudici di Firenze. Ago lo accompagna nel viaggio. Il pentito, però, ricorda che in Toscana ha ucciso due carabinieri e teme, forse, qualche ritorsione. Ha paura e chiede ad Ago di stargli vicino. Il maresciallo dormirà con lui, nella camera di sicurezza della caserma, per farlo riposare sereno. Se Sacco Lanzoni ci sia riuscito, non lo so.

Il ricordo di Di Petrillo

La testimonianza del dottor Spataro, uno sicuramente simpatetico con i carabinieri, rende verosimili alle accuse lanciate dal piellino catturato a Tarquinia, nella prima tappa della caccia all’uomo, Gianfranco Fornoni. Se anni dopo Sacco Lanzoni teme ancora rappresaglie come si fa a escludere, nella rabbia e della concitazione di quei giorni feroci, un pestaggio in caserma? Accuse sdegnosamente respinte dal colonnello Domenico Di Petrillo, per molti anni responsabile del nucleo antiterrorismo dei carabinieri di Roma. Che lascia aperto il dubbio sulla responsabilità del feroce gesto.

La testimonianza di Fornoni

Un dubbio chiarito dalla sentenza, sulle base della perizia balistica. A infliggere il colpo di grazia è stata una sola arma. Non quella di Fornoni che ricorda gli aspetti “interessanti” della sentenza:

I colpi di pistola a bruciapelo furono sparati dalla pistola di Sacco Lanzoni e non dalla mia, le perizie balistiche confermarono che le due armi che ancora portavo al momento della cattura avevano attinto i carabinieri quando essi erano ancora in piedi. Durante il dibattimento non ci fu alcuno scambio di accuse. Solo il pentito mi accusava, io mi assunsi semplicemente le mie responsabilità, come si cominciava a fare allora con i primi processi in cui pl assunse la linea della dissociazione senza accuse ad altri, a domanda precisa mi limitai a rispondere che non era mio costume un simile comportamento.

Lo stesso risposero le altre compagne imputate. Nessuno accusò Sacco Lanzoni, ma la corte non ebbe dubbi e lo condannò a trent’anni di reclusione. Come del resto noi, non riconoscendo i benefici della legge sui pentiti. Fu il primo processo a Pl dove vennero riconosciute le attenuanti generiche scavallando gli ergastoli del primo grado. La legge sulla dissociazione era ancora di là da venire.

E Sacco Lanzoni non è il primo pentito che, in azione, aveva dimostrato una particolare “cattiveria”: penso a Michele Viscardi, a Walter Sordi …

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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