4 dicembre 1969: la polizia uccide nel sonno due Pantere nere

52 anni fa, la polizia di Chicago ammazzò nel sonno le Pantere nere Fred Hampton, 21 anni, e Mark Clark, 22 anni, a colpi d’arma da fuoco. Intorno alle 5 del 4 dicembre 1969, 14 poliziotti fecero irruzione nell’appartamento di Hampton, una nota roccaforte delle Pantere nere (BPP) nel West Side di Chicago. Gli spari durarono sette minuti e Hampton e Clark furono uccisi mentre dormivano.
“Non dimenticare mai – ha ricordato lo scrittore e insegnante afroamericano Clint Smith che ha più di 255mila follower su Twitter – che l’FBI e il Dipartimento di Polizia di Chicago hanno cospirato per assassinare Fred Hampton nel suo appartamento. Temevano che creasse una coalizione politica multirazziale per sfidare chi era al potere. Aveva solo 21 anni”.

99 colpi della polizia, uno delle Pantere

A quel tempo, le autorità affermarono che le Pantere nere avevano aperto il fuoco contro la polizia mentre stavano eseguendo un mandato di perquisizione per le armi. Sostennero quindi che erano giustificate nella risposta armata. Ma gli attivisti replicano che prove raccolte sulla scena del crimine hanno dimostrato una cospirazione contro le Pantere. L’FBI, l’Ufficio del Procuratore dello Stato per la Contea di Cook  e il Dipartimento di Polizia di Chicago hanno lavorato insieme per assassinare Hampton.

Nei mesi che seguirono, un’indagine federale dimostrò che solo un colpo era stato sparato dalle Pantere Nere. La polizia, d’altra parte, ha sparato da 82 a 99 colpi. Edward Hanrahan, procuratore della contea di Cook, fu incriminato per il raid, ma lo prosciolsero insieme ad altri 13 agenti di polizia.

Una campagna criminale delle forze dell’ordine

L’episodio peggiorò una relazione già controversa tra Pantere e  polizia, provocando otto scontri a fuoco a livello nazionale nei due anni successivi, che lasciarono tre poliziotti e altre cinque Pantere morte. Secondo l’attivista Charles Preston, la morte di Hampton non è ricordata come dovrebbe essere.”Non insegnano niente su Fred Hampton nelle scuole pubbliche di Chicago, ma gli studenti ricevono la colazione gratuita”, ha scritto su Twitter. Tuttavia, Hampton è ricordato come un rivoluzionario.
Le colazioni gratuite erano uno dei più importanti programmi sociali per la comunità organizzato dal BPP,  l’organizzazione rivoluzionaria afro-americana ispirata a Malcom X che agli inizi degli anni 70 fu spazzata da una durissima campagna combinata di provocazioni e repressione da parte delle autorità americane.

Per approfondire

Diciamo sempre al Black Panther Party che possono farci tutto ciò che vogliono. Potremmo non essere di ritorno. Potrei essere in prigione. Potrei essere ovunque. Ma quando me ne andrò, ricorderai che ho detto, con le ultime parole sulle mie labbra, che sono un rivoluzionario. E dovrai continuare a dirlo. Dovrai dire che sono un proletario, sono il popolo. “
FRED HAMPTON

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

6 Comments on “4 dicembre 1969: la polizia uccide nel sonno due Pantere nere

  1. Grazie per la ricostruzione storica e l’informazione su un episodio ritengo poco conosciuto nondimeno importante per la comprensione dei fatti di quel travagliato periodo
    v.a.

  2. L’INFERNO DELLE CARCERI DI STERMINIO TURCHE: sono già cinque i prigionieri politici curdi morti in circostanze sospette in nemmeno dieci giorni

    Gianni Sartori

    Per ora è l’ultimo. Ma – si teme – non lo sarà a lungo.
    Condannato all’ergastolo, Vedat Çem Erkmen era rinchiuso nella prigione di tipo F di Tekirdağ.
    Le dinamiche della sua morte (stando alla versione ufficiale si sarebbe suicidato domenica 19 dicembre) risultano perlomeno sospette.
    Quando i suoi familiari, gli avvocati dell’Associazione per i diritti dell’uomo (IHD) e quelli dell’Associazione degli avvocati per la libertà (ÖHD)si sono presentati alle porte del carcere sono stati informati che l’autopsia era già avvenuta in loro assenza.
    Un esponente della Commissione sulle prigioni di ÖHD, Gürkan Isteli, ha messo in rete le sue perplessità: “Cosa cercano di nascondere ? Siamo andati avanti e indietro per ore dalla prigione al palazzo di giustizia, all’ospedale.
    Ma tutte le nostre richieste di poter vedere il corpo venivano respinte. Solo dopo molte ore, quando finalmente siamo riusciti a entrare nell’ufficio del procuratore, abbiamo potuto identificarlo”.
    Da qualche giorno il prigioniero curdo era stato trasferito in una cella d’isolamento, senza plausibili ragioni. A meno che – è questo il timore che serpeggia tra gli avvocati e non solo nel caso di Vedat Erkmen – tali trasferimenti siano il preludio per l’eliminazione fisica del detenuto.
    Particolare inquietante, solo qualche giorno prima (il 17 dicembre) nel corso di una telefonata, il prigioniero aveva chiesto al fratello di presentare un reclamo contro l’amministrazione penitenziaria per i maltrattamenti subiti. Si profila quindi l’eventualità di una ritorsione dei guardiani nei suoi confronti.
    Come avviene quasi regolarmente nel caso dei detenuti curdi morti in carcere, il corpo di Erkmen non è stato consegnato alla famiglia (affinché potesse seppellirlo a Kars, la città natale), ma portato dalla polizia in un cimitero di Istanbul (Küçükçekmece) già nel primo mattino di lunedì 20 dicembre.
    Con quello di Erkmen siamo al quinto decesso sospetto di prigionieri politici curdi in meno di dieci giorni.
    Solo due giorni prima avevo scritto che “a costo di apparire cinico (ma in realtà disgustato, affranto per questo rosario infinito e ingiusto di morte…) e consapevole che sulla tragedia del popolo curdo l’ironia è fuori luogo, dopo la morte di Halil Güneş il 15 dicembre (successivo a quelli di Abdülrezzak Şuyur il 14 dicembre e di Garibe Gezer il 9 dicembre) non avevo potuto fare a meno di pensare che “Non c’è due senza tre”.
    Ma siccome non c’è limite al peggio, ora la lista si è ulteriormente allungata”.
    Infatti a distanza di un paio di giorni dalla morte di Halil Güneş l’ennesimo prigioniero politico curdo era deceduto il 18 dicembre in una maniera che anche i suoi familiari ritengono “sospetta”.
    Ilyas Demir (32 anni, condannato all’ergastolo) si trovava in una cella d’isolamento (dove, di fatto, i prigionieri sono completamente in balia dei loro carcerieri) della prigione di tipo T di Bolu. La famiglia non era nemmeno stata informata direttamente dalla direzione del carcere, ma soltanto dal muhatar (il rappresentante di quartiere che evidentemente era stato contattato dalle autorità). E senza che venisse fornita qualche spiegazione sulla cause dell’improvvisa morte.
    Madie Demir ha dichiarato che suo fratello, da quando venne arrestato nel 2013, era stato rinchiuso in varie prigioni, spesso in isolamento. Inoltre, nonostante patisse di gravi problemi psicologici, non era mai stato curato.
    Aggiungendo che “costringerlo in isolamento in tali condizioni è stato un crimine in quanto avrebbe dovuto trovarsi all’ospedale per venir curato”.
    Un passo indietro.
    Quando il 13 dicembre del 1980 il giovanissimo militante del Türkiye Devrimci Komünist Partisi (Partito Comunista Rivoluzionario della Turchia) Erdal Eren venne impiccato, la sua vera età (16 anni) venne falsificata dalle autorità turche per poterlo giustiziare.
    Il ragazzo era stato arrestato con altri militanti di sinistra durante una manifestazione e accusato della morte di un soldato.
    Colui che ne aveva patrocinato l’impiccagione ( e che non certo impropriamente venne definito il “Pinochet turco”), il generale golpista Kenan Evren, aveva così commentato: “Avremmo forse dovuto incarcerarlo e nutrirlo a vita invece di impiccarlo?”.
    Quasi con le stesse parole veniva commentata la morte – il 9 dicembre -nel carcere di Kocaeli della prigioniera politica curda Garibe Gezer (già torturata e violentata dai suoi guardiani).
    Alcuni media a favore di Erdogan si sono rallegrati per la sua morte scrivendo che ora “c’era una terrorista di meno da nutrire in carcere”.
    Di Garibe Gezer, morta il 9 dicembre,mi ero occupato circa due mesi fa denunciando le ignobili sevizie a cui veniva sottoposta.
    Torturata e violentata dai carcerieri, il suo è stato un autentico calvario.
    Alla fine gli aguzzini hanno completato l’opera di annientamento nei confronti di questa prigioniera politica rinchiusa nel carcere di massima sicurezza (di tipo F) di Kandira a Kocaeli.
    Secondo la versione fornita dall’amministrazione carceraria, la giovane curda – arrestata a Mardin ancora nel 2016 – si sarebbe“suicidata”.
    Numerose donne, esponenti delle Madri della Pace, del Movimento delle Donne Libere (TJA), dell’Associazione di aiuto alle famiglie dei prigionieri (TUHAY DER) e dell’HDP, si sono riunite davanti all’ospedale di Kocaeli per riavere il corpo della giovane vittima. Hanno poi portato a spalla la bara scandendo slogan contro la repressione nonostante la polizia intervenisse per impedirlo.
    Nella tarda serata del 10 dicembre è stata sepolta a Kerbora, la città dove era nata 28 anni fa.
    Ma la versione ufficiale sulla morte di Garibe Gezer non ha convinto Eren Keskin. In quanto avvocato e co-presidente dell’Associazione dei Diritti dell’Uomo (IHD) si è chiesta come la detenuta abbia potuto suicidarsi visto che si trovava in isolamento (per una sanzione disciplinare), sotto lo sguardo perenne delle telecamere.
    Nell’ottobre scorso, con una Iniziativa parlamentare delle donne del Partito Democratico dei popoli (HDP), veniva segnalato che Garibe era stata posta in isolamento per 22 giorni dopo il suo trasferimento – il 15 marzo – dalla prigione di Kayseri in quella di Kandira dove in queste ore ha perso la vita. Il 24 maggio, agenti penitenziari, sia uomini che donne, erano entrati nella sua cella per picchiarla. Si leggeva nel rapporto che “mentre le guardiane le tenevano le braccia bloccate, gli uomini la percuotevano sulla schiena.
    I suoi abiti venivano strappati, le venivano tolti i pantaloni per essere quindi trascinata per i capelli, seminuda, nell’area riservata ai detenuti maschi”.
    Scaraventata in una “cella imbottita completamente isolata e controllata 24 ore su 24”.
    E qui subiva “violenze sessuali da parte dei carcerieri”.
    A causa delle violenze subite, secondo il rapporto di HDP, la prigioniera avrebbe cercato di porre fine ai suoi giorni. Portata nell’infermeria del carcere, vi subiva altri maltrattamenti e non veniva curata.
    Messa in isolamento, il 7 giugno tentava di appiccare il fuoco alla sua cella e veniva gettata nuovamente in una cella imbottita. In una conversazione telefonica con la sorella era riuscita a informare i familiari che sarebbe stata posta ancora in isolamento e che nei suoi confronti venivano esercitate altre restrizioni disciplinari. Quanto alle lettere, alcune sono state censurate, altre mai spedite.
    Nonostante le sue proteste e denunce degli abusi subiti in carcere fossero note da tempo, nessuna inchiesta era mai stata avviata.
    Agli avvocati dell’Ufficio di aiuto giuridico contro la violenza sessuale e lo stupro, che si erano recati al carcere insieme a quelli dell’Associazione degli avvocati per la libertà (OHD), non veniva concessa la possibilità di assistere all’autopsia.
    Una vicenda quella di Garibe Gezer purtroppo analoga a tante altre.
    La sua famiglia in particolare ha pagato un prezzo molto alto nella lotta di liberazione.
    Un fratello, Bilal, era stato ucciso nelle proteste che tra il 6 e l’8 ottobre2014 videro decine di migliaia di curdi scendere in strada da Diyarbakir a Vario e in una trentina di altre località, anche sul confine tra Suruc e Kobane. Assediando caserme e commissariati e incendiando alcuni edifici governativi in Bakur (Kurdistan del Nord sotto occupazione turca). Quella che sotto molti aspetti fu una vera e propria insurrezione derivava dalla richiesta di aprire un corridoio per portare soccorso a Kobane assediata dall’Isis. L’abbattimento di un largo tratto della frontiera consentì a molti curdi provenienti dalla Turchia di raggiungere i fratelli di Kobane. Da parte sua Erdogan ordinò il coprifuoco e schierò i carri armati. Le vittime accertate (quasi tutti curdi) furono oltre cinquanta, almeno 700 i feriti.
    Un altro fratello, Mehemet Emin Gezer, si era recato al commissariato di Dargeçit per poter recuperare il corpo di Bilal, ma era stato colpito dalla polizia delle operazioni speciali rimanendo paralizzato. Altri membri della famiglia erano poi stati ugualmente incarcerati.
    Come ho detto dopo Garibe altri quattro detenuti curdi (Abdülrezzak Şuyur, Halil Güneş, Ilyas Demir, Vedat Çem Erkmen) sono deceduti carcere.
    Arrestato nel 1993, Abdülrezzak Şuyur aveva 56 anni ed èmorto nella prigione di Sakran (nella provincia di Izmir) dove, nonostante fosse da mesi gravemente ammalato, sembra non sia stato curato. Due settimane fa aveva potuto incontrare i figli, ma in seguito di lui non si erano avute notizie. Invano un fratello si era recato al carcere per poterlo vedere. Così come erano rimaste lettera morta sia una richiesta di scarcerazione, vista la gravità della sua situazione, sia la richiesta di potersi curare in un ospedale esterno.
    In precedenza Abdülrezzak Şuyur era stato rinchiuso a Siirt e Antep.
    Halil Güneş, deceduto il 15 dicembre nella prigione di Diyarbakir, aveva 51 anni. Condannato all’ergastolo nel 1993, era da tempo gravemente ammalato.
    La questione della situazione sanitaria dei detenuti in Turchia (soprattutto della mancanza di cure adeguate) è da tempo all’ordine del giorno. In ottobre l’Associazione dei Diritti dell’Uomo in Turchia (IHD) aveva nuovamente chiesto il rilascio almeno di quelli ammalati più gravemente (in particolare di Adem Amaç, Atilla Coşkun e Eser Morsümbül).
    Richiesta comunque caduta nel vuoto nonostante siano ormai centinaia di prigionieri politici senza cure adeguate continuano a languire (un supplemento di pena) nelle carceri turche.
    Secondo IHD sarebbero 1.564 i prigionieri ammalati e per 591 di loro le situazione è estremamente grave. Ovviamente si tratta dei casi accertati, ma appare scontato che il numero reale sia ben più elevato.
    E per chi era già ammalato con la pandemia i rischi sono aumentati.
    Gianni Sartori

  3. IRAN: PERSECUZIONE NEI CONFRONTI DI UNA PRIGIONIERA POLITICA CURDA

    Gianni Sartori

    Ormai da mesi non si hanno notizie certe in merito alla situazione sanitaria della prigioniera politica curda Zeyneb Jalaliyan, detenuta in Iran. Malata da tempo, in carcere da 15 anni e già ripetutamente torturata per la sua presunta appartenenza al PJAK (Partito per una vita libera in Kurdistan).

    Le vaghe informazioni filtrate dal carcere sembrano confermare il progressivo deterioramento della sua salute e i ripetuti, punitivi, trasferimenti da un carcere all’altro (un modo per inasprire ulteriormente la detenzione).

    Ultimamente sarebbe stata trasferita dal carcere di Yazd a quello di Kirmaşan per poi tornare a Yazd.

    Di Zeynab Jalalian mi ero già occupato all’epoca del suo sciopero della fame (estate 2020) per essere riportata nella prigione di Khoy.

    E poi nell’ottobre 2020 quando, malata di Covid19, era stata trasferita dalla sezione femminile della prigione di Kermashan alla prigione di Yazd. In soli sei mesi questo era il quarto suo trasferimento.

    Arrestata nel 2008, Zeynab era stata condannata a morte nel gennaio 2009 (due anni dopo la pena venne mutata in ergastolo) appunto per presunta appartenenza al Partiya Jiyana Azad a Kurdistane.

    La notizia dell’ennesimo trasferimento (10 ottobre 2020) aveva potuto darla ai familiari nel corso di una brevissima telefonata – due minuti – durante la quale aveva anche informato il padre di essere stata nuovamente minacciata di torture.

    Prima di Kermanshah, per circa tre mesi era stata rinchiusa in un carcere a oltre mille chilometri di distanza da dove vivono i suoi familiari. Con tutte le immaginabili difficoltà per poterla visitare. Prima ancora, fino all’aprile 2020, si trovava nella prigione di Qarchak a Varamin, non lontano da Teheran e a Khoy.

    Nel corso di tali trasferimenti era stata contagiata dal virus e – a causa delle catene – aveva riportato ferite ai polsi e alle caviglie. Ferite che – non essendo mai state curate – le causavano acute sofferenze.

    Già allora le condizioni di salute di Zeynab Jalalian erano tali da suscitare preoccupazione. Soffriva di gravi infezioni, di problemi renali e stava perdendo la vista. Da allora la sua situazione potrebbe essere ulteriormente peggiorata
    in quanto le autorità carcerarie iraniane le rifiutavano qualsiasi visita specialistica così come di venir curata fuori dal carcere.

    In compenso, come ad altri prigionieri politici, le era stata offerta la possibilità di un pubblico pentimento (alla televisione). In cambio, forse, di cure più adeguate. Un metodo che inevitabilmente ricorda quelli della “Santa” Inquisizione. Le numerose campagne a sostegno di Zeynab, purtroppo, finora non sembrano aver portato a nessun miglioramento della sua situazione. Quello che al momento chiedono i suoi familiari e alcune organizzazioni umanitarie è soltanto la concessione di una visita (non solo di una breve telefonata) per potersi rendere conto di persona della situazione in cui versa.

    Gianni Sartori

    • Grazie, Gianni per i tuoi contributi sempre ricchi e documentati. Gli altri casi che citi sono espressione di un nazionalismo nero che solo in epoca recente abbiamo imparato a riconoscere come incistato da posizioni orride (dalla misoginia all’antisemitismo) ma che già era in forte conflitto con le Pantere. Resta il problema che il BPP nella sua fase di massima espansione ha assorbito quadri e posizioni del Black Power, un’infatuazione ben presto dissolta (vedi anche la parabola panafricana di Carmichael). A ogni modo gli esiti apertamente reazionari di Cleaver sono la evidente conferma della cantonata che abbiamo preso …

  4. Grazie a te, Ugo, per l’ospitalità e le precisazioni
    Buon Anno
    Gianni

    PS nel mio “commento” precedente, ovviamente, andava scritto:

    contributo tardivo e forse “datato”

    Sperando di non essere invadente, ne approfitto per segnalare questo ennesimo intervento sui Curdi (e Buon Anno anche a loro, ne hanno bisogno)

    https://centrostudidialogo.com/2022/01/07/kurds-repressione-sequestri-di-persona-in-bashur-e-condanne-in-rojhilat-non-piegano-la-resistenza-curda-di-gianni-sartori/

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