11 maggio 2001, finisce il calvario di Emilio Vesce dopo una vita militante: da Potop ai radicali

Emilio Vesce, nato nel 1939 in un minuscolo centro dell’Alta irpinia, muore la mattina dell’11 maggio 2001 nella sua villetta alla periferia di Padova. Per la moglie la sua scomparsa va fissata alla notte dell’8 novembre 2000. Quel giorno subisce un grave infarto cardiaco, mentre sta guardando in casa i risultati delle elezioni presidenziali statunitensi. Da quel momento in poi cade in coma irreversibile, seguito da uno stato vegetativo permanente. I mesi che lo porteranno alla morte sono contrassegnati da un serrato dibattito. Gli esponenti radicali si scontrano con il mondo della Chiesa sul tema dell’eutanasia. Marco Pannella si dichiara “pronto all’eutanasia per Vesce”, proprio negli ultimissimi giorni di agonia.

Da Potop ai radicali

Ma Emilio Vesce aveva vissuto una precedente e ben diversa esperienza di militanza politica. Direttore responsabile del giornale di Potere Operaio, di Controinformazione e Autonomia. Fu promotore e direttore di Radio Sherwood fino al 7 aprile 1979. Lo arrestano a Padova il 7 aprile 1979 insieme a Toni Negri ed Oreste Scalzone per un mandato di cattura del giudice Pietro Calogero.

Il cosiddetto processo 7 aprile si concluse in primo grado, per Vesce, il 12 giugno 1984 con una condanna a 14 anni per associazione sovversiva. Ottiene la libertà provvisoria tre mesi dopo sulla base di una nuova normativa sulla carcerazione preventiva. Lo inviano al “soggiorno obbligato” a Pontedera. Vesce venne assolto in appello il 12 giugno 1987, sentenza confermata in Cassazione nel 1988.

Fu poi esponente del Partito Radicale (deputato dal 1987) e consigliere Regionale della Lista Antiproibizionista del Veneto. Coprì gli incarichi di Assessore alle politiche Sociali e presidente del Comitato per il Servizio Radiotelevisivo Veneto.

Il processo 7 aprile: una moria

La statistica dei compagni del Processo “7 aprile 1969” che hanno subito una ingiusta carcerazione preventiva morti prematuramente è impressionante. Mario Dalmaviva, Luciano Ferrari Bravo, Augusto Finzi, Guido Bianchini, Franco Tommei, Emilio Vesce, Sandro Serafini, Giorgio Raiteri, Paolo Pozzi, Gianmario Baietta, Antonio Liverani. Insomma la galera uccide.

La vicenda giudiziaria di Emilio Vesce è ricostruita dalla vedova, Gabriella Gazzea Vesce, in un articolo per il Mattino di Padova del 2007. L’intervento è ispirato alle polemiche forcaiole sul rientro in Italia di Oreste Scalzone e il ruolo pubblico di Susanna Ronconi

La vicenda giudiziaria

Cosa è successo il 7 aprile del 1979?
Il mandato di cattura del dottor Calogero – per mio marito Emilio Vesce e moltissimi altri arrestati in tutta Italia – fu spiccato, come si sa, in virtù di una decisione politica dell’allora Partito comunista italiano: parecchi esponenti del Pci e della Cgil di Padova resero false testimonianze e il mandato recitava circa cosi: «Emilio Vesce accusato, assieme a più di cinque persone di essere il capo di tutte le formazioni combattenti operanti in Italia e quindi accusato di tutti gli omicidi da queste commessi».
L’arresto, e le sue modalità, furono traumatiche per noi e soprattutto per i nostri figli allora di tre e sette anni. Emilio quando ci salutò, circondato dalle teste di cuoio, disse comunque di non preoccuparci che era una bufala e che si sarebbe sgonfiata subito.

I due tronconi processuali

Il dottor Gallucci dopo pochi giorni spiccò un ulteriore mandato di cattura per alcuni degli imputati padovani tra cui Emilio, Luciano Ferrari Bravo e Pino Nicotri, con l’accusa di insurrezione armata contro i poteri dello Stato. Tutti gli imputati del 7 aprile – troncone padovano, dopo anni di carcere e/o di esilio furono assolti nel 1986. Un errore giudiziario.
Per gli imputati invece del cosiddetto «troncone romano» le iniziali accuse si modificarono man mano, rimanendo però sempre l’imputazione di «insurrezione a mano armata» che per quanto riguarda Emilio era avvalorata dall’essere stato uno dei capi di Potere operaio, direttore responsabile di vari giornali e di Radio Sherwood. Il reato di insurrezione armata contro i poteri dello Stato allora comportava più di 11 anni di carcerazione preventiva per cui l’Italia fu condannata più volte, anche per i detenuti del 7 aprile, dal Tribunale per i diritti dell’uomo di Strasburgo.

Scendono in campo i radicali

Il Partito radicale con Adelaide Aglietta e Marco Pannella iniziò una battaglia per la riduzione dei termini di carcerazione preventiva, prima con Toni Negri e poi con Enzo Tortora. Sarebbe importante non dimenticare.
Emilio dopo cinque anni, cinque mesi e cinque giorni di carceri speciali – in cui ha subito ogni tipo di violazione dei diritti, soprusi e pestaggi – venne scarcerato per decorrenza termini il 12 settembre 1984, ma inviato al confino a Pontedera.
Grazie al sindaco di allora Settimo Gottardo che pubblicamente dichiarò che Emilio assieme agli altri imputati in attesa di giudizio, avrebbe potuto tornare nella propria città, a Natale del 1984 fu tolto il confino e tornò finalmente a casa.
Nel 1987 furono definitivamente assolti.

Informazioni su

Ugo Maria Tassinari è l'autore di questo blog, il fondatore di Fascinazione, di cinque volumi e di un dvd sulla destra radicale nonché di svariate altre produzioni intellettuali. Attualmente lavora come esperto di comunicazione pubblica dopo un lungo e onorevole esercizio della professione giornalistica e importanti esperienze di formazione sul giornalismo e la comunicazione multimediale

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One comment on “11 maggio 2001, finisce il calvario di Emilio Vesce dopo una vita militante: da Potop ai radicali
  1. Chicco Funaro ha detto:

    Molti dei miei coimputati non superarono i 60 anni. L’ultimo, Paolo Pozzi, pochi anni fa. Non dico la storia, ma nemmeno le cronache lo hanno mai sottolineato. Ti sono davvero grato per averlo fatto

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