E il duca Grazioli non ritornò mai a casa dal sequestro

Qui leggi la prima parte

Una notte, dal cortile di palazzo Grazioli sparì la macchina della duchessa. Accadde in un periodo in cui i contatti coi sequestratori sembravano interrotti, e il furto fece pensare a un’ulteriore minaccia di chi aveva in mano il duca: se volevano erano davvero in grado di fare ciò che dicevano.

Il contatto decisivo

Il 14 febbraio 1978 giunse il messaggio che stabilì il contatto decisivo per il pagamento del riscatto. Le richieste dei sequestratori erano scese di molto. Perché tutto andasse bene Giulio doveva far mettere un annuncio su un quotidiano, «Il Tempo»: «Gambero rosso tutte le specialità marinare, pranzo a prezzo fisso, Lit. 1500». Quel 1500 stava a significare un miliardo e mezzo, l’ultima cifra fissata per la vita del duca Grazioli. E lui, l’ostaggio, scrisse alla moglie una raccomandazione: «Collabora con questi signori nella fase del mio rilascio, perché è gente d’onore».

Ma incassare il riscatto non era facile. I carabinieri, oltre a intercettare tutte le telefonate, seguivano ogni passo di Giulio Grazioli, e c’era il rischio per i rapitori di essere catturati mentre ritiravano i soldi. Ad avvisarli era quell’Enrico, amico di Giuseppucci e di Giulio contemporaneamente, sul quale solo più tardi si addensò qualche sospetto, quando lui era già sparito dalla circolazione. Il gestore della sala corse avvisò Giuseppucci che «le guardie» stavano sempre dietro al figlio del duca, e che addirittura il tettuccio della sua macchina era stato dipinto con una vernice speciale che lo rendeva visibile anche di notte. La consegna del denaro saltò in diverse occasioni. Ogni volta si scopriva una macchina che non doveva esserci, probabilmente un’autocivetta dei carabinieri.

Una caccia al tesoro

Fu così che si decise di organizzare, nella sera stabilita, una specie di caccia al tesoro. E per l’occasione i rapitori rubarono un’auto, una Volkswagen Golf, con la quale Giulio si sarebbe dovuto muovere. L’ultima telefonata a palazzo Grazioli arrivò la sera del 4 marzo 1978. Rispose Giulio, dall’altra parte una voce con accento romano: «Stai tranquillo, avrai la prova di tuo padre. Prendi la metropolitana fino alla stazione Magliana partendo da via Aventina». Clic. Giulio prese il miliardo e mezzo in banconote già pronte. Accompagnato da un amico uscì di casa per andare alla metropolitana. Arrivato alla stazione indicata, in un cestino della spazzatura trovò il primo messaggio firmato dal nome in codice scelto dai rapitori: «Sali le scale di fronte a te, troverai una macchina tipo Golf Volkswagen di colore bianco, targata Roma R29185, e troverai altre istruzioni sopra il parasole. Leone Rosso».

L’auto era quella rubata dai sequestratori, dentro c’erano le chiavi e il biglietto con le nuove indicazioni: «Dirigiti sulla via Cristoforo Colombo fino allo stabilimento Kursaal di Ostia, di fronte allo stesso stabilimento troverai una tabella dell’autobus con cestino attaccato. Dentro troverai una busta di plastica con altre istruzioni. Leone Rosso».

Alla terza tappa, «Leone Rosso» fece trovare una piantina disegnata a penna e nuove indicazioni: «Rimonta in macchina e avviati verso Ostia per prendere la via Ostiense in direzione Roma seguendo bene le frecce che indicano l’aeroporto. Dopo fatto un tratto dell’Ostiense che è a senso unico troverai l’indicazione Fiumicino aeroporto, gira e vai verso Roma e verso autostrada Civitavecchia. Giunto al grande cartello che indica diritto per Roma, a seicento metri per Civitavecchia fermati che troverai altre indicazioni».

Il cartello numero 17

Giulio e il suo amico fecero come gli era stato ordinato. Così arrivarono al quarto messaggio: «Rimonta in macchina e prendi l’autostrada per Civitavecchia, oltrepassando il casello preparati, che al prossimo appuntamento troverai la foto di tuo padre. Una volta passato il casello assumerai una velocità di cinquanta chilometri all’ora per arrivare al cartello numero 17 indicante Cerveteri-Ladispoli chilometri 11, fermati posteggiando sulla tua destra, traversa e dietro troverai altre indicazioni. I messaggi li troverai attaccati in basso sul palo di sostegno». Stavolta la firma era diversa, «Giglio Rosso».

Arrivati sull’autostrada, la caccia al tesoro non era ancora finita. Un altro messaggio di «Leone Rosso»: «Giulio, rimonta in macchina e avviati sempre alla stessa velocità verso il cartello numero 20 indicante allacciamento Aurelia, riposteggiati, ritraversa e prendi sempre nello stesso posto dove “ai” trovato il precedente, troverai altre informazioni». Il figlio del duca Grazioli fece ciò che era scritto su quel foglietto. Risalì in macchina e proseguì fino al segnale stradale scelto dai rapitori.

Lì c’era, insieme a una fotografia di suo padre, l’ultimo messaggio: «Giulio, sei arrivato alla fine della corsa. Proprio di fronte al cartello, e cioè dove hai posteggiato, c’è il parapetto di un ponte, affiancati e getta di sotto la borsa con i soldi, rimonta in macchina e vai fino a Civitavecchia, esci dall’autostrada e prendi l’Aurelia, e torna a casa. Stai tranquillo intanto, perché hai in mano la foto recentissima. Se tutto andrà come noi vogliamo a distanza massima di ventiquattrore riceverai la telefonata di papà. Leone Rosso».

Il dubbio di Giulio

Alla luce dei fari della macchina Giulio scrutò la foto di suo padre, il duca Grazioli, ritratto in piedi davanti alla porta di una stanza. La barba lunga, in mano una copia de «Il Tempo» di quel giorno. Prese dall’auto la borsa coi soldi, si avvicinò al ponte indicato nell’ultimo messaggio. Da sotto sentì delle voci che gridavano le parole d’ordine concordate nelle telefonate: «Forza, butta i soldi e vattene», aggiunsero.

Giulio ebbe un attimo di esitazione, ma poi si convinse che lì sotto c’erano i rapitori di suo padre. Non si vedeva niente, il buio non lasciava nemmeno intuire la presenza di persone o automobili. Giulio gettò la borsa dal ponte, risalì in macchina col suo amico e prese la strada per tornare a casa. Arrivato a palazzo Grazioli, cominciò l’attesa della telefonata di papà. Il duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere morì senza la sepoltura che si addice a un nobile romano, in un giorno non precisato del marzo 1978. La telefonata a palazzo Grazioli annunciata da «Leone Rosso» nel suo ultimo messaggio, non arrivò mai. Per un lungo periodo di tempo giunsero chiamate di sciacalli che chiedevano altri soldi per la sua liberazione, ma né la famiglia né la polizia credettero mai a quelle voci così diverse dalle altre che avevano chiamato un tempo.

La foto dell’inganno

La signora Isabella non smise mai di sperare che il suo «Max» un giorno sarebbe tornato a casa, si rivolse perfino a maghi e veggenti; morì, undici anni più tardi, senza averlo rivisto e senza aver avuto altre sue notizie.

Durante il sequestro i rapitori avevano inviato alla famiglia anche un’altra foto, nella quale l’ostaggio teneva in mano il quotidiano fiorentino «La Nazione», acquistato appositamente in Toscana per depistare le indagini e far credere che il duca fosse prigioniero da quelle parti. «Scegliemmo la Toscana perché in quel momento in quella regione operavano nel settore dei sequestri delle bande di sardi», ha spiegato Maurizio Abbatino. Invece Grazioli − dopo un periodo trascorso in due diversi nascondigli a Roma, uno a Primavalle e l’altro sull’Aurelia, nella casa in costruzione del cognato di uno dei rapitori − era stato portato in Campania. Per scattare quella foto Abbatino andò personalmente nel napoletano, e nello stesso giorno rientrò nella capitale per recapitare il messaggio.

L’uccisione del duca

«La morte del duca», racconterà il bandito al magistrato, «avvenne successivamente al pagamento del riscatto. Il gruppo di Montespaccato ci informò del fatto che l’ostaggio aveva visto in faccia uno dei carcerieri, e quindi ci fu detto che non si poteva fare a meno di ucciderlo. A questa decisione, che non fu nostra, non ci opponemmo in quanto l’individuazione dei complici poteva significare anche la nostra individuazione. Pertanto il Montegrande e i suoi complici diedero luogo all’esecuzione alla quale noi non partecipammo.

Nulla sono in grado di riferire di preciso circa le modalità esecutive dell’omicidio. So soltanto che il fatto è avvenuto nel napoletano, dove l’ostaggio era stato trasferito in una casa di campagna appartenente a familiari di persone del gruppo di Montespaccato, in quanto anche la seconda “prigione” di Roma era diventata insicura per il protrarsi della durata del sequestro. So altresì che il cadavere venne sepolto, ma non sono in grado di dire dove.»

Le confessioni di Abbatino

I soldi del riscatto furono equamente divisi tra i due gruppi che realizzarono e gestirono il sequestro. «Il denaro», dirà ancora Maurizio Abbatino, «era costituito da banconote di grosso taglio, sicuramente da centomila lire e, ma di questo non conservo preciso ricordo, anche da cinquantamila. La somma venne ripartita in ragione del cinquanta per cento a quelli di Montespaccato, che avevano in custodia l’ostaggio, e del cinquanta per cento a noi: ognuno dei due gruppi doveva detrarre dalla propria parte la “stecca”, rispettivamente per il basista Enrico e per il telefonista. Le quote spettanti a ciascun gruppo si ridussero del dodici per cento, costo del cambio delle banconote in franchi svizzeri effettuato da Salvatore Mirabella, milanese, amico di Montegrande.

L’uomo di Turatello

Il Mirabella, facendo parte della banda di Francis Turatello, inserito nel gruppo delle bische clandestine, aveva per tale ragione frequenti contatti con esponenti del mondo imprenditoriale milanese, e dunque notevole disponibilità di denaro, sicché era la persona più indicata per l’operazione di pulitura dei soldi provento del sequestro.

Si trattava, peraltro, di un personaggio alquanto pericoloso: girava sempre con una bomba a mano e la pistola in tasca. Debbo anche precisare che Enzo Mastropietro, il quale aveva partecipato alla preparazione del sequestro, non poté partecipare però all’esecuzione, in quanto poco prima era stato arrestato. Ciò nonostante venne a lui riservata una quota di lire venti milioni, e una quota di lire quindici milioni venne riservata a Enrico De Pedis, il quale era anch’egli detenuto, in considerazione dei suoi stretti rapporti con Franco Giuseppucci. Tali ultime due quote gravarono su noi che avevamo eseguito il sequestro, e non su quelli di Montespaccato.»

Giulio Grazioli ha finito di pagare i debiti con le banche che gli prestarono i soldi solo da poco tempo. Le indagini di Carabinieri e Polizia rimasero ferme per anni, oppure imboccarono piste diverse, dai calabresi al terrorismo; i percorsi contorti del riciclaggio, infatti, avevano fatto arrivare alcune banconote del riscatto in un covo di Prima Linea a Torino.

Gli arresti del 1993

In un rapporto dell’Arma del 1986 sulla criminalità a Roma si legge: «Grazioli Massimiliano, possidente, sequestrato in Roma il 7-11-1977 e non ancora liberato. Si presume che sia stato ucciso dai suoi sequestratori. Pagato il riscatto di oltre un miliardo di lire. Autori ignoti».

Solo nell’ottobre del 1993, grazie alle rivelazioni di Maurizio Abbatino, sono stati emessi una decina di provvedimenti di cattura contro i presunti esecutori del sequestro. Qualcuno è stato arrestato, altri erano già in carcere, uno è riuscito a fuggire. Quel miliardo e mezzo pagato dalla famiglia dei mugnai del papa, anche se diviso e sezionato in molte parti, fu davvero un salto di qualità per il gruppo di rapinatori che venivano dalla Magliana, dal Portuense e dal Trullo − periferie disastrate e abbandonate a se stesse − e da quartieri popolari come Trastevere e Testaccio − che del romanticismo e della solidarietà d’un tempo conservavano ben poco.

Fino a quel momento erano andati avanti con le rapine e i furti, mai avevano guadagnato tanti soldi in una volta sola. Un paio di sequestri erano stati tentati in precedenza, ma s’erano risolti in altrettanti fallimenti. Adesso, quel colpo andato a segno aveva cementato i rapporti all’interno del nuovo gruppo che s’era formato, e apriva la strada ad altri «affari».

Fonte: Giovanni Bianconi, Ragazzi di Malavita

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.